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Riflessioni sulla sicurezza

| 30 aprile 2007 | 0 Comments
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La boa segnasub è l’unico schermo che ci protegge dalle eliche dei diportisti – Foto: A. Balbi

In questi anni di sviluppo della realtà della pesca in apnea di internet, gli ambienti di interazione online hanno permesso, fra le altre cose, un più efficace scambio di informazioni sui più disparati avvenimenti in ogni angolo dello stivale: ciò ha permesso a tutti noi di cogliere meglio certi fenomeni nel loro complesso e di avere una più chiara visione della nostra disciplina sotto ogni aspetto, compreso quello, tristissimo, degli incidenti in mare. Sotto questo particolare profilo, il 2006 ha rappresentato senza dubbio un’annata nera, la peggiore che si ricordi: in assenza di dati ufficiali è difficile stabilire se questa impressione sia dovuta alla maggiore efficienza di internet nel favorire la circolazione delle informazioni o ad un effettivo aumento del numero di incidenti, fatto sta che, a prescindere da ogni altra considerazione, di sicuro estate e autunno 2006 hanno proposto una lunga serie di incidenti mortali, che hanno sottratto all’affetto dei loro cari decine di pescatori in apnea.

I morti da elica, haimé, non sono mancati. Nonostante da anni la categoria cerchi di fare il possibile per favorire una maggiore sicurezza delle immersioni attraverso campagne di sensibilizzazione, proposte normative, contatti con le Capitanerie di Porto eccetera, la soluzione di questo problema resta un miraggio. Certamente è stato utile sollecitare le Capitanerie di Porto ad introdurre una distanza minima di navigazione dal segnale di uomo immerso, perché se non altro si è stabilito che la condotta del diportista incauto che fa la barba alla boa segnasub è antigiuridica e meritevole di sanzione.

I controlli ai pescatori in apnea sono frequenti – Foto: A. Balbi

Purtroppo, però, l’attuale sistema generato dalla legge di riordino sulla nautica da diporto -che ha depenalizzato la violazione delle ordinanze di polizia marittima prevedendo, altresì, il dimezzamento delle sanzioni amministrative per le infrazioni commesse da soggetti alla guida di natanti da diporto- fa sì che il deterrente per il diportista, vera fonte del pericolo, sia una sanzione amministrativa di entità pari ad 1/5 di quella comminata al sub che non rispetta integralmente gli obblighi di segnalazione stabiliti dal DPR 1639/68. La sproporzione tra il deterrente previsto per il subacqueo (1032 euro) e quello per il diportista (207 euro) è semplicemente inspiegabile, ancor più in considerazione dei preziosissimi beni oggetto di tutela: la vita e l’incolumità del cittadino. In effetti, è davvero un paradosso: il sub, che è il titolare del bene tutelato, viene severamente sanzionato qualora con imprudenza metta a rischio se stesso, mentre il diportista, che con analoga imprudenza mette a rischio la vita altrui, segnatamente del sub, viene sanzionato in modo molto più soft. E’ davvero difficile comprendere come questo sistema possa garantire la sicurezza delle immersioni: se un deterrente significativo non impedisce a qualche incosciente di immergersi senza boa, cosa dobbiamo aspettarci dai diportisti, se non un sostanziale disinteresse verso il segnale di uomo immerso? A questo problema se ne aggiungono poi altri, legati alla posizione dei vari pezzi sulla scacchiera voluta dall’ordinamento giuridico, che durante la bella stagione spinge i pescatori in apnea a distanze siderali dalla costa per proteggere i bagnanti dal pericolo di essere fiocinati. Per la verità, il sistema generato dal regolamento nazionale della pesca, dalle ordinanze locali che ne ribadiscono i precetti e dalle circolari del ministero dei trasporti ex art. 9 comma 2 della citata L. 172/2003 sarebbe, in teoria, lineare:

– il pescatore in apnea dovrebbe operare a non meno di 500 metri dalle spiagge frequentate da bagnanti e 100 metri dalle coste a picco;
– le imbarcazioni dovrebbero transitare in dislocamento e comunque a velocità inferiore a 10 nodi entro, indicativamente, 1000 metri dalle spiagge e 500 metri dalle coste rocciose a picco.

Un sub riemerge con una bella palamita – Foto: A. Balbi

Se queste due direttive trovassero ricontri concreti nella realtà, i pescatori in apnea dovrebbero comunque trovarsi a pescare in zone in cui le imbarcazioni procedono in dislocamento o comunque a bassa velocità, fatto che dovrebbe azzerare le possibilità di incidente. Di fatto, però, possiamo concludere che mentre la prima direttiva trova riscontro nella realtà grazie a controlli e verbali inflitti ai pescatori in apnea indisciplinati, la seconda resta al momento lettera morta. Per dimostrarlo è sufficiente dare uno sguardo alla costa durante la stagione estiva: anche laddove le ordinanze locali hanno recepito le indicazioni ministeriali, è facile verificare che solo un’esigua minoranza dei diportisti conosce e rispetta queste semplici regole di navigazione sottocosta. Considerando che è senz’altro più semplice applicare le regole che già esistono piuttosto che confezionarne di nuove, in questo momento direi che la soluzione più a portata di mano per l’annoso problema della sicurezza delle immersioni subacquee (con ara o in apnea) consiste nella trasfusione delle indicazioni ministeriali nelle ordinanze di tutti gli uffici locali delle CCPP ed in un maggiore sforzo informativo e dissuasivo da parte dei numerosi organi di controllo presenti sul territorio.

Inutile negare, in ogni caso, che gran parte degli incidenti mortali continuano ad essere legati alla sincope, spesso causata da banale imprudenza o da distrazione. Anche su questo fronte è assolutamente necessario lavorare per migliorare i margini di sicurezza della disciplina, che se praticata correttamente presenta dei margini di rischio certamente accettabili. Nella maggioranza dei casi, i decessi dei pescatori in apnea sono dovuti ad un errore di calcolo del pescatore seguito dalla mancanza di un pronto soccorso; un pescatore che incappa nella classica sincope in risalita può essere spesso salvato semplicemente tirandogli la testa fuori dall’acqua e senza bisogno di complesse manovre di rianimazione.

In certe occasioni la pesca in coppia risulta difficilmente praticabile – Foto: A. Balbi

In questi casi, l’incidente si risolve con un semplice spavento, spesso chi viene soccorso neanche si rende conto dell’accaduto e non ha memoria di aver rischiato la vita. Ovviamente, se non c’è nessuno a sorvegliare in superficie le probabilità di salvezza in caso di sincope sono ridotte e legate a fattori difficilmente controllabili. Queste considerazioni, però, non devono far pensare che l’assistenza di un compagno sulla verticale costituisca un rimedio valido sempre e privo di controindicazioni, una sorta di “Uovo di Colombo” capace di azzerare gli incidenti: purtroppo, l’esperienza dimostra che in alcuni casi si sono avuti incidenti addirittura favoriti dal metodo della pesca in coppia, mentre in altre circostanze il fatto che ci fosse un assistente in superficie a tentare il soccorso ha raddoppiato il bilancio di morte. Questo significa che la pesca in coppia è un valido sistema per ridurre i decessi solo se a monte vengono rispettati i principi di prudenza imposti da una pratica come la nostra; in caso contrario, la pesca in coppia può persino peggiorare la situazione: se una doppia prudenza può salvare una vita, una doppia imprudenza può costarne due. Per fare un esempio concreto: il pescatore eccessivamente zavorrato che va in sincope a 7 metri di profondità inizia subito a ridiscendere verso un fondale impegnativo, mentre il compagno in superficie -ammesso che ci sia sufficiente visibilità in acqua- avrà pochi istanti per rendersi conto di cosa accade, ventilarsi, scendere ed afferrare il compagno prima che questi precipiti nel blu. E’ facile immaginare una varietà di scenari in cui l’imprudenza di uno dei due pescatori rischi di mettere a repentaglio non solo la vita di chi si trova in immersione, ma anche quella del compagno, che inevitabilmente tenterà il tutto per tutto per evitare il peggio. L’esempio della zavorra eccessiva è uno dei mille possibili, sono molte le occasioni in cui un intervento di soccorso finisce per raddoppiare la posta in gioco, basta un po’ di esperienza e fantasia per configurare un numero indefinito di ipotesi. Il fatto è che la presenza di un assistente in superficie non può sostituire la prudenza ed il buon senso individuali, elementi indispensabili per una pratica sicura della nostra disciplina, senza contare che esistono molte circostanze in cui la pesca in coppia non è tecnicamente possibile o non può migliorare il livello di sicurezza dell’immersione, che trova fondamento principalmente nei criteri di condotta di ciascun apneista.

Nessun pesce vale una vita – Foto: A. Balbi

Alla fin fine, l’unico modo per ridurre gli incidenti senza controindicazioni di alcun tipo ed in ogni circostanza è quello di aumentare il livello medio di conoscenza e prudenza dei praticanti, con riferimento specifico alla pesca in apnea ed alle dinamiche peculiari che la caratterizzano, evitando improprie commistioni o soluzioni one fit all mutuate dall’apnea pura, attualmente dotata, a differenza della pesca, di un apparato didattico imponente.

Nell’apnea pura l’obiettivo è quello di migliorare le proprie prestazioni apneistiche, ottenendo nel tempo apnee più lunghe e profondità maggiori nelle discipline di immersione: l’apnea è il fine e non il mezzo. Tanto è vero questo assunto, che gli standard di note didattiche utilizzano i minuti di apnea e i metri di profondità per fissare gli obiettivi dei vari livelli dei corsi. Orbene, finché uno si dedica all’apnea pura, finalizzata alla realizzazione di un tempo, di una distanza o di una prodondità, nessun problema: chi lo assiste sa esattamente che cosa il compagno farà durante i pochi tuffi effettuati e può contare sulla ciclicità del gesto per prepararsi ad un intervento di soccorso e cogliere i segni di un “intoppo” con buon tempismo. Nella pesca, invece, l’immersione in apnea è finalizzata alla cattura di una preda, ed ogni tuffo è completamente diverso ed imprevedibile, in quanto il pescapneista non sa che tipo di situazione si troverà ad affrontare dopo aver effettuato la capovolta, né è possibile affidarsi a parametri prestabiliti come nell’apnea (dove un tuffo in assetto costante alla quota X richiede mediamente un tempo Y). Gli elementi di distrazione per chi resta in superficie sono molti, così come sono molte -anzi moltissime- le variabili che possono condizionare i consumi e, conseguentemente, il tempo utile di apnea di chi si immerge. Planare lungo un crinale, poggiarsi all’aspetto, effettuare un agguato o affacciarsi in una tana sono attività che implicano consumi di ossigeno molto diversi e che generalmente non possono essere programmate prima dell’immersione. Metri e minuti di apnea, in questo caso, non dicono assolutamente nulla. Chi pratica la pesca in apnea capisce senz’altro di cosa parlo: anche se si scende con l’idea di appostarsi all’aspetto per insidiare un branco di dentici di cui abbiamo colto la presenza, se in prossimità del fondo avvistiamo un cernione che staziona placidamente nei pressi di una tana alcuni metri più in là, è probabile che si decida per un repentino cambio di programma e si tenti un agguato per portare a tiro la preda che più ci alletta.

Con prudenza e buon senso, è possibile arricchire la propria vita di emozioni indelebili – Foto: A. Balbi

Chi vuole migliorare come pescatore in apnea, secondo il mio modesto parere, non deve assolutamente occuparsi di migliorare le proprie capacità di apnea o cercare di guadagnare metri di profondità: è sufficiente concentrarsi sull’ambiente marino e le sue prede, partendo dal bassofondo, e preoccuparsi di capire come i vari elementi (correnti, venti, maree, condizioni meteo, temperatura dell’acqua etc) influiscano sul comportamento dei pesci. Certo, ci sono elementi tecnici che occorre imparare a dominare, come la corretta ventilazione, la corretta pinneggiata, la corretta applicazione delle tecniche base della pesca in apnea… ma in tutto questo, metri e minuti di apnea non c’azzeccano nulla, ed anche il tipo di discesa insegnato nei corsi di apnea (a falcate ampie e poderose) sarà pure corretto, ma a mio parere assolutamente inidoneo alla pratica della pesca, specialmente da parte dei neofiti. Dall’avvento del recordismo e dell’annesso “machismo apneistico”, molti pescatori hanno iniziato a considerare le capacità di apnea ed i metri di profondità come un sicuro indicatore di “bravura”, dimenticando che il bravo pescatore è quello che realizza le migliori catture con costanza e che impara a conoscere a fondo il mare ed i suoi abitanti. Le false certezze troppo spesso propinate da improvvisati guru dell’apnea non devono farci dimenticare i fratelli del mare che ci hanno lasciato durante una battuta di pesca: se vogliamo onorare la loro memoria e fare un grosso piacere a noi stessi e a chi ci ama, non dobbiamo mai neanche lasciarci sfiorare dall’idea che le vittime degli incidenti in immersione fossero meno furbe, meno prudenti o meno intelligenti e “consapevoli” di noi.

Piuttosto, prendiamo atto del fatto che nella pesca in apnea la prudenza non è mai troppa e che l’unica vera regola di condotta capace di aumentare sensibilmente la nostra sicurezza è quella che ci impone di riemergere sempre abbondantemente entro i nostri limiti. Questa regola, peraltro, è perfettamente in linea con lo scopo ultimo della nostra passione: arricchire la nostra esistenza con esperienze, emozioni e conoscenze esclusive che possono permetterci di sviluppare un rapporto intimo ed unico con il Mare e la Vita.

Riflessioni sulla sicurezza scritto da Giorgio Volpe media voto 5/5 - 2 voti utenti

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Category: Articoli, Pesca in Apnea, Pesca in apnea: Tecniche e attrezzature

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