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Un’altalena di emozioni: storia di un campionato – II° parte

| 25 gennaio 2004 | 0 Comments
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Continua dalla prima parte

Stanco ma soddisfatto, a circa metà gara della prima giornata mi ritrovai su un’altra zona ai margini della secca, dove sui 18 metri avevo una grossa cernia segnata sotto ad un ciglio. Anche in questa zona la corrente minacciava ogni speranza di facili catture.

Con lo stesso metodo di prima, mi feci portare sopra corrente e m’immersi con un 90 armato di asta da 7mm appositamente montata per la cernia. La discesa in diagonale mi fece percorrere ancora molta strada, e quando passai vicino al ciglio credo che la mia velocità abbia raggiunto i 4 nodi. La cernia mi guardava con sorpresa fuori dalla tana, ma la mia velocità era comunque eccessiva, ed appena giunta a tiro utile scodò bruscamente entrando in tana. “Ora o mai più”, pensai, e mi inclinai verso il fondo, aggrappandomi alle rocce e spostandomi di due metri per traverso. Mentre arrancavo vidi la cernia fare capolino dal masso e gli sparai d’istinto senza illuminare la tana. Non avevo tempo di fare diversamente, la corrente era troppo forte. Il pesce reagì con forza e s’incastrò malamente. La fame d’aria e la saggezza di chi non vuole rischiare la vita mi riportarono verso la superficie. Per una mezz’ora continuai a risalire la corrente e tentare l’estrazione della cernia, ma senza risultati. Infine, tentai l’ultima carta, consapevole che era sicuramente l’ultima vera possibilità. Appena mi accorsi che non ce l’avrei mai fatta, non esitai a tagliare la sagola e riportare in superficie il fucile. Era la prima cernia che lasciavo incastrata, e con rammarico pensai che ci sarei tornato dopo la gara. Mi dispiaceva lasciare un pesce morto nella tana, una situazione che non accettavo. A quel punto feci una valida scelta. Nonostante avessi molte cernie segnate, mi resi subito conto che non conveniva cercarle, perché con tale corrente non si potevano lavorare. Sarebbe stato un rischio enorme sia per la riuscita della gara che per la possibilità di fare altri danni. Un fucile era già fuori uso, avevo perso tempo ed una cernia: “Meglio proseguire con i pesci“, pensai subito, ““Almeno ho la certezza di mettere qualcosa in carniere“. Mi spostai quindi su un altro segnale con qualche sarago, e con la solita fatica ne catturai qualcuno, sempre utilizzando il mio fido arbalete da 60 con fiocina mustad a 5 punte. Un fucile da pesce bianco che utilizzo, così allestito, fin dal 1987.

Continuai a prendere pesce bianco volando vicino al fondale e risalendo in gommone per rimontare la corrente, calibrando ogni immersione con una precisione da ragioniere. Continuai così fino ad un’ ora dal termine, quando decisi di tornare nella zona della partenza, dove speravo che fossero rientrati i Saraghi Faraoni. Come al mattino, però, trovai il deserto totale, tranne una corvina sulle alghe che catturai con astuzia. La corrente in netto calo-che, ovviamente, non poteva durare tutto il giorno- mi spostava verso il ciglio mentre il tempo passava inesorabile, ed allora mi lasciai trasportare armato di un arbalete da 100 con asta da 6,5mm con la speranza di qualche bella cattura di fine gara, pescando con corrente a favore sulla cigliata.

In questi posti ed in queste condizioni di corrente calante di solito ci le sorprese non mancano mai. Avevo già un bel carniere e non mi andava di rischiare oltre, preferivo pescare scorrendo il fondale anche in quegli ultimi momenti di gara. Senza salire in gommone, appena raggiunto il ciglio m’immersi per tentare un aspetto sulla caduta. La discesa fu subito premiata da un grosso pizzuto che girellava sul bordo. Ricaricato il fucile, m’immersi ancora sotto la cigliata, su un punto che scendeva con terrazze intervallate a spacchi orizzontali molto grandi. Proprio in uno di questi spacchi l’occhio vigile notò qualcosa di strano, e le pinne si mossero a timone comandate da un meccanismo istintivo, virando l’intero corpo verso destra mentre il fucile si tendeva in avanti con movimento lento e sicuro. Il fucile pronto al tiro, si spostò insieme al corpo e non si fece sorprendere dal movimento nascosto di quella massa scura che occupava l’intera apertura posta a 4 metri di distanza. Non riuscii a vedere dove avevo colpito la preda ma dalla reazione mi resi subito conto che non l’avevo fermata.

In superficie gridai subito a Max di calare immediatamente la boa con i 3 kg sotto di me e di darmi un secondo fucile. Dopo un breve spostamento con il gommone, di nuovo a monte di corrente, m’immersi con il secondo fucile. La corrente questa volta fu utile, mi aveva pulito perfettamente il torbido formatosi dentro la tana e non mi fu difficile vedere la cernia in tutta la sua lunghezza, mostrando la posizione effettiva. Sparai il secondo colpo per finirla ed evitare che si muovesse ancora, poi tornai in superficie chiamando di nuovo Max. Chiesi il raffio ed iniziai a montarlo tenendo conto della misura ideale che mi serviva. Quanto manca? 20 minuti mi disse Max. Devo riuscire in due tuffi ad estrarla altrimenti sono guai!

A quei tempi una cernia valeva forse troppo. Con una cernia grossa era come avere 10 pesci di buona taglia. Il primo tuffo non ebbe esito positivo, perché dovevo prima spostare il pescione di qualche centimetro per poterlo afferrare bene con il gancio, e allora lo spinsi e lo feci arretrare, girandolo anche di lato. Nel tuffo seguente riuscii ad infilargli il gancio, in modo da poter esercitare una trazione perfetta, e a quel punto bastò un deciso movimento di trazione per estrarla. Finalmente!

Salii in gommone esausto quando mancavano solo 10 minuti al termine. “Fammi fare l’ultimo tentativo dai faraoni” dissi a Max, “siamo anche vicini!. Un attimo dopo ero di nuovo in acqua che scendevo sui massi tra le posidonie per tentare la sorpresa dell’ultimo minuto. Mi posai sul fondo deluso dall’assenza delle prede cui tanto speravo, ma un ultimo momento un sarago maggiore votato al suicidio si diresse deciso verso la punta del fucile, e rimase sorpreso della mia efficienza. In superficie Max mi annunciò che mancavano 2 minuti, così decisi con rammarico di terminare la giornata. In effetti ero contento, ma quella cernia lasciata mi avrebbe dato maggiori speranze. Sapevo che sarebbe uscito molto pesce. “Max cosa abbiamo nel sacco?” domandai, e lui “Più di venti pesci e questa cernia che hai appena preso. Pensai che non era male, e decisi di andare a vedere cosa avessero catturato gli altri.

Al termine della prima giornata sulle secche del Biscione, Bellani e Riolo avevano un bel carniere, ma non sembrava superiore al nostro. “Probabilmente siamo nei primi posti” conclusi al termine delle valutazioni, “bisogna vedere se ci saranno sorprese!“.

La classifica dopo le pesature decretò primo Bellani, secondo Bardi e terzo Riolo, già distaccato. Ramacciotti era piuttosto indietro, ma in buona posizione, ed i tre moschettieri erano soddisfatti, ricevendo i complimenti del Capitano della nazionale Giannini, che ci aveva seguiti anche in gara.

L’indomani seconda e conclusiva giornata davanti a Marsala. Tutti i concorrenti erano tesi perché oggi non avevano previsto corrente e foschia e le lamentele si facevano pressanti. Ognuno recriminava con insistenza ma solo qualche raro saggio diceva: “Ho sbagliato, è colpa mia: dovevo tenere presenti questi fattori!“.

L’indomani si pensava ad un’altra magica giornata di gara in una zona più vasta ma senza corrente, e qualcuno era già emozionato, come sempre accade prima delle competizioni.

Chi pensava di rifarsi della prima prova scadente, chi si giocava il titolo assoluto, chi cercava una convocazione in Nazionale, chi sperava di non retrocedere. Tutti avevano qualcosa in cui sperare, e la tensione aleggiava nell’aria come il profumo di pane caldo.

Al pomeriggio, durante la pausa, andai in cerca di un’asta per il mio 90 rimasto disarmato. A dispetto della pignoleria che mi contraddistingueva già allora, quella volta -l’unica!- non avevo un’asta di scorta per quel fucile. Anche questo fatto mi causò una certa irritazione, come se si trattasse di un oscuro presagio. Finalmente trovai Nicola Riolo, che mi prestò l’asta da 130 cm adatta a quel fucile già completa di monofilo e impiombatura.

In camera con Max mi misi a sistemare l’attrezzatura per l’indomani. La sagola di quell’asta era troppo lunga di qualche centimetro per il mio fucile, ma non mi andava di tagliarla e fare di nuovo l’impiombatura con l’anellino, ero troppo stanco ed avevo poco tempo, allora ebbi la trovata d’ingegno che mai si rivelò più ebete. Iniziai a fare dei nodi semplici sul monofilo e ad ogni nodo la sagola si accorciava di mezzo centimetro. Dopo alcuni nodi era perfetta ma brutta come la fame. Max mi disse: non ti riconosco, se ti vede qualcuno che penserà? Io presuntuosamente gli risposi: forse penserà che è un nuovo metodo per lavorare meglio la sagola e tirare il pesce! Vuoi vedere che qualcuno ci casca? Ultime parole famose”!!! Fui severamente punito per questo.

La seconda giornata

Il Campo di gara della seconda giornata andava da punta d’Alga a Torre Scibiliana. Il centro del campo di gara si trovava praticamente davanti al porto di Marsala. La mattina si presentava con qualche accenno di vento ed il mare era increspato di ponente, non forte ma fastidioso. All’accensione, il motore dette degli strani segnali, ma non vi badai più di tanto. Ero carico e sapevo di giocarmi il Campionato, quindi non riuscivo a distrarmi. Nel raggiungere il centro del campo di gara prima della partenza, invece, all’improvviso morì, in un calo progressivo di accelerazione che lo portò fin quasi a spengersi. In quel momento ricordai la negligenza che stranamente mi aveva portato a non farlo controllare prima della gara, e mi resi subito conto che questa mancanza avrebbe segnato il destino del mio Campionato. Dopo tutti i controlli del caso, non potevo far altro che andare al minimo, altrimenti si spengeva. Chiesi subito un gommone in sostituzione, ma stranamente non mi fu concesso, a differenza di quanto accaduto in altri campionati, dove la sostituzione dell’ultimo momento era sempre prevista dall’organizzazione.

In quei pochi minuti che mancavano all’inizio della gara detti fondo a tutto il mio auto controllo e decisi di non arrendermi ma di cambiare radicalmente i programmi. Dal centro campo gara, ero più vicino ad una distesa di alghe dove in preparazione avevo cercato e trovato con successo alcuni catini rocciosi con delle cernie. Più lontano e dalla parte opposta, la famosa zona con tante cernie sparse su un’area circolare di grotto e roccia lavica. Decisi di andare prima sulla zona più vicina, dove ero più sicuro che i pesci fossero in casa; poi, a favore di vento e corrente, pur andando al minimo avrei provato a raggiungere la seconda zona dalla parte opposta passando per un segnale dove in preparazione avevo trovato una decina di grosse orate in tana, sempre sperando che il motore all’improvviso si svegliasse.

Elvio Bortolin lanciò il segnale di partenza e tutti si diressero verso le loro mete di gran carriera. Io con molta calma mi apprestai a raggiungere la mia prima zona, e dopo una mezz’ora circa ero a segnale -o almeno pensavo. Era talmente al largo che quasi non si vedeva terra, in più la foschia mattutina rendeva veramente difficile individuare perfettamente le mire.

Il fondale era di circa 25 metri e da sopra si intravedeva il fondo. Avvistai finalmente il catino, che era molto grande e ospitava ben 2 cernie di 15 kg circa ciascuna. Una volta sul fondo non riconobbi il posto. Gli assomigliava, ma qualcosa non mi convinceva, infatti nemmeno il pesce piccolo vi girava, ed era strano. Dopo 4 immersioni mi decisi a salire sul gommone e ricontrollare minuziosamente i segnali. In effetti, qualcosa non mi quadrava e probabilmente ero caduto su un catino simile nelle vicinanze.

Con assoluta concentrazione mi dedicai alle mire scovando il particolare mancante, grazie alla migliore luce che intanto dissolveva la foschia. Finalmente verificai che ero 100 metri più a terra. Con un nuovo entusiasmo mi avvicinai al segnale effettivo, e mentre entravo in acqua il cuore si faceva sentire con una certa insistenza. Al primo tuffo riconobbi subito il fondale, e grazie ad alcuni particolari che avevo studiato in preparazione riuscii ad individuare subito la spacca che aveva permesso la scoperta della cernia più grossa. Di solito, in queste occasioni vivi le emozioni più belle di una gara: scruti con avidità il fondale, sperando di avvistare la cernia o di riconoscere la tana, e con una certa agitazione non vedi l’ora di effettuare l’avvistamento. Ma la cernia non c’era, e non si vedeva nessun segnale della sua presenza. Imperterrito arrivai sul fondo e mi affacciai alla tana, che era ampia ma che all’interno si divideva in due corridoi separati da una parete verticale, simile ad una colonna che divide due stanze. Entrai nell’anfratto completamente, e quando accesi la torcia vidi la coda sfilare da destra verso sinistra, sparendo dietro alla colonna. Subito puntai il fucile dall’altro lato, sapendo che dietro alla colonna era tutto comunicante. L’esplorazione minuziosa delle tane trovate in preparazione è sempre stata una buona abitudine per evitare sorprese in gara. Infatti, a conferma di questo, vidi sbucare la testa della grossa cernia che appariva molto scura. Il tirò risultò perfetto fulminandola all’istante. Il tuffo successivo la recuperai e passai a Max il primo pesce di giornata, che già valeva molto.

Era già passata circa un’ora di gara della seconda giornata, ed appena catturata la prima cernia, senza salire in gommone, mi feci passare un altro fucile ed iniziai a scorrere il catino roccioso per raggiungerne l’altro lato, a circa 100 metri di distanza, dove avevo visto un’altra cernia.

Come in un replay scesi sul punto esatto della tana, ed anche questa cernia non si vedeva in giro. Entrai dentro la tana e mentre mi avvicinavo, un esplosione mi fece bloccare il cuore in gola. La cernia mi aveva scodato davanti, nell’ombra dell’apertura, e si era infilata tutta dentro. Per fortuna anche questa tana era stata esplorata minuziosamente, e sapevo che c’era qualche speranza. Risalii in superficie e mi feci passare da Max una lampada più grande e potente che usavo solo in queste occasioni, e cambiai anche il fucile, passando ad un 75 più maneggevole. All’epoca avevi un fucile specifico per le cernie ed uno per il pesce bianco, e cambiavi arma a seconda delle situazioni. Questo 75 aveva gomme da venti ed asta da 7mm per essere più idoneo ad un pesce di 15 kg sparato in tana. Aspettando che l’acqua si fosse pulita dentro la tana, scesi di nuovo dopo aver preparato molto bene l’immersione. Avevo avvertito Max di controllarmi con più attenzione, visto il tuffo impegnativo, e lui con grande professionalità e tempismo, pur restando in gommone, si mise la sua maschera e pinne per assistermi meglio in risalita. Una volta pronto scesi deciso fino all’apertura, poi con molta prudenza mi spinsi dentro fino a raggiungere due metri più avanti un cunicolo che saliva e girava a sinistra. Dietro c’era di sicuro la cernia che si sentiva piuttosto tranquilla in una tana probabilmente mai esplorata da nessuno fino a quel giorno. Con le bombole non si poteva nemmeno pensare di entrare, ed in apnea a quei tempi era quasi impensabile che qualcuno potesse farlo, ma quella cernia scoprì suo malgrado che era possibile. La sorpresi dietro all’angolo buio e senza esitare la colpii immediatamente fulminandola e tirandola verso di me nello stesso momento. Fortunatamente riuscii a portarla vicino all’apertura del cunicolo, e a quel punto fissai la sagola su uno sperone roccioso per evitare che potesse tornare indietro. In superficie esultai, ma Max aveva già capito tutto, perché mi aveva seguito con la maschera, e vedendomi senza fucile aveva intuito che avevo bisogno del secondo tiro. Con mia sorpresa lo vidi avvicinarsi con il fucile che desideravo già in mano. Scesi di nuovo ed inflissi il colpo di grazia al pescione, più per un eccesso di sicurezza che per necessità. Con altre 4 o 5 immersioni riuscii a portarla in gommone. “E due!” esclamai con gioia. Avevo perso molto tempo per via del motore difettoso, ma avevo recuperato bene.

A questo punto, mentre Max si avviava verso il prossimo segnale ad un solo km di distanza, io approfittai della velocità di navigazione lenta, per sistemare le attrezzature ed idratarmi, bevendo e mangiando qualcosa. Ero reduce da un tour de force in coppa Europa più 10 giorni di preparazione per questa gara, e mi ero ridotto ad uno scheletro vivente. Sentivo molto bene che il fisico aveva bisogno di energia fresca.

La zona successiva era simile alla precedente, e nelle vicinanze c’erano 4 gommoni. Finché non arrivai a segnale una certa apprensione mi faceva pensare che qualcuno avesse già visitato la mia zona, per altro abbastanza grande. Invece, per mia fortuna erano tutti intorno al punto, ma nessuno sopra. Arrivai lento ma silenzioso come un falco per non destare la curiosità di altri miei concorrenti. Entrai in acqua perfettamente sul segnale senza mostrare fretta, di nuovo armato con un fucile lungo per tentare l’ennesima cernia. In quel punto il fondale era piuttosto intricato e la cernia in preparazione dava segni di nervosismo. Il rumore dei gommoni degli altri concorrenti sicuramente l’avevano impaurita, ma questa volta, a dimostrazione dell’imprevedibilità del destino, la maestosa cernia se ne stava in candela davanti alle tane contorte dove abitava, incurante del rumore dei gommoni vicini.

Mentre scendevo sentivo il cuore rallentare il battito, ed il mio cervello controllava l’emozione. In quei casi basta un minimo sussulto e sei fregato, l’emozione ti porta involontariamente a muoverti con una certa tensione che la preda percepisce immediatamente. Con una calma incredibile proseguii la discesa mirando più all’apertura della tana che alla cernia. Il mio istinto mi diceva che la cernia sicuramente non mi avrebbe concesso il tiro in quella posizione ma che probabilmente avrebbe raggiunto la sua tana subito prima del mio arrivo, ed allora la mia scelta fu quella di anticiparla. In effetti, quella giornata fino a quel momento era stato quanto di meglio uno potesse desiderare, ma forse era stato solo a compensazione di quanto doveva ancora accadere.

La cernia si mosse quando ero già a tiro, e senza lasciarmi cadere nell’errore, continuai a mirare verso l’apertura della tana, giocando con la tentazione di spostare il fucile. Tutto questo probabilmente la convinse ad entrare in tana con una velocità limitata che ne decretò la sua condanna. Appena entrò nel raggio d’azione dell’asta il colpo partì inesorabile verso il bersaglio, e la fermò nei pressi dell’imboccatura della tana. Il pesce ancora vivo riuscì ad entrare ma di poco, sollevando una nuvola di sedimento. Anche questa volta tornai in superficie e mi feci passare il secondo fucile.

Il gioco si ripeteva con una certa soddisfazione da parte mia, e sembrava tutto inverosimile. “Due anni fa ho vinto il Campionato assoluto, l’anno scorso sono arrivato secondo, vuoi vedere che vinco anche questo?“: questi furono i miei primi pensieri….[continua]

Leggi la Terza ed ultima parte del racconto

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