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AMP e Pesca sub: il Dossier del Ministero dell’Ambiente

| 9 marzo 2014 | 2 Comments
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Nell’articolo Aree Marine Protette e Pesca sub abbiamo cercato di fare chiarezza sulla vera natura del divieto di pesca subacquea nelle AMP, rimandando ad un distinto contributo l’analisi del dossier ministeriale che da anni sostiene il divieto assoluto di ammettere la pesca in apnea all’interno delle aree protette. E’ venuto il momento di analizzare questo documento per verificarne i contenuti e soppesarne la caratura. Chi volesse leggerlo, può farlo cliccando sul seguente link: La pesca subacquea nelle aree marine protette.

Prima di analizzare il documento, facciamo un brevissimo riassunto delle puntate precedenti:

a) la legge sulla difesa del mare n° 979 del 1982 introduce il concetto di riserva marina e indica un primo lotto di 20 “aree di reperimento”, vale a dire tratti di mare suscettibili di tutela con lo strumento della riserva marina. La legge chiarisce che l’attività di pesca sportiva esercitata con qualunque mezzo può ben essere soggetta a limitazioni all’interno delle riserve marine;

b) nel 1986 viene istituita la prima riserva marina italiana, quella di Ustica. Nessun pregiudizio per la pesca in apnea, che risulta ammessa in zona C. Nelle aree marine istituite da questo momento fino al 1997, anche dopo l’avvento della legge quadro sulle aree protette 394/91, la pesca in apnea viene talvolta proibita (es: Miramare) ma spesso consentita o, almeno, resa suscettibile di regolamentazione (Capo Rizzuto, Tremiti, Ciclopi, Cinque Terre, Punta Campanella);

c) il 1997 è l’anno in cui viene istituita l’ultima AMP in cui la pesca in apnea risulta suscettibile di regolamentazione da parte dell’ente gestore. Dopo di allora, tutti i decreti istitutivi che hanno istituito nuove AMP o che hanno revisionato gli atti originari (ad es: Cinque Terre, Ciclopi, Capo Rizzuto) hanno previsto il divieto assoluto di pesca in apnea su tutta la superficie dell’AMP con un’anticipazione del giudizio che in precedenza veniva spesso delegato all’Ente Gestore. Unica eccezione: il Regno di Nettuno, in cui la foga dell’allora Ministro Pecoraro Scanio finì, paradossalmente, per dar vita al decreto meno talebano nei nostri confronti da almeno un decennio. Chiaramente, questa dimenticanza non ha avuto conseguenze pratiche, posto che la bozza di regolamento predisposta dall’Ente Gestore, che prevedeva una regolamentazione della pesca in apnea, è stata epurata e solo dopo approvata dall’apparato burocratico ministeriale.

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Ebbene, la progressiva chiusura pregiudiziale verso la pesca in apnea è stata consacrata dal Dossier in oggetto, un documento in cui i burocrati ministeriali hanno raccolto una serie di “prove” della incompatibilità della nostra disciplina con le esigenze di tutela ambientale perseguite dalle aree marine protette.

Proviamo a riassumere per punti il contenuto del Dossier, tornando anche su argomenti già affrontati nella prima parte dell’articolo.

L’articolo 19 comma 3 della legge quadro 394/91 prevederebbe un divieto generale di pesca in apnea nelle aree marine protette salvo deroga espressamente prevista dai decreti istitutivi o dai regolamenti attuativi delle singole aree protette.

Non è vero che il divieto discende dall’articolo 19 comma 3 della Legge 394/91, ossia la legge quadro sulle aree protette. E’ vero che tale legge vieta tutte le attività impattanti, quindi anche la pesca subacquea, ma prevede che il Regolamento previsto dallo stesso articolo 19 al comma 5 possa introdurre deroghe. Diversamente, non si capirebbe come mai il divieto di uccisione e cattura dovrebbe valere per i soli pescatori in apnea e non anche per tutti gli altri, professionisti o sportivo/amatoriali ammessi al prelievo all’interno delle AMP.

Nonostante i fucili subacquei non siano armi in senso proprio, in quanto mezzi di offesa automatici capaci di una notevole pericolosità anche a distanza e spesso usati in modo improprio e volontario, secondo il dossier sarebbero da considerarsi tali ai fini del divieto di introduzione di armi nelle aree protette. Si tratta di un discorso inaccettabile, che tende a sovvertire l’ordinamento giuridico e a distorcerne le norme per dimostrare un teorema indimostrabile. Tra l’altro, non si capisce perché ci si concentra sul termine “armi” quando la legge proibisce anche l’introduzione di “ogni altro mezzo distruttivo e di cattura“.

Il Dossier prosegue ricordando che nelle AMP italiane la pesca in apnea è quasi sempre vietata, con poche eccezioni, e aggiunge che “in quelle realtà dove esiste una forte tradizione di pesca subacquea sportiva, le istruttorie tecniche attuali tendono ad escludere dal perimetro dell’area marina protetta tratti di fondale e di costa dove tale attività si possa esercitare liberamente”. Come a dire: meglio escludere un tratto di mare dall’AMP che permettere la pesca in apnea all’interno della superficie protetta… meglio non tutelare affatto che ammettere la caccia nel parco?

Si passa poi all’analisi della situazione all’estero, in cui, secondo il dossier “l’attività di pesca subacquea sportiva è vietata nella maggior parte delle aree marine protette internazionali“. L’eccezione più rilevante sarebbe la riserva naturale delle Bocche di Bonifacio, proprio dietro l’angolo, dove la pesca in apnea sarebbe autorizzata in quanto fortemente regolamentata con una licenza… mentre in Italia tale licenza mancherebbe all’appello. Come l’esistenza di una licenza possa rendere l’attività maggiormente compatibile con le esigenze di tutela non è dato sapere… l’argomentazione appare priva di qualsivoglia senso compiuto. Il problema è tutto italiano: mentre all’estero le leggi vengono fatte rispettare e basta, in Italia si è sempre a caccia della nuova legge che possa finalmente riaffermare la legalità… anche se sono decenni che questa politica si rivela fallimentare e penalizzante unicamente per i cittadini onesti, quelli cioè che la legge la rispettano con o senza controlli efficaci.

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Per analizzare le ragioni del divieto di pesca sub nelle AMP internazionali si cita un dossier realizzato dall’agenzia egiziana per gli affari ambientali e la commissione europea in cui si dice che l’attività di pesca subacquea può alterare l’equilibrio del reef. Ancora, si cita il caso delle Antille Olandesi, in cui la pesca subacquea è vietata perché i fucili da sub sono considerati armi e ne è proibito il possesso ed il trasporto dal 1971. Non si capisce come l’impatto su ambienti peculiari ed esotici come le barriere coralline oceaniche possa essere trasposto nella realtà dei nostri mari con tanta semplicità… o forse sarebbe meglio dire faciloneria.

Si passa poi alle motivazioni legate all’impatto ambientale dell’attività, con un esordio molto deciso: “va posto in evidenza il fatto che tale attività determina la locale riduzione del numero di esemplari delle specie ittiche, e questo sia a causa del prelievo effettuato sia a causa del disturbo arrecato all’ambiente“. Per dimostrare l’assunto, si cita uno studio effettuato su barriera corallina in cui si sottolinea come la pesca subacquea costituisca un elemento in grado di indurre nei pesci un comportamento caratterizzato da maggiore diffidenza e circospezione. Premesso che va benissimo creare delle zone con effetto acquario, certamente NON naturale, non si capisce perché si senta l’esigenza di creare questo effetto sull’intera superficie delle AMP italiane, spesso smisurate, quando i punti di immersione in cui sarebbe economicamente importante ottenere effetti coreografici a base di pesci “confidenti” si concentrano in piccole zone circoscritte. Soprattutto, non si capisce perché si ritenga che la scarsa diffidenza verso l’uomo, che in natura è un predatore, sarebbe più naturale rispetto alla diffidenza… misteri dell’ambientalismo o semplice visione desueta di una protezione sotto la campana di vetro molto comoda per certe attività commerciali basate sull’escursionismo subacqueo?

Il dossier taglia corto “chiarendo” che il dato generale che emerge dagli studi in materia (quali non è dato sapere) è che densità, il valore di biomassa, le taglie medie delle specie da scogliera e la biodiversità sono superiori nelle aree marine protette ove è vietata la pesca subacquea sportiva rispetto alle zone in cui tale attività è permessa. A quanto ci risulti, però, ciò non si verifica dietro l’angolo… nel parco internazionale delle bocche di Bonifacio, dove la biomassa nell’area corsa in cui la pesca in apnea è ammessa è molto superiore rispetto a quella dell’area de La Maddalena dove invece la pesca in apnea è fortemente limitata. Ci risulta che l’aumento della biomassa sia un fenomeno osservabile solo nelle aree no-take, non anche in quelle in cui si consente il prelievo di professionisti e pescatori dilettanti di superficie. Tra l’altro, resta da stabilire quanto questo aumento sia reale e quanto, invece, sia semplicemente frutto di uno spostamento della fauna verso un’area meno disturbata, con conseguente impoverimento delle aree circostanti, come sembra suggerire il rapido aumento di esemplari di età ben superiore a quella della zona protetta.

Per suffragare la tesi della dannosità della pesca in apnea, si tirano fuori una serie di argomenti in ordine sparso, dando peso significativo ai rilevamenti visuali fatti dentro e fuori le aree aperte alla disciplina. Fortunatamente, gli stessi estensori fanno accenno al dubbio di fondo, ossia che i maggiori avvistamenti possano essere favoriti dal fatto che laddove i pesci non vengono cacciati in apnea, ma magari vengono nutriti, tendono ad essere meno diffidenti. Si citano ricerche fatte in Florida, sul Mar Rosso, in Nuova Zelanda, in Kenya e infine in Australia…. ma qualunque biologo marino sa bene che non si possono prendere ricerche fatte nel contesto A per applicarne le risultanze in un contesto B, rilievo già fatto poco sopra ma che è il caso di ribadire.

In un passaggio ricco di enfasi, il dossier spiega poi l’effetto “polmone” delle AMP solo per dire che l’attività di pesca sportiva in apnea all’interno dell’area marina protetta potrebbe compromettere seriamente tale funzione con effetti negativi dentro e fuori della riserva. Da dove discenda questa verità non è dato sapere, né si capisce perché il prelievo di professionisti e dilettanti ammesso nelle AMP italiane non dovrebbe impattare in misura maggiore.

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Il Dossier inizia poi a snocciolare argomenti un po’ più comprensibili, per quanto singolari: l’area marina richiama gli appassionati del mare, ivi compresi i pescatori subacquei, con un conseguente aumento potenziale dell’impatto, e studi dimostrano che alla fine, proprio per l’attrattiva delle AMP e l’aspettativa di una maggiore ricchezza di prede, la pressione di pesca finisce per essere superiore nelle AMP in cui è consentita rispetto alle aree esterne alle AMP. Probabilmente è vero che l’AMP evoca l’idea di una maggiore presenza di prede e che, pertanto, possa attirare i pescatori sportivi: si chiama turismo! Per evitare una pressione eccessiva, sarebbe sufficiente introdurre una regolamentazione articolata e magari ridimensionare grandemente o eliminare il prelievo professionale, come tale senza particolari limitazioni. Ma si sa, le mattanze dei professionisti sono “pesche miracolose“.

Il Dossier prosegue poi con la vecchia storia dell’alterazione dell’equilibrio dei sessi nei serranidi e negli sparidi, un fatto che a noi che i pesci li conosciamo da vicino… non consta. La verità è che mediamente i biologi non hanno la più pallida idea della popolazione di cernie o di altre specie costiere, perché il visual census non è un metodo di osservazione efficace…. e qualunque pescatore in apnea potrebbe dimostrarlo, come in realtà è già stato dimostrato. Si giunge così a parlare dell’impatto della pesca subacquea lungo le coste italiane, chiarendo in incipit che di studi scientifici ce ne sono pochi. Usando i dati delle competizioni FIPSAS si giunge a calcolare un prelievo pro-capite di 80-100 Kg l’anno, una stima assolutamente arbitraria e priva di ogni senso e fondamento scientifico.

Infine, si arriva alle vere questioni: gli aspetti socio-economici. Si parte con una considerazione banale e ipocrita al tempo stesso: un pesce vivo rende più di un pesce morto da un punto di vista turistico. Non si capisce, però, perché il pesce ucciso con la fiocina o l’arpione valga più di quello asfissiato con le reti o pescato con la lenza. Si dice, ancora, che la pesca subacquea tende a sottrarre risorse e quindi compete con quanti praticano la pesca professionale. Vero, ma non più di quanto competano tutti gli altri pescatori dilettanti, a meno che non si voglia sostenere che il pesce prelevato con la lenza sia d’altro tipo rispetto a quello arpionato o fiocinato.

Infine, l’argomentazione più insopportabile: le AMP attirano turisti che vogliono l’effetto acquario e la pesca in apnea potrebbe costituire un problema in quanto indurrebbe atteggiamenti elusivi nei pesci, rendendo lo spettacolo meno appetibile e impattando negativamente sull’afflusso turistico. Pian piano si arriva a dirlo chiaro e tondo: “una AMP in cui è permessa la pesca subacquea non è una buona promozione verso i turisti che pensano ad essa come a un luogo in cui la protezione della natura abbia il ruolo determinante”.

Ecco: diciamolo chiaramente! La pesca in apnea, la caccia subacquea, “fa brutto“, non è “politically correct“. Va bene asfissiare i pesci, va bene prelevarli senza limiti, va bene al limite allamarli, portarli un po’ a spasso con l’amo in bocca e poi rilasciarli… sono attività che da un punto di vista emozionale non impattano negativamente… ma il fucile, la caccia… sporcano l’immagine di facciata delle AMP.

Ciliegina sulla torta, che ci porta alle conclusioni, la considerazione finale: dato che la sorveglianza nelle AMP è insufficiente, si fa prima a proibire la pesca in apnea che a regolamentarla… anche perché poi le regole qualcuno le dovrebbe far rispettare e non ci sono risorse. La domanda sorge spontanea: per le altre attività impattanti ammesse e regolamentate, invece, le risorse per i controlli efficaci ci sono?

In conclusione, il Dossier riassume i vari punti già esposti per il verdetto finale: in considerazione della carenza di dati quantitativi sulla pratica della pesca subacquea in un’area marina protetta, nonché dell’assenza di una licenza di pesca subacquea in apnea, si ritiene opportuno applicare il principio di precauzione in base al quale, in assenza di regolamentazioni specifiche del settore e di prove scientifiche certe che attestino la possibilità di poter svolgere tale attività all’interno di zone protette, è necessario comunque adottare misure di tutela restrittive in tal senso.

Tutto chiaro? Non ci pare… perché se davvero fosse come dice il Ministero, allora vorremmo vedere le ricerche scientifiche che attestano la possibilità di praticare non solo pesca professionale e sportiva di superficie, ma anche l’attività subacquea e tutte le altre attività impattanti ammesse e regolamentate nelle aree marine protette italiane.

Ci paiono molto centrate le considerazioni elaborate da FIPIA e trasfuse in una lettera inviata nel 2011 al Ministero dell’Ambiente: il Dossier del Ministero appare un documento finalizzato alla dimostrazione di un teorema precostituito sulla pesca in apnea, trattata come la sola forma di prelievo in competizione con la pesca professionale e causa dell’impoverimento del mare. Il documento attinge  dati scientifici presi da contesti completamente diversi, li mescola con pregiudizi e rappresentazioni parziali della realtà dopo aver accuratamente messo sotto al tappeto le verità più lampanti, come ad esempio l’indicazione delle dimensioni ideali di un’AMP funzionale, che deve essere piccola (200-2000 ettari) e non sconfinata come le nostre (il solo Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano interessa 56.766 ettari a mare), e mira ad offrire sponda ad un pregiudizio di comodo.

Ad oggi tutti i tentativi di combattere l’ingiusta esclusione della pesca in apnea dalle AMP si è scontrata con il pregiudizio cristallizzato in questo documento, che non a caso ho definito il Diktat dell’apparato burocratico ministeriale. Il sospetto di fondo è che il divieto di pesca in apnea serva a dimostrare che la tutela dell’ambiente nelle AMP si fa sul serio…. fatto di cui si potrebbe dubitare qualora si analizzassero i divieti per le altre attività impattanti. Sotto questo profilo, le AMP ci devono molto: se non ci fossimo noi, chi dovrebbero immolare sull’altare della tutela ambientale? A chi potrebbero mai pestare i calli?

Chiedendo scusa per il solito abuso della vostra pazienza, mi accingo a chiudere con una considerazione che vuole introdurre la terza ed ultima parte di questo articolo sulle AMP: alla luce della situazione sin qui analizzata, non c’è proprio niente da fare? Pur non essendo ottimista di natura, direi che la situazione attuale potrebbe essere recuperabile, perché non mancano segnali che lasciano sperare in una riapertura del dialogo. Non mi riferisco all’esito di (più che opportuni!) ricorsi ancora pendenti come quello proposto da AAMPIA contro l’AMP Secche della Meloria, o almeno non solo a questo, quanto ad un quadro generale in cui sembra maturare sempre più la convinzione che la nostra categoria sia stata oggettivamente penalizzata oltremodo, che la nostra reazione sia in qualche misura giustificata e che il conflitto meriti una soluzione rispettosa anche dei nostri diritti.

Ma cosa possiamo fare in pratica, quali sono le strade percorribili per tentare di riaprire la questione e magari giungere ad una soluzione meno infamante e penalizzante per i pescatori in apnea? E’ questo l’argomento che affronteremo nella terza e ultima parte dell’articolo. Come sempre, potete arricchire i nostri orizzonti condividendo le vostre osservazioni con i commenti qui sotto o, se preferite, nel forum di discussione o sulla nostra pagina facebook.

 

AMP e Pesca sub: il Dossier del Ministero dell’Ambiente scritto da Giorgio Volpe media voto 4.4/5 - 5 voti utenti

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Category: Approfondimenti, Articoli, Normativa

Commenti (2)

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  1. Marco scrive:

    Prima di continuare a fare Amp senza senso vediamo di fare delle regole intelligenti che permettano lo sfruttamento delle aree anche da parte di noi pescatori in apnea!!!!

  2. Lorenzo Cioffi scrive:

    ciao a tutti
    stiamo combattendo per evitare l’istituzione dell’AMP del Conero (Ancona) vi chiedo un aiuto!
    per favore firmate questa petizione, ci vuole solo un minuto e per noi vale molto!
    http://www.activism.com/it_IT/petizione/area-marina-protetta-del-conero-no-grazie/55815

    grazie!

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