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Racconto di una tragedia

| 30 maggio 2012
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Sulla tragedia accaduta sabato 26 maggio scorso nelle acque di Trapani, in cui ha perso la vita il giovane Diego Castiglione, si sono dette e scritte tante, troppe imprecisioni che, da una parte, hanno portato l’opinione pubblica a farsi un’idea completamente distorta dell’incidente e, dall’altra, aggiungono dolore al dolore e rimorsi in chi si porterà per sempre il peso di non aver potuto forse evitare la disgrazia.

Si scritto e detto che si trattava di un’immersione prevista da un corso di apnea, che il fatto è accaduto nella riserva di Marettimo, che l’istruttore era sul gommone, e non in acqua, al momento dell’incidente; ma niente di tutto questo corrisponde alla realtà dei fatti!

Abbiamo ricevuto una mail da Francesco Nicotra, istruttore Apnea Academy nonchè esperto pescatore subacqueo, che era con Diego al momento della tragedia e che, con altri subacquei, ha partecipato al recupero del corpo. Francesco ricostruisce, con la precisione e i dettagli di chi l’ha vissuta attimo per attimo, gli interminabili e concitati minuti di quel maledetto sabato mattina.

Ve la proponiamo perché ci sembra un atto doveroso non solo nei confronti di Diego, innamorato del mare e della pesca in apnea, ma anche di chi in questa occasione era, seppure più esperto, solo il suo compagno di pesca.

Una giornata di tempo splendido e l’organizzazione di una battuta di pesca in compagnia.
Meta scelta il “Banco dei pesci”, una secca situata ad oltre 5 miglia dall’isola di Levanzo e 10 da Marettimo.
Come sempre in queste occasioni mi faccio accompagnare da un barcaiolo fidato che rimane in gommone seguendo l’azione di pesca dei subacquei in acqua.
 
Diego aveva manifestato la voglia di accompagnarmi, così ci diamo appuntamento alle 8.30 presso il circolo nautico dove tengo ormeggiato il gommone.
Partiamo intorno alle 9.00, lungo il tragitto facciamo una sosta per salutare alcuni amici impegnati in una battuta di pesca con la canna, e arrivimo con calma sul posto scelto per iniziare a pescare.
 
Mentre ci prepariamo, tra risate e battute, faccio a Diego le raccomdazioni di rito. Ho anche portato la videocamera e gli chiedo di farmi qualche ripresa durante le mie discese.
In acqua entro per primo e lui mi segue.
Segno il punto esatto dove sommozzare con la boa segnasub e comincio a fare i tuffi pescando all’aspetto. Ad ogni riemersione verifico che Diego sia nelle immediate vicinanza, qualche volta si aggrappa al mio pallone per non farsi trasportare dalla corrente.
 
Ennesimo tuffo, ennesimo sguardo ma Diego non c’è. Chiedo al barcaiolo: “Diego lo vedi?” mi risponde che si è appena tuffato e posso stare tranquillo.
Mi ventilo e faccio un altro tuffo. Riemergo e guardando la boa di Diego noto che è leggermente spostata rispetto al mio pallone.
In un attimo ho un brutto presentimento, gridando chiedo al barcaiolo se lo vedeva e lui mi risponde che era lì accanto un attimo prima.
Allora comincio a pinneggiare verso la sua boa, ci avrò messo forse un minuto, la raggiungo e vedo solo la sagola che picchia nel blu.
 
Inizio a temere il peggio e perdo lucidità, alzo la testa, lo chiamo urlando, cerco all’orizzonte, guardo verso il basso, niente!
Urlo al barcaiolo di chiamare aiuto, lui chiama i carabinieri che passano la telefonata alla Capitaneria di Porto e partono i soccorsi.
Nel frattempo un gommone che era vicino a dove stavamo pescando arriva di corsa e i due subacquei che ci sono a bordo si tuffano.
Io continuo a fare tuffi cercando di fare planate per individuare Diego ma l’angoscia mi blocca; non so quanto tempo trascorre, cinque forse dieci minuti, quando all’ennesimo tuffo scorgo delle macchie bianche sul fondo, le scritte sulle pinne, e vedo il corpo.
 
Riemergo, urlo ai ragazzi che Diego è li sotto, chiedo aiuto.
Le fasi del recupero si fanno più concitate, la tensione e l’angoscia non aiutano; uno di loro riesce a raggiungere il fondo, a sganciare la zavorra di Diego e comincia a portarlo verso la superficie.
Durante quei secondi interminabili ci alterniamo facendo la staffetta fino a quando il corpo è a galla.
Prima ancora che il barcaiolo lo sollevi gli faccio la prima respirazione “bocca a bocca” poi lo portiamo sul gommone e cominciamo a cercare di rianimarlo: massaggio cardiaco e respirazione cercando di svuotare i polmoni.
 
Partiamo con i motori al massimo verso il porto e incrociamo la pilotina della Capitaneria di Porto; chiedo aiuto ma a bordo non hanno nulla che possa esserci utile per la rianimazione, né ossigeno né altro, e mi consigliano di proseguire con il mio mezzo che è più veloce del loro.
 
Riparto, ci avremo impiegato non più di 20 minuti a fare il tragitto, nel frattempo chiamo un amico che, a sua volta, allerta nuovamente Capitaneria di Porto e 118.
Lo trasbordiamo sul pontile ma tutti gli altri tentativi di rianimarlo sono inutili.
 
Da quel momento solo angoscia e tanti sensi di colpa.
 
Diego era il mio allievo prediletto, aveva concluso brillantemente il corso ed aveva tutte le carte in regola per crescere come apneista e come pescatore.
 
Adesso mi porterò dentro per tutta la vita questo enorme rimorso, di averlo portato in quel posto, di non avere capito subito, di non averlo trovato immediatamente, di non essere riuscito a scendere subito, di non essere riuscito a salvarlo.
 
In tutta questa enorme tragedia tuttavia non riesco proprio a capire come sia stato possibile che giornali e televisioni abbiano fatto una ricostruzione dell’accaduto così lontana dalla verità.
E non lo dico perché voglio salvaguardare la mia reputazione, di cui in una occasione del genere non mi importa nulla, ma perché la disperazione dei suoi genitori merita ben altro rispetto.
 
Francesco Nicotra
 

Racconto di una tragedia scritto da Redazione Apnea Magazine media voto 2/5 - 1 voti utenti

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Category: Articoli, Pesca in Apnea