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Trote lacustri nel lago di Garda

| 22 marzo 2010 | 3 Comments
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Luccio e trota

Lungo è l’inverno per chi è ormai abituato a passare buona parte delle sue giornate in acqua a pescare. Così, per far meglio passare il tempo, ci si trova sovente a chiacchierare con gli amici e di cosa si parla? Ovvio, di pesca. E’ così che in uno fredda serata, seduto davanti ad un bel camino caldo, al chiarore della tremolante luce del focolare, raccolgo un bellissimo racconto, che, in apertura delle ormai prossime pescate in lago, vengo a proporvi per una stimolante lettura.

COME UN PELAGICO DI ACQUA DOLCE

Primi di giugno di una incerto anno dopo il 2000, è una bella giornata di inizio estate: sole pieno e la solita brezza adiabatica tipica dei laghi lombardi. Nei giorni passati la tramontana ha spazzato le vallate alpine che, a nord, incorniciano il Garda. L’acqua è già tornata limpida: 6 o 7 metri di visibilità, ottimale per passare una giornata di pesca sulle cadute dell’alto lago. Osservo le fresche acque increspate della fredda aria mattutina ma non rabbrividisco, so che la mia muta mi garantirà un adeguato tepore per tutto il giorno.
Entro in acqua, libero il nylon della boa di segnalazione con regolamentare bandierina, carico con poco sforzo gli elastici dell’agile arbalete da 90 con mulinello e, prima del tuffo liberatorio, passo in rassegna tutta l’attrezzatura. Tutto a posto, ho un ingombro di troppo in cintura sotto forma di un mulinello ricordo di speranzosi giorni marini, ma non importa, non è fastidioso e ormai sono in acqua. Che bella l’acqua dolce che non irrita palato e occhi!

Ok, adesso concentriamoci sulla pesca. Alla mia destra un torrente scarica le sue acque pulite ma non abbondanti nel lago. Quest’anno lo scorcio di primavera non ha portato violenti temporali, meglio ‘ acqua limpida: le forti piogge avrebbero trascinato detriti, che, complice la fioritura dell’alga, avrebbero ridotto troppo la visibilità in acqua, rendendo quasi impraticabile la pesca in lago.
Alla mia sinistra una bianca parete calcarea di antichi sedimenti marini tuffa i suoi bastioni nell’azzurro cupo; so che lì, vicino alla parete, l’acqua sarà ancora più limpida. In realtà non è vero, la visibilità in acqua è sempre la stessa, è la riflessione della luce prodotta dalla roccia chiara a favorire la visibilità, una luce strana quasi lunare che, a tre metri dalla roccia, cede il passo alla scura coltre che racchiude le sponde dei laghi.

Davanti ho la classica spiaggetta lacustre fatta di ghiaia, con il classico cordone di alghe fragilissime quanto fitte a incoronare il pendio sottostante. Pendio? Scende a 50 gradi questo pendio, se scendi fondo e ti ritrovi pesante non riesci neppure a fermarti per un aspetto, scivoli e non hai punti di presa e allora sollevi il limo che ti precede in una sorta di cortina fumogena a chiuderti la vista e a toglierti la fiducia. Lì l’apnea sparisce, la pesca la interrompi, risali e basta.
Ok, inizio a pescare, obiettivo i persici a branchi che salgono dal blu, un blu scuro, anzi un buio fatto di verde cupo e blu. Poi i lucci nell’alga, i lucci all’aspetto sotto cordone, i lucci sui davanzali di roccia della parete. Che altro? Che altro ti puoi aspettare in un lago?
Anguille? Tante, in roccia e dove il limo si ferma, ma non ci vado con il novanta.
Bottatrici? Buonissime ma rare e fonde, la difficoltà è vederle. Cavedani? Anche buoni, ma meglio lasciarli stare.

Ma che altro c’è in un lago? Tanti ciprinidi, il resto è fantasia. Già, i ‘ sogni.

Alessandro Bussola mostra una lacustre di kg 2. 900 catturrata all’apetto

Torniamo alla pesca. Il primo persico arriva deciso con il suo muso aggressivo e il suo sguardo coraggioso da quasi padrone delle acque; per un momento penso a come potrebbe essere un grande persico, mi vengono in mente i dentici. Ho sentito di persici del Nilo da cento chili nel lago Vittoria, ma lì è un altro continente e poi ci sono altri inquilini con squame e corazza: i coccodrilli. Altro che gli squali, quelli ti mangiano e basta, non gli sei neppure indigesto.
Un secondo persico arricchisce il cavetto, mi sposto di una decina di metri verso la foce del torrente, non voglio spaventare ulteriormente il branco, si allontanerebbe definitivamente scendendo negli abissi. Chissà se qualche documentarista ha mai studiato le migrazioni del persico, quelli studiano tanto gli squali ma raramente i pesci minori (Konrad Lorenz era di un’altra epoca). Mi vengono in mente i subacquei con bombole (milanesi) che mio cognato ha trovato l’agosto dell’altro anno in quell’isola dell’Indonesia dal nome impronunciabile. Quindicimila chilometri per guardare il rarissimo cavalluccio nano, solo quindici millimetri di squame e pinne, e non badano ai carangidi da quaranta chilogrammi passati dietro la loro schiena!

La trota lacustre è una cattura difficile, che sempre soddisfa il pescatore

Sorrido, va bene, la tranquillità aiuta a dilatarmi i tempi di apnea.
Devo stare attento alla tabella con le scritte rosse sull’albero, è quella della zona di ripopolamento della foce del torrente, la nostra pesca è fatta di mobilità e richiede una maggiore attenzione ai regolamenti.
Va bene adesso, i persici nel cavetto sono 4 e magari inverto e vado verso la parete. Nei rari punti di alga ci possono essere i lucci ben mimetizzati e poi su qualche davanzale magari trovi quello grosso, quello che risale dalla profondità solo in questa stagione per dare la caccia ai branchi di sardine (agoni). C’è un’altra zona, dove la spiaggia cede il passo alla roccia; lì si forma una zonetta quasi piana, che di solito nasconde il bestione.
Un ultimo aspetto vicino alla foce del torrente, subito davanti il solito branchetto di persici fa la sua danza, incedono aggressivi e timorati, a scatti come sempre, certo che paiono proprio dentici in miniatura, questi sono predatori aggressivi anche se piccoli.
Sono molto tranquillo, posso allungare l’apnea, mi piace stare in questa condizione temporanea di non respiro e di concentrazione. Ma che succede ora, i persici con un crepitio di schiocchi hanno abbandonato la scena: mi ricordano i petardi e i giochi pericolosi di ragazzino, accendevi le micce ed erano botti a ripetizione.

Dalla foce qualcosa di veramente grosso si avvicina, ecco perché i persici sono scappati, e non verso il largo come al solito, hanno cercato riparo in laga e roccia. L’istante di un secondo e il grande pesce mi è davanti, chiaro, anzi del colore del platino, imponente. Una leccia? Nooo! Una ricciola? No, no, la coda è del serra! Ma che ci fa qui nel lago?
Il 90 allineato spara da solo, ho sentito la frustata delle gomme da diciotto e quasi subito un colpo sordo, come se avessi colpito il ceppo di un albero. Il grande pesce è fermo paralizzato e trafitto. Non è in sagola! Risalgo di corsa con la mano sul mulinello. Partira? Partirà a scatto come fanno i grandi lucci, partirà e si infilerà nelle alghe come sempre fanno i pesci di lago? Questo, invece, se ne parte piano, poi accelera e, deciso, punta verso il fondo. Ma cosa succede, va verso il largo, il mulinello gira atutta e sembra fare le bolle; possibile che si comporti come un pelagico? Non sono a Capo Noli.

Guardo il mulinello ormai quasi vuoto e con la mano faccio attrito per ostacolarne la rotazione. Il pesce non si ferma ma ora tira molto meno, capisco che il cavetto spancia nell’acqua descrivendo un ampio arco, il pescione ha deviato la sua corsa verso la parete e prosegue deciso. Ma che pesce è?.
La visione è durata non più di due secondi: mascella potente contornata da denti aguzzi ben distribuiti, corpo massiccio e muscoloso ma aggraziato, idrodinamico e supportato da una schiena larga, coda massiccia ma allargata ai lobi, da nuotatore, squame piccole, chiare su pancia e corpo, chiazzate con delle X nere, schiena forse verde-azzurra, pinne non grandi ma con un accentuato peduncolo verso la coda.
Ma le dimensioni, ben oltre il metro e la forza da pelagico, da nuotatore, impressionante.
Esiste un solo pesce così, è lei, la regina dei laghi, è la ‘ GRANDE LACUSTRE, la Regina indiscussa delle acque dolci! È un pesce da sogno, e infatti stavo sognando per davvero perché purtroppo la grande regina non esiste più da parecchi anni, non che sia estinta, ma ridimensionata, ridotta a fugace comparsa di taglia intermedia.

Una delle ultime grandi lacustri in una foto degli anni ’50

TROTA LACUSTRE, STORIA DI UNA REGINA E DI UN AMBIENTE CHE CAMBIA

Ho effettuato una piccola ricerca storica sulla fine di quello che avrebbe potuto essere un
Vero pesce da sogno, capace di scatenare passioni e competere con i più ben conosciuti grandi pelagici dei mari.

Pescata dall’antichità fino ai tempi recenti con tecniche professionali e irrispettose ha ceduto solo negli ultimi 30 anni alla distruzione del suo habitat. La trota lacustre fin dai tempi antichi ha rappresentato una importante risorsa economica per le famiglie dei pescatori del Garda.
La trota era cattura molto ambita e commercialmente pagata bene, tanto da rappresentare l’unica vera possibilità di introito per una famiglia di pescatori. In pratica con la vendita degli altri pesci del lago si mangiava, con la lacustre si acquisiva il denaro per le spese importanti, ci si compravano i vestiti o si accantonava la dote alle figlie. Fin dal medioevo i diritti di pesca erano appannaggio della nobiltà (i conti di Arco); la prima pescaia fissa sul Sarca è documentata fin dal 1200.

La pescaia era una sorta di palizzata in legno che tagliava il Sarca a circa due chilometri dalla foce e, con i livelli bassi, intercettava tutto il pesce in risalita. Il fiume a quei tempi scorreva basso in un ampio letto in ghiaia con acque non più alte di cinquanta centimetri. Solo le due piene annuali del disgelo e dei Morti costringevano i pescatori a rimuovere la struttura, per evitare che venisse travolta e distrutta. Da ottobre a dicembre le grandi lacustri risalivano per scavare i letti di frega su cui depositavano il loro carico di uova. Erano esemplari di grandi dimensioni con pesci di anche venticinque chili e una taglia media non inferiore agli otto/dieci chili. Nei momenti giusti lo sbarramento era in grado di intercettare ogni riproduttore. A maggio avveniva un’altra grande risalita di pesci piccoli (sui dieci centimetri) che venivano pescati a tonnellate.

Negli anni ’50 la pescaia produceva ancora duecento quintali di trote all’anno e i ricchi americani (Ernest Hemingway incluso) venivano in Italia a pesca di Lacustri e delle sorelle Mormorate. Entrambe le specie sono endemiche ed esclusive del bacino del Po con i suoi affluenti. Prodotto tipico d’Italia, il meglio del mondo. Altro che il Canada o l’Alaska!
Era l’età dell’oro della trota padana.
La lacustre pur se bloccata nella pescaia, insidiata nel lago con tirlindana e rete e a monte in tutti i modi da chiunque, riusciva comunque a risalire fino alla Val di Genova e a prosperare.
Negli anni ’50 venne costruito l’impianto ittiogenico di Fonte Romana di Torbole e con gli avannotti lì prodotti si ripopolavano le acque di mezza Europa. Grazie a questo la genetica è salva nel lago di Toblino dove mai è stata introdotta la fario.

Poi vennero i tempi moderni con la Centrale idroelettrica di Brossera; l’alveo del Sarca fu scavato e cementificato, l’acqua iniziò a subire dannosi sbalzi di livello e le lacustri smisero di risalire. Non più riprodotte in pochi anni si ridussero drasticamente di taglia e numero ibridandosi con le trote fario di importazione, scelleratamente introdotte nelle nostre acque. La pescaia fu abbandonata, il fiume perse la sua identità.
Ora la lacustre pare si riproduca in malo modo presso qualche spiaggia in prossimità delle foci dei torrenti migliori. Comunque non raggiunge le taglie dei tempi andati, forse per motivi genetici legati alle modalità di riproduzione.

La cementificazione e una diga hanno distrutto in poco tempo ciò che l’uomo non era riuscito a disturbare in mille anni di pesca professionale e indiscriminata!

Si ringrazia la rivista FlyLine di Roberto Messori per la concessione delle fotografie storiche

Trote lacustri nel lago di Garda scritto da Emanuele Cinelli media voto 4/5 - 3 voti utenti

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Category: Acqua dolce, Articoli, Pesca in Apnea

Commenti (3)

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  1. David scrive:

    Complimenti per l’articolo mi è molto piaciuto !
    Volevo farLe una domanda riguardo la pesca subacqua, io sono di Trento ed ho sia la licenza che il permesso FIPSAS, cos’altro serve per la pesca sub nel lago di Garda (zona Torbole) ??
    Grazie mille, un saluto
    David

  2. Emanuele Cinelli scrive:

    David, se è come nel bresciano serve solo la licenza di pesca, ma ho la sensazione che non sia così ed ho girato la tua richiesta a qualcuno del posto e che possa chiarire con precisione la questione.

  3. Enrico scrive:

    Ciao,

    leggo il tuo interessante racconto e resto perplesso: parli a ragione – con grande passione e certamente a proposito – della meraviglia di questo ormai rarissimo pesce, una volta frequente ed ora ritenuto pressochè estinto.. e poi lo inzucchi con un arbalete?

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