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I tanti volti della pesca in coppia

| 15 luglio 2010 | 0 Comments

Soprattutto nell’ultimo decennio, complice la grande diffusione delle scuole di apnea, nonchè un accesso alle informazioni e una loro capillare diffusione facilitata dal web e dai forum tematici, questo termine è diventato di uso comune per quanto resti per i più un concetto, spesso sinonimo di pesca profonda, e non un reale modo di vivere il nostro sport. Ideale e spesso utopistico bisogna aggiungere, abusato ed erroneamente proposto come l’unica soluzione di pescare in sicurezza sull’onda dello sgomento generato dai drammatici incidenti che ogni anno, specie in estate, tornano a ricordarci che in mare ogni errore si paga caro.

La pesca in coppia non si può imporre ma incentivare, è il naturale coronamento di un percorso che non può in alcun modo prescindere da una lunga serie di pre requisiti, alcuni all’apparenza banali ma fondamentali e, cosa più importante di tutte, non è la bacchetta magica che ingenuamente tanti credono.

La grande cattura non deve far abbassare la guardia (Foto A.Balbi)

Sicurezza e primo soccorso non sono la stessa cosa

“Mai in mare da soli” è stato per un certo periodo il primo dei dieci comandamenti della sicurezza del pescasub, uno slogan diffuso principalmente dalle didattiche dell’apnea e che ha portato molti a credere che il solitario fosse uno spostato cui piaceva giocare alla roulette russa con la propria vita. Alla base di questa errata convizione vi è la sistematica confusione del pronto soccorso con la sicurezza, quella vera. Concetti importanti, complementari ma profondamente diversi.

La sicurezza è l’insieme di tutti quei comportamenti, dettati dall’esperienza, dal buon senso e dalla conoscenza di se, che si mettono in atto, talvolta in automatico, al fine di prevenire potenziali situazioni di pericolo. Il primo soccorso è invece il tentativo di rimediare ad una situazione che testimonia il fallimento della prevenzione su tutta la linea.

Sarebbe comunque sbagliato e noioso affrontare l’argomento solo in chiave negativa o limitando la trattazione all’ assistenza sulla verticale. La pesca in coppia si articola in maniera molto varia e si basa sulla condivisione, su reciproci sostegno e motivazione, sul continuo scambio di impressioni, tutto al fine di rendere la giornata più fruttuosa possibile e non solo dal punto di vista della quantità di pescato.

L’affiatamento è la base di tutto (Foto A.Balbi)

Fattori che spingono ad essere pescatori solitari

Prima di entrare nel merito di come andrebbe condotta la pesca in coppia, bisogna analizzare quali siano le motivazioni che più spesso portano il pescatore a rimanere un cacciatore solitario. Rimanere e non diventare perchè, salvo rare quanto fortunate eccezioni, quasi tutti abbiamo trascorso più giornate solitarie in mare che in compagnia, e probabilmente tutti avremo tra i ricordi esperienze che ci hanno fatto propendere per il continuare ad andare a pesca per fatti nostri.

– Concezione della pesca

Se nella scelta degli amici di tutti i giorni è importante che abbiano un modo di vedere le cose della vita almeno simile al nostro, ancora più importante per quelli di mare, sempre che non coincidano, sarà la concezione della pesca. Difficilmente chi considera una giornata di mare come puro relax dal quotidiano stress lavorativo, si troverà a proprio agio con chi deve pescare per forza a costo di sparare a qualsiasi cosa, consentito o meno, si muova sotto il pelo dell’acqua.

Qualche attrito provocherà la passione per le albate dell’uno e quella per il sonno dell’altro, o peggio ancora, gli sfottò post pescata, tutt’altro che goliardici, di quei personaggi che sanno farti pesare il pesce in più con cui sono riusciti a “batterti” ma, se è successo il contrario, la tua è sempre la fortuna più sfacciata.

Impossibile sarà la convivenza con chi non dimostrerà alcun rispetto per le zone in cui verrà portato, magari fiondandosi avidamente a svuotare una tana buona, o mettendosi a segnare il punto sul proprio GPS senza chiedere il permesso, per poi magari tornarci senza criterio e portandoci chiunque, trasformandolo presto in un deserto.

Per non parlare poi di chi riesce a toglierti ogni tranquillità tirando le apnee, forzando le quote e rischiando oltre il dovuto sentendosi protetto dalla presenza del compagno; o ancora di chi si dimostra assolutamente troppo debole nei confronti delle possibili catture venendo meno al suo ruolo di assistente e mettendo in pericolo entrambi.

– Esigenze molto diverse

Probabilmente avere le stesse abitudini sarà quasi impossibile, ma anche averne di incompatibili non aiuterà la convivenza. Un pizzico di duttilità da parte di entrambi è basilare come il venirsi incontro, ma nel momento in cui le esigenze dell’uno finiscono per essere limitazione o costrizione per l’altro la cosa non può funzionare. Chi è abituato a concludere la giornata di pesca al tramonto, difficilmente si troverà con chi vuole tornare a casa per pranzo.

Sarà quindi fondamentale raggiungere dei piccoli compromessi che permettano ad entrambi di vivere la battuta di pesca come un momento di svago, ma anche di crescita e di divertimento.

(Foto A.Balbi)

Simili ma mai uguali

Differenze e somiglianze, soprattutto caratteriali, in un sodalizio venatorio costituiscono quella sottile alchimia che permette alla coppia di essere in perfetta simbiosi. Se le somiglianze sono necessarie per costruire un rapporto solido, le differenze invece sono la base del confronto e della crescita continua perchè, anche dopo tanti anni di mare, non si finisce mai di imparare, nemmeno dal compagno meno esperto.

Solo due pescatori che partono con l’intento di unire le proprie forze ed esperienze per raggiungere obiettivi che singolarmente sarebbero molto più difficili possono realmente dirsi affiatati e altruisti, due qualità basilari per puntare ad una convivenza duratura all’insegna della consapevolezza che l’amicizia è sempre più importante di un pesce, anche il più bello.

Non è tanto importante che si abbiano le stesse capacità fisiche quanto più scegliere dei siti di pesca che siano all’agevole portata di entrambi, soprattutto per evitare che si finisca per pescare a centinaia di metri di distanza vanificando, non solo un possibile intervento di emergenza, ma anche un confronto da cui potrebbe invece scaturire la corretta chiave di lettura per trasformare la giornata da un probabile cappotto in una discreta pescata.

Le tecniche di pesca

Non tutte le strategie di caccia si prestano allo stesso modo ad essere condotte in coppia, ciò non toglie che è sempre possibile trovare un valido compromesso, anche nel basso fondale dove si è soliti liquidare la presenza del compagno come disturbo. Vediamo come è possibile declinare la pesca in coppia in funzione della tecnica e soprattutto della quota operativa.

Razzolare in coppia è molto produttivo (Foto A.Balbi)

Basso-medio fondo

– Aspetto e agguato

Stare sulla verticale del pescatore appostato significherebbe spaventare le potenziali prede in avvicinamento, diventa quindi necessario modificare i nostri piani tenendo anche conto del fatto che con il drastico diminuire delle quote operative, anche i rischi si riducono senza tuttavia annullarsi. Avanzare paralleli alla costa, distanziati di quel tanto che basta per non intralciarsi, mantenendosi a portata di voce, permetterà un costante e vicendevole controllo, tanto più fruttuoso se si effettueranno tuffi alternati e con tempistica di massima prestabilita.

Le stesse indicazioni valgono per l’agguato, in cui, oltre alle tempistiche sarà necessario stabilire la direzione e la lunghezza del percorso da compiere in immersione.

In presenza di condizioni ostili, quali onda e corrente, può essere vantaggioso alternarsi nel condurre la battuta, scandagliando 50/100 mt di costa a testa mentre il compagno segue a qualche decina di metri senza distrarsi.

– Tana

La pesca in tana e sicuramente quella in cui il fattore disturbo risulta ininfluente o talvolta perfino vantaggioso. In coppia è possibile avere un ritmo più alto di pressione sul pesce, elemento che può permettere qualche cattura in più nel caso ci si imbatta in un drappello di pesci in una spaccatura di passaggio.

Sarà inoltre possibile operare simultaneamente da aperture diverse, sia per colpire due esemplari nello stesso tuffo, sia per organizzare il recupero di un pesce strappato o arroccato in profondità.

– Pesca a vista e razzolo

In queste due ultime evenienze può risultare fondamentale avanzare affiancati ed armati rispettivamente di corto e fiocina e di lungo in modo da potersi scambiare rapidamente le attrezzature in base alla situazione che si presenta.

Il compagno in superficie, quando la visibilità lo permette, è anche in grado di cogliere dei movimenti altrimenti invisibili, può scorgere in quale zona è sgattaiolato un pesce dopo il colpo che ha trafitto il sodale e agire di conseguenza.

 

Inizia la risalita sotto l’occhio vigile dei compagni (Foto A.Balbi)

Pesca profonda

Nella pesca profonda, a prescindere dalla tecnica che venga adoperata, non c’è pericolo di spaventare le possibili prede quindi, stare sulla verticale del compagno, oltre che assolutamente necessario, non è di alcun ostacolo alla pratica venatoria. In questo frangente diventa essenziale saper fare l’assistente di superficie che, contrariamente a quanto molti credono, non significa limitarsi ad attendere il compagno in superficie, ma implica tutta una serie di manovre e di meccanismi che necessitano di un rodaggio e di una profonda conoscenza dell’amico che si assiste.

Fondamentale è la conoscenza dei suoi tempi di apnea, del sito e del tipo di immersione che si appresta ad affrontare. Spesso infatti, anche con acqua limpida, non si riuscirà a mantenere il contatto visivo e sarà fondamentale distinguere tra un possibile imprevisto e un’apnea prolungata ma sempre entro la normalità del soggetto.

Il subacqueo in risalita andrà intercettato ad una quota prossima ai 10 mt e seguito fino alla supeficie, fissandolo negli occhi e cercando di cogliere anche il minimo segno di scarsa lucidità in modo da poter intervenire prontamente facendolo riemergere. Una volta a galla bisognerà sincerarsi che il nostro compagno respiri correttamente, samba e sincope possono colpire anche a galla e nonostante la respirazione sia già ripresa.

Da questo momento in poi è necessario il recupero in superficie, per entrambi visto che entrambi hanno fatto un’immersione anche se quella dell’assistente è stata molto meno impegnativa, per poi pianificare un nuovo tuffo, questa volta a ruoli invertiti. Mai trascurare che, soprattutto nella pesca profonda, i tempi di recupero devono essere almeno doppi, meglio tripli, di quelli di apnea. Imperativo pescare con un solo fucile visto che le manovre che deve compiere l’assistente richiedono totale attenzione focalizzata sul compagno, la minima distrazione può essere fonte di guai.

Cenni di soccorso

Senza mai tralasciare il soccorso è importante sapere che l’avere le stesse capacità apneistiche, senza un’adeguata preparazione di soccorso, spesso non basta. A chiunque sarà capitato di non riuscire a scendere rilassato dopo aver visto una bella preda sotto le pinne, o di dover attendere il passare del batticuore prima di poter recuperare il trofeo tanto agognato. Un compagno in chiara difficoltà sul fondo può scatenare delle reazioni molto più violente, tali anche da rendere impossibile o estremante pericolosa la discesa anche se a quote che in condizioni normali sono tutt’altro che proibitive.

Il soccorso richiede un minimo di pratica (Foto A.Balbi)

Per quanto decrivere una metodica di soccorso sia molto più facile che metterla correttamente in pratica, è importante sapere come agire, almeno in linea teorica, soprattutto perchè nelle situazioni di pericolo l’istinto non sempre dà delle indicazioni ottimali, e senza mai dimenticare che non siamo medici.

Premesso che statisticamente la sincope colpisce maggiormente negli ultimi metri di risalita e che l’intervento si limita a fare in modo che il subacqueo completi la riemersione e a tenerlo con la testa fuori dall’acqua in caso di perdita di coscienza, è anche utile sapere cosa fare nel caso in cui un simile incidente avvenga sul fondo.

Recuperare un corpo inanimato tramite una cima o la sagola del pallone, che è sempre raccomandabile fissare in cintura mediante pedagno specie in caso di visibilità precaria per consentire al compagno in superficie di seguire i nostri movimenti e, all’occorrenza, di individuarci rapidamente, può essere impresa ancora fattibile se condotta da sopra un natante, da persona molto robusta e ammesso che la profondità sia molto contenuta, entro i 10/15 mt. Oltre diventa impossibile a causa della pressione idrostatica e deglli attriti idrodinamici.

L’unica possibilità, estramente rischiosa anche per il soccorritore, resta quella di raggiungere il compagno, liberarlo e liberarsi (mai il contrario!) della zavorra, afferrarlo da dietro facendo passare le braccia sotto quelle dell’infortunato, sostenere con entrambe le mani il viso, iniziare la risalita. Questa manovra serve per contenere eventuali reazioni scomposte e involontarie del sincopato ed è fondamentale per non aggiungere altri rischi ad una manovra già estremamente dispendiosa in termini energetici e per questo potenzialmente fatale anche al soccorritore.

Da questi brevi cenni si comprende bene come affidarsi totalmente al compagno significhi in realtà essere doppiamente incoscienti e spostare pericolosamente il confine, trasformando il soccorritore in una potenziale seconda vittima. In mare bisogna sempre comportarsi come se si fosse soli e si potesse contare solo ed esclusivamente sulle proprie risorse. E’ chiaro anche come le manovre di recupero e primo soccorso siano tutt’altro che intuitive e sarebbe opportuno, almeno un paio di volte l’anno, esercitarsi nella loro corretta esecuzione.

Strategie con mezzo di trasporto

Essere in due permette, oltre che di avere un barcaiolo che ci segue in gommone, anche di mettere in atto delle strategie volte ad esplorare lunghi tratti di fondale con un contenuto dispendio di energie, magari volgendo a proprio favore delle condizioni diversamente poco vantaggiose.

Un capace barcaiolo è determinante (Foto A.Balbi)

– Staffetta con gommone

Su fondali che presentano pochi agglomerati di roccia e in cui è necessario percorrere dei lunghi tratti di perlustrazione in superficie, può essere molto utile pescare utilizzando il gommone come staffetta. Uno dei due compagni si cala in acqua mentre il secondo prosegue per una distanza prefissata per ancorare e scendere a sua volta e proseguire a pinne lasciandosi il battello alle spalle. Quando il primo raggiungerà l’imbarcazione, lo passerà a riprendere per continuare ad oltranza sulla stessa direttrice oppure decidere di spostarsi completamente. Va da sè che, proprio per risparmiare energie, questa tecnica và impiegata in assenza di corrente, potendo così scegliere a piacimento la direzione di spostamento, oppure sfruttandola facendosi trasportare e dovendo così seguire una direzione preferenziale.

– Alternarsi a fare da barcaiolo

In caso di corrente sostenuta, e quindi di fronte alla possibile difficoltà di calibrare con esattezza i propri spostamenti, è più vantaggioso e prudente farsi seguire dal compagno a bordo del natante, sempre pronto ad intervenire per ogni evenienza, dal recupero di una preda, al marcare un punto fino al riportare il sub a monte di corrente quando necessario.

Per quanto non prescritto dalla legge sarebbe auspicabile che il compagno in acqua, anche se molto vicino al gommone, sia segnalato da una boa. Questo permette una più facile individuazione da parte del barcaiolo, soprattutto in condizioni quali onda formata oppure vento e corrente che fanno scarrocciare il mezzo nautico molto più rapidamente dell’uomo immerso, con il risultato di potersi trovare nello spazio di una sola apnea, distanti dal mezzo e poco visibili.
Delle piccole accortezze da impiegare sono quelle di seguire al minimo, senza accelerazioni improvvise quanto allarmanti per i pinnuti, pronti a spegnere il motore ad un cenno del compagno in acqua; come anche imparare a disporsi sottovento per non disturbare respirazione e ventilazione con i fumi di scarico.

– Pesca da terra con due macchine

Una variante della staffetta con il mezzo nautico, in mancanza di un’anima pia che ci possa lasciare in un punto e venirci a riprendere, ad una data ora, a qualche chilometro di distanza, consiste nell’utilizzo di due automobili. La prima sarà parcheggiata in quello che avremo deciso essere il luogo in cui uscire, mentre la seconda sarà quella con cui, in due, raggiungeremo il punto di partenza. A battuta di pesca conclusa torneremo a recuperare il mezzo dell’amico.

Esattamente come per la staffetta nautica, anche questa metodologia si presta alla perlustrazione di lunghi tratti di fondale, specialmente di bassofondo e in inverno, sfruttando il favore della corrente se presente e non costringendo ad estenuanti pinneggiate per risalirla o a lunghe camminate con tutta l’attrezzatura sulle spalle, magari sferzati dal gelido maestrale dicembrino.

Diversamente da quest’ultima però richiede una pianificazione molto più mirata e una conoscenza delle correnti molto più precisa perchè i punti di ingresso e di uscita saranno obbligati e dovranno essere scelti con metodo. Può essere quindi un rischio impostarla su zone poco conosciute e basandosi solo su sensazioni personali, non bisogna dimenticare che esistono zone in cui, dopo giorni di vento, anche non particolarmente forte, si generano delle sostenute correnti di direzione opposta, contrariamente a quanto sarebbe logico pensare.

Itinerario da terra con due auto pianificando ingresso e uscita (Fonte: Google Map)

Raccomandazioni

Trovare un vero compagno di pesca è tanto difficile quanto è facile perderlo a causa di comportamenti sbagliati. Pescare in coppia significa condividere tutto, dalle emozioni agli spot di pesca, passando per le delusioni e i cappotti più brucianti. Una bella amicizia non vale la pena di essere rovinata per gelosie, invidie e ingordigia, per questo dare e ricevere costante rispetto è basilare, come non tradire mai la fiducia reciproca che un’uscita dopo l’altra si cementa. Mai fare a gara per chi fà il primo tuffo, mai rubarsi i punti e soprattutto mai tornarci da soli o peggio con terzi senza che lo “scopritore” ne sia informato e d’accordo. Mai essere troppo deboli verso le catture rischiando l’incolumità propria e del compagno, mai buttarla sulla competizione ma piuttosto sulla sana goliardia che può rendere divertente persino una fredda e deserta giornata di marzo. In mare la fiducia deve essere cieca e ci si deve capire al volo, molto forse deriva dalle simpatie a pelle, ma è altrettanto importante pensare sempre al plurale e mai solo per sè stessi.

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