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Coldiretti ligure su pesca sportiva: che faccia tosta!

| 14 dicembre 2014 | 0 Comments

Nei giorni scorsi si è diffusa la notizia di una dura presa di posizione della Coldiretti di Genova e La Spezia, che insieme all’Associazione Imprese Pesca Liguria ha scritto al presidente della Regione Burlando e al comandante della Capitaneria di porto di Genova Vincenzo Melone per richiedere nuove regole per risolvere il “problema” della pesca sportiva.

Il direttore Domenico Pautasso e la responsabile regionale pesca di Coldiretti Daniela Borriello hanno lanciato un grido accorato: le loro imprese di pesca notano sempre più pescatori sportivi, un esercito che solo in Liguria conterebbe 10.000 sportivi, ciascuno dei quali può razziare il mare prelevando ben 5Kg di pesce al giorno, sostanzialmente rubandolo ai veri proprietari, ossia il migliaio di professionisti dislocato su circa 560 barche da pesa. Coldiretti stima che questi 10.000 sottraggano, di fatto, almeno 2Kg di pescato a settimana, con grave danno per i poveri professionisti, e lamenta lo scarso rispetto delle regole, che porterebbe molti a vendere abusivamente il pescato.

Per queste ragioni, Coldiretti vorrebbe tutelare le imprese di pesca con nuove e più restrittive regole per la pesca sportiva: tesserino, limiti temporali per lo svolgimento dell’attività, obbligo di taglio della pinna… tutte cose già viste nella proposta di legge regionale saltata per aria qualche tempo fa.

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Una calata di cianciolo cancella “legalmente” generazioni di pesci che uno sportivo non prenderà in una vita (foto Apnea Magazine)

Come commentare questa posizione?

Spero che mi si perdonerà un po’ di ruvida franchezza, visto nel manifestare le mie opinioni rappresento solo me stesso.  Dalla mia personale prospettiva di cittadino italiano appassionato di mare e di pesca,la posizione della Coldiretti di Genova e La Spezia ispira le seguenti considerazioni:

    1. Il Mare ed i suoi pesci sono del Popolo italiano, che rinuncia ad una parte dei propri diritti di sfruttamento per cederli generosamente ai pescatori professionisti, al fine di consentire loro di lucrare su un bene comune svolgendo la funzione di servire il pesce sulle tavole degli italiani e sostenere le proprie famiglie.
    2. Di questo dono la pesca professionale ha fatto pessimo uso. Si è comportata come l’invitato a cena che al momento del dessert tira fuori la pistola, rapina gli ospiti e fugge con l’argenteria e i preziosi di casa dopo aver danneggiato a spregio gli oggetti di valore che non può portarsi via. La pesca professionale ha distrutto il Mare con ogni mezzo, legale e illegale, e noi che lo frequentiamo spesso ne siamo continui testimoni!
    3. Ammesso e non concesso che le fantasiose proiezioni di Coldiretti siano realistiche, 20.000 Kg di pesce a settimana farebbero poco più di 1.000 tonnellate all’anno, meno di un quarto rispetto al prelievo totale, posto che l’ISTAT rileva un prelievo complessivo della pesca professionale di 3.400 tonnellate nel 2012. Se fosse chiaro che il pesce del Mare è del Popolo Italiano tutto e se si tenesse conto della crisi che sta colpendo le famiglie si capirebbe che appropriarsi di oltre  ¾ delle risorse è già eccessivo, pretendere anche il restante ¼ è offensivo e inaccettabile.
    4. Parliamo di illegalità, certamente un fenomeno diffuso in Italia. A meno che non si voglia adottare qualche tecnica di classificazione criminologica lombrosiana e stabilire che il pescasportivo, in quanto tale, si caratterizza per una particolare attitudine alla violazione delle norme di civile convivenza, dobbiamo supporre che la percentuale di persone che violano le regole sia uguale nelle due categorie. Ebbene, possiamo fare due rapidi conti sull’impatto dell’illegalità nella pesca marittima. Se 1000 professionisti prelevano oltre 3,2 volte il pescato di 10.000 amatoriali come sembra “lamentare” la Coldiretti, si ha che ogni professionista sviluppa un prelievo pari a quello di di 32,7 amatoriali. Se il rapporto professionisti/amatoriali in termini di teste è di 1 a 10, questo significa che a parità di incidenza percentuale dell’illegalità, il prezzo da pagare in termini di pescato abusivo è 3.27 volte superiore per la pesca professionale. Forse dovremmo controllare meglio anche quest’ultima?
    5. Il tesserino invocato a gran voce esiste da ben 3 anni sul piano nazionale, il fatto è che qui si vorrebbe duplicare su base regionale, sovrapponendo adempimenti burocratici, balzelli, costi di infrastruttura per far contento qualche amico imprenditore informatico e magari usare i denari del balzello per alimentare il baraccone rappresentativo della lobby della pesca professionale, come già visto con gli emendamenti della finanziaria e le proposte di legge in commissione agricoltura alla camera.

Potrei andare avanti ancora un po’, ma quanto esposto mi pare abbastanza per dirlo a chiare lettere ai signori della Coldiretti: non vi sembra di avere una bella faccia tosta?

Come dicevo, le opinioni appena esposte riflettono unicamente il mio pensiero,  per questo mi sono rivolto a Fulvio Calvenzi, Presidente FIPIA (Federazione Italiana Pesca in Apnea), da sempre molto attenta ai temi della tutela dei diritti dei pescatori in apnea dilettanti, per conoscere e diffondere la posizione ufficiale di FIPIA su questa specifica vicenda:

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Fulzio Calvenzi, presidente FIPIA (foto Fipia)

La Federazione Italiana Pesca In Apnea si associa nello stigmatizzare i comportamenti illeciti quali la vendita del pescato e il prelievo eccessivo da parte dei “non professionisti”. Tuttavia, ritiene che il problema sia da affrontare con il contrasto e con la repressione di questi comportamenti illeciti, piuttosto che porre limiti all’attività ricreativa che, in momenti di crisi come quelli attuali, può concorrere anche a soddisfare parzialmente i bisogni alimentari di una famiglia.

La pesca ricreativa mantiene inoltre attiva una filiera di operatori, produttori, commercianti, con un numero di addetti stimato in oltre 15.000 in tutta Italia, a cui sono da aggiungere i comparti del turismo e dei media, per un giro di affari rilevantissimo.

Quanto alle proposte di istituire regolamenti locali, pone invece la sua più ferma opposizione, indicando il MIPAAF come interlocutore primo per la riforma del vetusto e controverso DPR 1639/68 (che regola la pesca non professionale). Solo a valle di questa riforma la F.I.P.I.A. ritiene possibile aprire la discussione a livello locale“.

La posizione di FIPIA è certamente condivisibile ed in linea con ruolo e caratteristiche della federazione, necessario interlocutore delle istituzioni sui temi che riguardano la tutela della categoria.

LEGGI IL COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO DELLE ASSOCIAZIONI DELLA PESCA SPORTIVA

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