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Video Pescasub: Aneddoti e…cernie (parte 2)

| 20 novembre 2014 | 0 Comments
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Un agguato è andato a buon fine (foto V.Valenti)

Catania, primi giorni di ottobre 2014: finalmente un po’ d’acqua più pulita rispetto ai 5-6m di visibilità che quest’anno sono stati una fastidiosa costante.
 A rendere piacevoli le immersioni c’è anche un termoclino posto a circa 35m di fondo ed una temperatura in superficie di circa 25° C. 
Per contro, con queste condizioni ed in questa zona, spesso, le cernie più belle si trovano in profondità, ma come avviene alla fine dell’estate, sto bene e posso operare a batimetriche che ho preferito frequentare pochissimo nei mesi precedenti per ragioni di sicurezza.
 Decido di andare a visitare il sommo di una “praga” che da 30m sprofonda a 36-37 sul versante rivolto verso terra, e attorno ai 50, sul versante esposto verso il largo; un posto che per la vicinanza di alti fondali rocciosi, la presenza quasi costante di corrente e di una grande quantità di mangianza, riserva talvolta delle piacevoli sorprese per quei pescatori che, in apnea, riescono a pescarci all’aspetto o, ancora meglio, all’agguato.

Sceso sulla verticale del sommo di questo “dito” lavico proteso verso il largo, decido di strisciare fino al bordo del versante nord e vi trovo moltissima mangianza ed un branchetto di 5 dotti piccoli; decido di ignorarli e di proseguire l’agguato (secondo un detto locale, “vita chiama vita”, e questa, tra l’altro, è zona di cernie brune…).
 Proseguo l’agguato verso il lato est – quello rivolto verso il largo – del monolite e finalmente intravedo il muso di una cernia di 8 kg che si eclissa quasi completamente, poi fa per girarsi cercando di scomparire in tana: con un colpo da buona distanza la centro nel terzo posteriore e mi accorgo che, a causa della lunga asta che l’ha trafitta per traverso, non riesce ad entrare ed è rimasta con metà corpo fuori dalla tana.
 Non essendo però certo di averla trapassata, faccio filare il sagolino del mulinello, raggiungo rapidamente la superficie ma stavolta non metto il pesce in trazione; non mi fido a tirare e penso che devo immediatamente doppiarla con un secondo colpo.

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Sulla sinistra i dotti ignorati durante l’agguato (foto F. Bertuccio)

In superficie carico il secondo fucile, un 100, ma considerato che il tuffo precedente è avvenuto a 33 m, anche se sento di aver recuperato in poche decine di secondi, effettuo una sosta di una durata almeno tripla rispetto al mio tempo di permanenza sul fondo.
 Scendo di nuovo, non appena il pesce avverte la mia presenza dà qualche scodata e riesce ad entrare in tana portandosi dietro l’asta, ma ne vedo ancora il codolo, all’imboccatura, venir fuori da una nube di sospensione che mi impedisce di localizzare il pesce.
 Temo che al tuffo successivo troverò un’asta vuota: perchè prima non riusciva ad entrare ma adesso c’è riuscito? Probabilmente sbattendo si è lacerato la carni ed io devo fare qualcosa subito!

Allineo il fucile con la porzione di codolo che sporge dalla sospensione e sparo “a stima”, immaginando la possibile posizione assunta del pesce in tana.
 Fortunatamente lo centro, tiro l’asta verso di me e con piacere mi accorgo che anche la tenuta è ottima, per cui posso risalire con più serenità filando il sagolino del mulinello e finalmente mettere il pesce in tensione con la boa.
 Al terzo tuffo, giunto sul fondo, illumino l’interno della tana (non c’è più sospensione) e vedo il pesce, in fondo, con entrambe le aste conficcate nel terzo posteriore: dò uno strattone, viene fuori ed io risalgo tranquillo, dato che la forte tensione esercitata dalla boa in superficie impedisce al pesce di tornare in tana.
 Da  galla, come di consueto, procedo al recupero di questa preda ed alle riprese che ormai sono diventate un simpatico rito.

Ultimi giorni di settembre 2014: mi trovo in acqua assieme all’amico Andrea (per l’occasione in versione compagno di pesca e non di allievo di corsi ed allenamenti, com’era consuetudine fino a pochi mesi fa) e la zona di caccia, una franata di massi ciclopici che si perde nel blu delle Eolie, è di quelle che promettono belle emozioni. Ma un problema “rovina” questo scenario: la corrente sembra quella di un fiume e per stare fermo sulla verticale di un masso sono costretto ad avvalermi dell’aiuto di un acquascooter tenendone il motore al minimo!
 L’anno scorso, sempre qui, una bella cernia di oltre 10 kg si fece beffa di me perchè, complice la corrente ed i 25m di visibilità (in assenza di massi o punte che coprano la discesa del sub, vale solitamente la regola che più l’acqua è limpida e più le probabilità di cattura sono direttamente proporzionali alla lunghezza degli agguati), non riuscii ad eseguire un percorso sufficientemente lungo per portarla a tiro e dovetti concludere la mia apnea osservando il pescione che scodava verso un anfratto inespugnabile non appena mi vide staccarmi dal fondo.

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La grossa cernia del racconto (foto S. G. Ruta)

Quest’anno però sono più allenato, e soprattutto, conosco meglio le abitudini delle prede locali (tutt’altro che facili come si potrebbe pensare).
 L’agguato, stavolta, è preparato meticolosamente in superficie per essere lungo e a favore di corrente. Dopo un certo tragitto percorso a fil di roccia, sui 25m di fondo, decido di “scapolare” un massone che reputo interessante, per poi dare un’occhiata al cono d’ombra di un altro masso posto a pochi metri di distanza.
 Nell’oscurità non c’è nulla ma in compenso, dal lato di terra, ecco spuntare, quasi avessimo un appuntamento, prima il muso, poi il fianco ed infine tutto il corpo di una cernia di quasi 14 kg.
 Ci separa un tratto che non mi garantisce adeguata copertura, il pesce è distante una decina di metri e per di più si accorge di me posizionandosi “di muso” per un istante: l’ho persa, penso, perchè adesso si gira e s’intana nella direzione da cui è venuta.

Invece no, si gira ma nella direzione opposta, dirige verso un altro masso che fortunatamente si trova quasi a tiro del mio fucile, lascio la mia postazione e striscio più verso l’ipotetica tana che verso il pesce, in modo da tagliargli la strada: ci riesco e lo centro vicino la testa, un po’ in alto, ma la tenuta è ottima e per fortuna l’asta si mette di traverso impedendo al pescione di intanarsi.
 Risalito in superficie chiedo immediatamente ad Andrea di passarmi la boa per mettere il pesce in trazione (non si sa mai), poi ridiscendo per un secondo colpo che lo centra in testa (ma non la fulmino…schiappa che sono…), ed al terzo tuffo, finalmente, libero la prima asta che il pesce aveva incastrato all’imboccatura della tana, stacco la preda dal fondo di alcuni metri e concludo la cattura seguendo il consueto copione: sagolino filato e tranquillo recupero dalla superficie.
 Prendere un pesce ambito e impegnativo è sempre bello, ma lo è ancora di più quando queste esperienze si condividono con un amico e compagno di pesca!

Le abitudini stanziali rendono certe prede, come la cernia bruna, più soggette di altre alle insidie dei pescatori in apnea, il che ha implicato, negli gli anni, non tanto una riduzione degli stock ittici (impossibile, dati i mezzi che utilizziamo), quanto una diffidenza sempre maggiore nei confronti dell’uomo immerso ed un graduale spostamento dei pesci verso profondità sempre più elevate.
 Nei luoghi in cui le cernie sono più smaliziate, dunque, ci si trova spesso ad operare dai 20m in giù, ed ogni tecnica che implichi un avvicinamento allo scoperto (come la pesca in caduta) o che consenta al pesce di entrare nel proprio inespugnabile rifugio (come la pesca in tana), risulta spesso inefficace, per cui, purtroppo, si rende indispensabile la pesca all’agguato, con la sua intrinseca pericolosità se non gestita a dovere.
 Strisciare per lunghi tratti con la sinuosità e silenziosità di una murena, tra le asperità del fondo ed i coni d’ombra da esse generati, consente ancora di “fregare” le smaliziate cernie brune che sostano in prossimità della propria tana e che al minimo rumore o movimento sospetto, spariranno nei meandri del proprio rifugio con un sol colpo di coda.

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Una grossa cernia nell’istante poco prima del tiro (foto F.Bertuccio)

Ma attenzione alla valutazione delle proprie possibilità: pescare all’agguato ad una certa profondità significa essere capaci di pescare con disinvoltura in caduta o in tana, anche 10 e passa metri più giù.
 Purtroppo mi capita di vedere gente che opera seguendo il criterio diametralmente opposto: “siccome alla profondità x riesco a fare delle cadute ed ho preso qualche sarago in tana, posso anche farci l’agguato alle cernie”. 
La conseguenza di questo modo di pensare può essere, nel peggiore dei casi, drammatica,  cioè dire una morte per sincope! 
Nel migliore dei casi invece, le cernie verranno rese ancor più smaliziate da avvicinamenti troppo diretti e scoperti, e soprattutto da tiri troppo lunghi e/o imprecisi che le mancheranno di poco o le feriranno inutilmente. Cerchiamo quindi di evitare di metterci in situazioni di pericolo, valutando con umiltà le nostre effettive capacità venatorie; quello che non siamo in grado di fare oggi, con allenamento e dedizione, sarà un obiettivo raggiunto domani. Bruciare le tappe alla rincorsa dell’abisso è sempre il miglior modo per farsi male, e spesso, per pescare meno di quanto potremmo fare a quote a noi più congeniali.

Video Pescasub: Aneddoti e…cernie (parte 2) scritto da Redazione Apnea Magazine media voto 3.6/5 - 5 voti utenti

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Category: Articoli, Pesca in Apnea, Pesca in apnea: Tecniche e attrezzature

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