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Pesca Sub: Vivere la Natura Come Tutti gli Animali, da Predatori e, se va male, da Prede

| 18 Luglio 2020

di Giorgio Volpe

Sempre più spesso, complice una visibilità che negli ultimi mesi è cresciuta in maniera esponenziale, capita di imbattersi in commenti molto critici – per usare un eufemismo – verso i video di pesca sub che Apnea Magazine condivide settimanalmente.

Uno di quelli che ha attirato le critiche più dure, quando non veri e propri insulti (pur minoritari sul totale delle reazioni degli utenti) è stato quello che immortalava la cattura di uno splendido esemplare di ricciola, con tanto di mini-racconto dell’autore, ovviamente entusiasta per il grande regalo con cui il Mare lo ha ripagato di immensi sacrifici.

So bene che non c’è modo di spiegare a certi soggetti i sentimenti che animano il pescatore in apnea e quali motivi lo spingano a cacciare senza limitarsi a osservare o fotografare le meravigliose creature che è solito chiamare “prede”, peraltro muovendosi in un ambiente tanto affascinante quanto inospitale e pericoloso per l’essere umano.

Il fatto è che non riesco a capire come sia possibile che tante persone non si pongano mai le domande che sarebbero d’obbligo…anche solo in presenza di un minimo spirito di osservazione della realtà.

Per una combinazione di eventi assolutamente casuale, mi sono ritrovato a nascere e crescere in Maremma, un angolo d’Italia caratterizzato da una Natura rigogliosa e poco contaminata. Sin da piccolo, ho vissuto un intenso rapporto con gli ambienti naturali della mia terra: la pianura alluvionale, il fiume, le paludi, i canali di bonifica, la macchia mediterranea, i boschi di castagno e le faggete della montagna. E ovviamente, il Mare.

Mi sono sempre considerato parte della Natura, non contrapposto ad essa, ed ho sempre considerato raccolta e predazione come parte del normale rapporto tra esseri viventi e ambiente. Il pescatore subacqueo, che si immerge a caccia di pesci, entra in un ambiente fatto di predatori e prede, un ambiente in cui il semplice osservatore o l’astronauta bardato di tutto punto con bombole, erogatori e jacket, rappresentano figure estranee.

Quando leggo i commenti di chi applica le categorie del pensiero, del sentire e della morale tipici dell’uomo che vive nella società cosiddetta “evoluta” alla caccia o alla pesca, non posso non cogliere un senso di distacco e superiorità nei confronti della Natura, che queste categorie, semplicemente, non le conosce. Il pescatore in apnea entra nel mondo sommerso come predatore e potenziale preda, abbraccia le regole della Natura e le vive abbandonando ogni sovrastruttura sorta in tempi recenti e in contesti tutto meno che naturali.

Anche senza ricorrere al classico caso del soggetto che ha sempre vissuto nel benessere – ottenuto a spese dell’ambiente circostante, spesso gravemente compromesso – e che, senza aver mai avuto il privilegio di vivere a stretto contatto con l’ambiente naturale, si atteggia a depositario del sapere e pretende di dare lezioni di vita a chi nella Natura ci sguazza da quando è nato, viene spontaneo pensare che dietro certi giudizi, anche molto severi, si celi sempre il solito problema.

Il sentimento evocato dall’espressione “povero pesceè figlio di un senso di distacco e superiorità rispetto alla Natura, il frutto di un antropocentrismo che mette l’uomo al di fuori e sopra di essa, rinnegando origini e istinti del genere umano – che fino a prova contraria resta al vertice della catena alimentare – fino al punto di considerare caccia e pesca come espressioni di barbarie e sadismo, attività anacronistiche praticate da mentecatti sanguinari e barbari.

Senza bisogno di ricordare a questi signori la dose di ipocrisia che avvolge il loro pensare e pseudo-sentire, soprattutto quando fanno acquisti al supermercato o accompagnano con un ottimo bianco una bella cenetta a base di pesce (dimostrando che un pesce trafitto li indigna e uno soffocato nelle reti no), credo sia sufficiente una banale considerazione: chi la Natura la frequenta da sempre, quotidianamente, tende a viverla come tutti gli altri animali, quindi da predatore, raccoglitore e…se va male da preda. I moralizzatori, invece, quasi sempre stanno su Facebook a dare giudizi morali e scagliare anatemi, per poi uscire di casa e immergersi in una bella dose di smog e stress – che potrebbe forse spiegare la loro incapacità di vedere le cose per come realmente sono.

E le cose sono che la Natura non è il sogno fatato dei cartoni Disney, no. La Natura, a prescindere da come ci si rapporti l’uomo, è semplicemente sopravvivenza, un mondo dove non vige nessuna etica e dove, alla ricerca di quella sopravvivenza, tutto è permesso. Citando le parole della dott.ssa Giulia Corsini: “In natura non esiste una morte dolce. Vieni mangiato, muori di fame e di stenti, non passi l’inverno se sei fragile e malato. Non esiste morte dolce, studiata, non esistono regole per ridurre la sofferenza”.

Signori moralisti che puntate il dito sul cacciatore o pescatore sui social, fatevene una ragione: il vostro atteggiamento non offende noi, ma la Natura stessa, che questa ipocrita moralità che propugnate non l’ha mai conosciuta né mai la conoscerà. Anche quando, con buona pace degli animali, che resteranno predatori, raccoglitori e prede, il genere umano sarà scomparso dalla faccia del pianeta.

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