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FIPSAS: Presidente e Consiglieri Rinviati a Giudizio, Cosa Può Succedere?

| 21 Ottobre 2019

È trascorso quasi un anno da quando il presidente Matteoli – con l’appoggio degli altri membri del consiglio federale ad eccezione di Allegrini e Giacomini, che si astennero – decise di cessare definitivamente tutte le attività legate alla pesca subacquea agonistica in acque interne. Pochi mesi fa, a sancire il completo fallimento di qualsiasi tentativo di dialogo e mediazione avviato dai lacustri, era arrivata la richiesta di deferimento per tutta la dirigenza, firmata da 6 ASD del nord Italia (originariamente 7, ma poi l’Europa Sporting Club si è defilata).

Le accuse erano piuttosto pesanti, visto che si contestava la violazione di svariati articoli dello statuto FIPSAS, nonché di aver impedito ai tesserati la partecipazione alla vita federale, sottraendosi al necessario confronto sulla decisione, nonostante le ripetute richieste formali. A fine settembre è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal procuratore federale e la contestuale programmazione dell’udienza dibattimentale (fissata per il 25 ottobre prossimo) davanti al Tribunale Federale.

Cosa significhi questo epilogo – che francamente nessuno, men che meno il presidente e i suoi consiglieri, pensavano possibile – cercheremo di spiegarlo analizzando i possibili scenari che potranno sostanziarsi nei prossimi mesi. La posta in gioco è altissima perché, probabilmente, la FIPSAS non è mai andata così vicino al tracollo e all’autodistruzione come in questo caso.

Pessima Pubblicità

Intanto, il primo risultato ottenuto con questa vicenda è quello di aver ottenuto una pessima pubblicità che, se non altro, è gratuita e non andrà a pesare sul bilancio federale, in rosso fisso da tempo. Da La Gazzetta dello Sport a La Verità, fino a Il Corriere della Sera, sono diversi i quotidiani nazionali ad aver ripreso la singolare notizia di un’intera dirigenza mandata a processo.

Della nostra federazione non si può dire che conquisti spesso la ribalta della testata giornalistica per eccellenza, ma questa volta ha fatto sicuramente centro. Che dire, i tesserati hanno davvero di che essere orgogliosi: dopo la Zecchini e il sogno olimpico, sentivamo davvero il bisogno di questo tipo di pubblicità, soprattutto visto il trend di tesseramento degli ultimi lustri.

Una Dirigenza sull’Orlo di una Crisi di Nervi…

La richiesta di deferimento alla Procura Federale ha avuto l’effetto di una poco piacevole doccia gelata per il presidente Matteoli e i suoi consiglieri. Fino a quel momento – molto ingenuamente, bisogna dirlo – nessuno di loro aveva realmente messo a fuoco il fatto che, la loro decisione d’imperio di chiudere con l’agonismo subacqueo in acque interne, potesse costituire una molteplice violazione delle regole dello statuto.

La successiva richiesta di rinvio a giudizio, e la conseguente certezza di finire davanti al Tribunale Federale, li ha svegliati definitivamente e, almeno stando ai rumors dei corridoi federali, li ha letteralmente terrorizzati. Già il fatto di dover affrontare un processo rappresenta un’onta non indifferente, ma se si aggiunge il fondato rischio di rimediare una pesante squalifica (se hanno preso 6 mesi degli agonisti per dei commenti ritenuti offensivi, la violazione delle regole statutarie con annesso plausibile danno alle attività e all’immagine della federazione non è esattamente uno scherzo), il terrore appare comprensibile. Senza contare che tutta questa vicenda si svolge alla vigilia delle elezioni per il nuovo quadriennio olimpico.

L’utopia del No-Kill

La prima reazione, comprensibile, è stata quella di tentare di correre ai ripari. E l’unica strada praticabile era quella di giustificare il provvedimento di cancellazione delle gare di pesca in apnea in acque interne, come il primo atto di una scelta ideologica di ben più ampia portata, che prevedesse per tutte le discipline federali di pesca la pratica esclusiva in regime di NO-KILL.

Tale opzione si è però dimostrata immediatamente impraticabile appena si è valutato di convertire in NO-KILL le gare di  pesca alla trota in torrente, ovvero una delle discipline d’acqua dolce che conta il maggior numero di agonisti tesserati.

L’approccio ideologico si è rilevato per quel che è, un vicolo cieco – cosa che noi di Apnea Magazine sosteniamo con forza da almeno tre lustri. Convertire le gare di pesca alla trota in torrente in no-kill è semplicemente IMPOSSIBILE, in primis dal punto di vista tecnico. Non è possibile utilizzare nasse per mantenere in vita il pescato vista la delicatezza biologica dei salmonidi, men che mai in una pesca di movimento in cui lo spostamento continuo delle nasse aumenterebbe il rischio di morte dell’intero pescato in modo esponenziale.

Non è neanche possibile usare vasche o mastelli per problemi di struttura, di peso, di ossigenazione e di eventuali ricambi d’acqua. Anche l’opzione di pesare o misurare istantaneamente il pescato, per poi procedere al suo rilascio immediato, è impensabile. Organizzativamente richiederebbe un giudice per ogni concorrente, senza considerare che la manipolazione dei salmonidi garantirebbe il rilascio di poveri pesci già morti o destinati a morte certa.

In questo affannato tentativo di salvare il salvabile è emersa, in tutta la sua drammaticità, la scarsa o nulla conoscenza delle discipline federali che questi soggetti dovrebbero gestire sapientemente in ragione dell’incarico ricoperto.

Tanto più che, se anche passare al no-kill fosse una cosa realmente fattibile, andrebbe immediatamente applicato a tutte le discipline agonistiche delle acque interne, inclusa la trota laghetto (di cui dubitiamo che i talebani del no-kill siano così fieri) e poi del mare. Ma questo significherebbe andare letteralmente ad azzerare il bolentino, il surf-casting, la traina e il drifting (queste ultime discipline in cui, ad eccezione del tonno rosso, si trattiene tutto).

Insomma, il presidente Matteoli si è infilato in una scelta ideologica che è concretamente applicabile solo alla pesca al colpo e al carp fishing, e sembra essersene accorto solo ora. Se sia o meno troppo tardi, saranno gli organi di giustizia sportiva a deciderlo.

Cosa Succederà Adesso?

Difficile dirlo con certezza, anche perché si tratta forse della prima volta che quasi tutti i massimi vertici di una federazione iscritta al CONI finiscono sul banco degli imputati. Gli scenari possibili quindi sono diversi, molto variegati e con possibili ripercussioni, da minime a devastanti, per le sorti dell’intera FIPSAS.

Il Cavillo Procedurale

Le regole federali sono chiare e sembrano lasciare poco spazio all’interpretazione: la decisione di sopprimere un’attività federale è materia di competenza dell’Assemblea Generale e non del Consiglio (art. 24 dello statuto). L’unica via di uscita potrebbe essere un cavillo procedurale che permetta di bypassare la discussione di merito, ma… sarebbe una valida soluzione? Onestamente crediamo di no, anzi a nostro modo di vedere un’eventuale “fuga dal processo” costituirebbe la via più breve per il suicidio politico di tutta la dirigenza. Il Tribunale Federale infatti, è solo il primo dei gradi di giudizio e, in caso di insoddisfazione delle società firmatarie dell’esposto, tutta la questione finirebbe quasi certamente dinanzi al tribunale del CONI, materializzando lo spettro del commissariamento federale, passo successivo.

Se qualcuno obiettasse che il tempo utile per impugnare una delibera federale è di 30 giorni, e puntasse su questo elemento per scardinare il procedimento, si deve ricordare che la legge ordinaria non prevede alcun termine (vedi Cass. civ. n. 1408/1993 su art. 23 Codice Civile). A tal proposito, è lecito dubitare che un eventuale dirottamento della questione nella aule della giustizia ordinaria possa convenire a qualcuno.

Una Squalifica pur di Chiudere la Questione

Una squalifica, di qualsiasi entità, sarebbe una pessima medaglia per questa dirigenza, ma potrebbe essere il ragionevole prezzo da pagare per chiudere definitivamente la questione. L’interrogativo però, è un altro: se venisse accertato che la dirigenza ha deliberato al di fuori delle sue competenze (con tutte le conseguenze del caso), quale punizione meriterebbe? È un peccatuccio veniale o siamo di fronte ad una grave violazione delle regole federali, resa ancor più grave dall’importanza della carica ricoperta da chi l’ha commessa? Più o meno grave che “mandare a quel paese” la FIPSAS pubblicamente su Facebook, o utilizzare uno spray nasale senza l’opportuna comunicazione?

In ogni caso, il limite massimo per una squalifica priva di effetti sulla candidabilità ed eleggibilità dei tesserati è di 1 anno. Lo statuto CONI, infatti, stabilisce che per poter ricoprire un incarico ufficiale i membri delle federazioni “non devono aver riportato nell’ultimo decennio, salva riabilitazione, squalifiche o inibizioni sportive definitive complessivamente superiori a 1 anno.”

Ciò significa che un’eventuale squalifica definitiva, superiore ai 12 mesi, precluderebbe al presidente e ai consiglieri ogni possibilità di ricandidarsi per il prossimo quadriennio olimpico.

Peraltro, come fa notare il Corsera, una squalifica impedirebbe non solo il governo della federazione, ma farebbe vacillare la lunga collezione di poltrone che Matteoli ha ottenuto negli anni, la cui più recente e forse anche più “pesante”, è quella di numero uno di Assofederazioni, referente principale di Sport e Salute (l’Ente che distribuisce i contributi alle federazioni), con cui ha da alcuni mesi ha avviato un dialogo al di fuori del Coni.

Bisogna anche sottolineare che una sentenza di squalifica inferiore ai 12 mesi dovrebbe comunque essere associata a un immediato ritiro della delibera di sospensione delle gare di pescasub in acque interne e al ripristino dello «status quo ante», con immediato riavvio dell’attività agonistica. Senza considerare che sarebbe del tutto illogico condannare qualcuno per aver confezionato un atto illegittimo senza annullarne ogni effetto, e un esito così bizzarro spalancherebbe la porta ad una serie infinita di ricorsi che creerebbero alla dirigenza problemi anche peggiori della squalifica.

Infatti, la designazione delle cariche apicali della federazione passa per elezioni, ma anche su questo il regolamento del CONI è molto chiaro, sancendo l’ineleggibilità per tutti colore che: “abbiano in essere controversie giudiziarie con il CONI, le Federazioni, le Discipline Sportive Associate o con altri organismi riconosciuti dal CONI”.

Una Difesa molto Labile

Presidente e Consiglieri, finalmente consci della delicatezza della questione, hanno scelto la strada del silenzio stampa, l’unico comunicato di merito (11 ottobre) rinviava ogni dichiarazione e chiarimento sui fatti accaduti ad un momento successivo alla conclusione del giudizio federale.

Un accenno di difesa però è trapelato dalle pagine de Il Corriere della Sera, nel quale si è tenuto a ribadire che “la sospensione delle competizioni non equivale all’abrogazione della disciplina, perché la cessazione dell’attività di un settore revoca solo l’autorizzazione a un programma precedentemente approvato”.

Se l’italiano ha ancora un significato, a noi sembra arduo riuscire a sostenere in giudizio che le parole “cessare definitivamente”, utilizzate dai vertici federali nel comunicato ufficiale del 9 ottobre 2018, in relazione a “tutte le proprie attività agonistiche, sia nazionali che territoriali (organizzative e partecipative), correlate alla pesca in apnea in acque interne”, possano in qualsivoglia modo configurare una sospesione che, per sua stessa definizione, avrebbe carattere esclusivamente temporaneo.

Staremo a Vedere

Si tratta di una questione spinosa, che presenta tutti i presupposti per un epilogo molto doloroso per la nostra dirigenza, indipendentemente dall’esito finale. Lo scenario poi suggerisce la possibilità di un inasprimento dei toni, fino alla vera e propria caccia al pescatore in apnea lacustre, visto dall’establishment federale come il nemico numero uno della federazione.

A ben vedere sarebbe una reazione tanto inutile quanto stupida. Gli agonisti pesca sub di acqua dolce non sono mai stati il nemico della federazione, hanno semplicemente reagito come un animale messo con le spalle al muro, quando sono stati eliminati perché considerati pochi e insignificanti. Peccato che il presidente Matteoli non abbia realizzato da subito che basta un solo tesserato per mandare letteralmente in frantumi il suo 20ennio di presidenza e, con esso, l’intera federazione.

Restiamo in attesa di ulteriori sviluppi e ci auguriamo di non ritrovarci di fronte ad una sentenza che certifichi al mondo la sciatteria della nostra dirigenza. Sarebbe veramente il colmo dover prendere atto che del fatto che chi prende decisioni nella casa federale lo fa nel dispregio delle regole che la FIPSAS si è data.

Soprattutto per le implicazioni distruttive che questa vicenda può avere, ci auguriamo che il presidente Matteoli, con tutta la dirigenza, possano dimostrare di aver agito nel pieno rispetto delle regole. Ma se così non fosse, al di là di quello che prevedono le regole, riteniamo tutt’altro che peregrina l’idea di chi sostiene che, ragioni di opportunità politica, dovrebbero relegare tutte queste persone alla pratica privata della pesca sportiva, senza più ruoli in questa federazione.

Una Bizzarra Coincidenza

In molti sanno che il presidente Matteoli e il presidente del CONI Malagò sono legati da una lunga amicizia. E, ironia della sorte, proprio in questi giorni, Malagò è finito al centro di uno scandalo che ha riguardato l’elezione del presidente della serie A Miccichè.

Brevemente: Giovanni Malagò, all’epoca dei fatti (marzo 2018) commissario della Lega Calcio, decise di non scrutinare le schede votate per l’elezione del presidente, ma di fare in modo che l’elezione avvenisse per acclamazione, violando così l’articolo 9 comma 8 dello Statuto FIGC, che impone che “tutte le votazioni che riguardano persone devono tenersi a scrutinio segreto”.

L’elezione quindi potrebbe essere dichiarata nulla, portando alla decadenza l’attuale presidente della Lega Calcio ma, soprattutto, Malagò rischia concretamente un deferimento e una squalifica che potrebbe anche costargli la poltrona di presidente del CONI.

A Proposito di Grave Danno d’immagine…

Caro presidente, sorvolando sulla calunniosa giustificazione di aver agito in nome di una generica lotta al bracconaggio, un anno fa lei cancellò una disciplina federale adducendo come motivazione un presunto grave danno d’immagine conseguente alla pubblicazione del pescato di gara: 73 pesci, tra cui una decina di lucci, pescati da 20 concorrenti nel pieno rispetto delle regole che la federazione da Lei presieduta si è data democraticamente.

Oggi, da più parti, riceviamo lamentele riguardo il Campionato Italiano di Drifting per Società che si è svolto a Trani lo scorso 5 ottobre, in una sola giornata a causa delle condizioni meteo avverse.

Gli stessi gruppetti “Internet” dello spinning e del Veneto, esterni alla Federazione, che Lei ha tenuto in gran considerazione per colpire dei fedeli tesserati come i pescatori in apnea “lacustri”, lamentano che, a causa della grande presenza di tonnetti alletterati, alla fine della gara si siano contati circa 150 pesci catturati (trattenuti ovviamente), di peso stimato tra gli 8 e i 12 kg. Circa 1500 kg di pescato raccolto da 26 equipaggi.

Niente da commentare?! 

Col suo provvedimento, ha aperto il vaso di pandora delle accuse e delle recriminazioni reciproche di autentici e più spesso di presunti pescator-ambientalisti, da cui neppure ignorando o nascondendosi potrà sottrarsi a tutte le complicazioni del caso, adesso come intende agire?

Noi a suo tempo, fin dalla polemica col direttore FELTRI de “Il Giornale”, l’avevamo avvisata circa la fragilità e pericolosità delle sue posizioni, assegnandole un cartellino giallo. Ora si rende conto che, proprio a causa di queste posizioni, la Federazione potrebbe non sopravviverle? In tal caso, come verrà ricordata dai posteri la sua presidenza?

Di sicuro noi di Apnea Magazine potremo dire che, in tempi non sospetti, avevamo messo in guardia la presidenza federale, profetizzando le nefaste conseguenze del tentativo di apparire simpatici a certo pseudo-ambientalismo. Comunque finisca questa storia, di certo i dirigenti implicati nella vicenda non ne usciranno bene, così come la FIPSAS nel suo complesso.

I malpensanti potranno dire in ogni caso che questa vicenda prova che l’attaccamento alla poltrona unito all’incapacità politica che rende i dirigenti bandieruole al vento – contraddicendo l’etimo della loro qualifica – finisce spesso per condurre su binari morti, con conseguenze devastanti per tutti i tesserati. Il tempo è galantuomo: staremo a vedere come va a finire.

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