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La pesca sportiva risponde a Coldiretti

| 16 Dicembre 2014 | 0 Comments

In risposta alle esternazioni della Coldiretti Liguria riguardo il presunto danno che i dilettanti arrecherebbero alla pesca professionale, e in merito alla quale abbiamo già espresso la nostra opinione, pubblichiamo il comunicato stampa congiunto delle associazioni della pesca sportiva: Alleanza Pescatori Ricreativi, FIPSAS, Per il Mare e FIPO (Federazione Italiana Produrttori Operatori Articoli Pesca Sportiva).

comunicato

L’emblematica immagine scelta dalle associazioni della pesca sportiva per riassumere la questione

15 DICEMBRE 2014

Comunicato stampa Congiunto in risposta a Intervento Coldiretti su pesca sportiva

Una notizia apparsa su alcuni quotidiani liguri riporta un intervento formale dei pescatori commerciali liguri (Coldiretti Genova e La Spezia ed Impresa pesca Liguria) che lamentando la crisi della loro attività, causata da una lunga storia di sovra sfruttamento commerciale del mare, non trovano di meglio da fare che puntare il dito su qualcun altro sollecitando le istituzioni ad intervenire contro la pesca sportiva.

I PESCI SONO UN BENE COMUNE. Le associazioni di pesca commerciale nel loro intervento trascurano un presupposto fondamentale: le risorse della pesca, i pesci, sono un bene pubblico, sono cioè di tutti i cittadini (un concetto ripetutamente confermato anche nella discussione a Bruxelles per l’approvazione della nuova Politica Comune della Pesca, in vigore fino al 2020). Gli stessi cittadini, tramite le istituzioni, ne concedono l’uso a scopo di lucro ad imprese private che devono rispettare determinate regole. Adesso queste imprese private si stanno lamentando perché i cittadini che gli hanno concesso lo sfruttamento commerciale delle risorse, vogliono andare nel tempo libero a pescare pesce per il consumo familiare.

RITENIAMO che tale intervento sia un maldestro tentativo di diversivo ai veri problemi causati dallo sfruttamento commerciale. La logica sottesa è che fino a che ci sono pesci da pescare il settore commerciale deve crescere ma una volta cresciuto non ne vuole sentir parlare di decrescere se non ci sono più abbastanza pesci. Il risultato è che, in mancanza di altri argomenti, dobbiamo sentire la pesca commerciale accusare quella ricreativa di danneggiarla sfruttando eccessivamente le risorse. I pescatori ricreativi vedono così prima sovra sfruttare tutte le risorse disponibili sia dai pescatori commerciali che da quelli illegali e poi vengono accusati di essere loro la causa dell’impoverimento delle risorse.

I NUMERI vengono messi a confronto a sottolineare che ci sono molti più pescatori ricreativi che pescatori commerciali. A parte la banalità che fa sorridere come velleitario espediente di propaganda il messaggio inviato ai rappresentanti politici nelle istituzioni potrebbe facilmente essere controproducente per i pescatori commerciali (pochi) considerando che anche quelli ricreativi (molti) votano.

LA VENDITA ILLEGALE DEL PESCATO è un problema reale che coinvolge tutta la filiera, e per il quale la pesca ricreativa chiede a gran voce un incremento delle attività di controllo, così come più volte abbiamo chiesto per la pesca sportiva e ricreativa una revisione della regolamentazione per l’utilizzo di attrezzi come palangari e nasse. La pesca commerciale invece cerca di confondere i termini di pesca ricreativa e di pesca illegale. Una insinuazione alla quale è facile rispondere che la illegalità lamentata è operata da pescatori commerciali, non in regola con la licenza, che vendono al nero. L’atto della vendita infatti qualifica come pescatori commerciali indipendentemente dalle modalità di pesca e dagli attrezzi usati. Si può considerare che le attrezzature solitamente usate dai pescatori ricreativi sono un buon camuffamento e contribuiscono a scaricare la colpa sulla categoria della pesca ricreativa.

INVITIAMO  le Istituzioni e le associazioni della pesca commerciale ad aprire un confronto diretto e serio a livello locale con i rappresentanti della pesca ricreativa delle associazioni scriventi  per valutare proposte tecniche mirate a risolvere i problemi della pesca piuttosto che a sostenere pregiudizialmente interessi corporativi penalizzando gravemente  il reddito delle famiglie e i posti di lavoro collegati al settore economico che dipende dalle attività di pesca non commerciale (ad esempio nautica, attrezzature da pesca, noleggi imbarcazioni, ricezione turistica in bassa stagione etc.)

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