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Sicurezza: Pescasub dopo il Lavoro, i Rischi della Stanchezza


Con l’allungarsi delle giornate capita spesso che tanti appassionati pescasub, terminati gli impegni lavorativi, decidano di sfruttare le ore di luce fino al tramonto per dedicarsi alla cattura di qualche pesce per la cena. Si tratta di una situazione nella quale è necessario tenere conto degli effetti che la stanchezza può avere sul nostro organismo, condizione che sarà molto variabile da un soggetto ad un altro, sia in funzione dell’impegno fisico richiesto dal proprio mestiere, che del livello di stress a cui le peripezie lavorative ci avranno esposto.

Sarà facile illuderci che il nostro stato di forma sia ottimo nel momento in cui staremo ultimando la vestizione, o quando proveremo quell’intenso senso di gratificazione vedendo sotto le nostre pinne il cappello della secca a lungo agognata. Ma non dobbiamo dimenticarci che le nostre risorse energetiche sono tutt’altro che paragonabili a quelle del sabato precedente, in cui siamo partiti all’alba dopo 7/8 lunghe ore di sonno ristoratore. Andare a pesca consci di non essere perfettamente riposati non equivale automticamente a giocare alla roulette russa, ma impone ancora maggior prudenza e precauzione del solito.

stanamentoIl tranello che può tenderci la stanchezza è che, contrariamente a quanto ci aspetteremmo, le nostre prestazioni apneistiche potrebbero non solo rimanere stabili, ma addirittura trarne apparentemente giovamento. Si tratta però di un miglioramento che ci deve suonare come un campanello d’allarme e far capire che stiamo rischiando.

Il motivo è abbastanza intuitivo: la stanchezza facilita il rilassamento e può indurre uno stato di decontrazione muscolare generale tale da comportare un ridotto consumo di ossigeno. Il risultato finale sono tempi di apnea superiori a quelli a cui siamo abituati, e con un spontaneità tale da farci illusoriamente credere di trovarci in una condizione di forma molto migliore di quanto avremmo pensato dopo 8 ore di lavoro.

Ma è proprio in questo frangente che l’incidente è dietro l’angolo: a fronte di una possibile capacità del nostro organismo di economizzare maggiormente grazie al rilassamento e quindi permetterci apnee più lunghe, vi è la certezza di una non altrettanto efficiente risposta in una situazione di extra-lavoro come potrebbe essere un tuffo profondo o una prolungata azione di stanamento; e le deteriorate riserve energetiche potrebbero non essere sufficienti esponendoci al concreto rischio di un sincope.

In un momento in cui il mantra imperante dell’apnea è il “mai superare i propri limiti”, a tanti piacerebbe sapere se in situazioni come quella appena descritta, sia possibile applicare una sorta di “coefficiente di sicurezza” alle proprie profondità o ai propri tempi di permanenza sul fondo. In tanti domandano se, ad esempio, dimezzare le quote e/o mantenersi al 50/60% della propria autonomia può bastare a garantire un adeguato margine di sicurezza. La verità è che una domanda simile non può avere risposta perchè “il limite” è un’asticella che si alza e si abbassa in funzione di tanti, toppi fattori e, il più delle volte, di questa oscillazione non siamo in grado di avvertire l’andamento, o peggio, ne abbiamo una percezione pericolosamente opposta. Forse soltanto un compagno attento e disarmato sulla verticale può fare la differenza: di certo non previene l’incidente, ma potrebbe evitare che una brutta avventura di cui fare tesoro, si trasformi nell’ennesima, inutile, tragedia. Purtroppo però sarà anche la situazione in cui sarà più difficile trovarne uno; magari perchè l’uscita sarà improvvisata all’ultimo minuto, oppure perchè gli orari non coincidono alla perfezione e anche perdere mezz’ora non lo consideriamo accettabile. In ogni caso, cerchiamo sempre di ragionare con lucidità e di non sottovalutare il pericolo.

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Category: Articoli, Medicina e biologia, Pesca in Apnea, The Box

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