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Quale pesca sostenibile? Chiediamolo ai pesci!

| 31 agosto 2006 | 0 Comments
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Il release and catch: il pescatore in apnea sceglie la preda prima di tentarne la cattura e rivolge le proprie attenzione a prede di mole, che hanno completato uno o più cicli riproduttivi – Foto. A Balbi

In questi giorni si fa un gran parlare della proposta dell’ICRAM di introdurre un patentino per la pratica della pesca sportiva da imbarcazione. Lungi dall’essere una novità, questa vecchia proposta che da tempo entra ed esce dai cassetti del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali si fonda sulla necessità di “misurare” l’impatto della pesca sportiva attraverso un censimento dei suoi praticanti, anche in considerazione degli impegni assunti dal nostro governo con gli organismi internazionali con cui si relaziona, non ultimo il Codice per la Pesca Responsabile FAO, un documento che resta di grande attualità pur avendo già compiuto 10 anni.

Secondo le stime recentemente elaborate dal Centro ricerche economiche e sociali (Cres) della Uila, lungo gli 8000 km di coste del mare italiano si aggirerebbero 2-3 milioni di pescatori sportivi, responsabili di un prelievo complessivo di circa 19.000 tonnellate di pesce, una quantità pari -dati ufficiali alla mano- al 4% del pescato annuo complessivo della pesca professionale (467.000 Tonnellate) ed al 26% del pescato della piccola pesca professionale (69.000 tonnellate).

Premesso che questi dati devono essere presi con le molle per una lunga serie di motivi, non possono sfuggire le argomentazioni con cui Franco Andaloro, capo del dipartimento ‘Uso sostenibile delle risorse’ dell’Icram, ha sostenuto la necessità dell’introduzione di un tale documento: regolamentare un settore esposto ad illegalità ed abusi (overfishing, vendita abusiva del pescato con conseguente evasione fiscale e concorrenza sleale alla pesca professionale), per una maggiore visibilità, dignità e, conseguentemente, tutela dei cittadini onesti. Mi auguro di cuore che sia così, e che il patentino non si trasformi nell’ennesima applicazione del singolare principio cui spesso i nostri amministratori fanno ricorso: “per colpa di qualcuno, non si fa più credito a nessuno”, un principio che si traduce nella proibizione o nella più severa regolamentazione dell’attività, una strategia che finisce per impattare unicamente sui cittadini che tengono in considerazione la legge (= i cittadini onesti), lasciando del tutto irrisolto il diverso problema del rispetto della legalità, che evidentemente può essere risolto solo con attività di prevenzione, informazione e, soprattutto, controllo del territorio.

Segnali preoccupanti non mancano, come ad esempio il commento dell’Ammiraglio Luciano Dassatti, Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto, che secondo quanto riportato da un’agenzia ANSA avrebbe affermato, a proposito del patentino, che “la pesca sportiva deve essere solamente quella con la lenza” e che “Sono in troppi a dimenticare che la quantita’ di pesce pescato permessa e’ di 5 chili a testa”. Nell’inevitabile giro di commenti, non è mancato qualche riferimento specifico alla pesca subacquea, della quale, sempre su un comunicato ANSA, si legge: “Per non parlare poi della pesca subacquea dove, sempre piu’ spesso, si sconfina nell’ illegalita’ con catture di specie sottotaglia, in quantita’ eccessiva, in zone proibite, il piu’ delle volte nelle aree denominate ‘nursery’ (zone di crescita) dove il novellame si concentra in determinati periodi dell’anno”.

Porre un problema di catture sotto taglia con riferimento alla pesca in apnea è semplicemente ridicolo – Foto: Apnea Magazine

Qualche anno fa ho frequentato un master in diritto dell’ambiente e delle zone rurali. Ricordo che un docente ci raccontò di come, grazie all’incapacità dei rappresentanti del nostro paese nelle sedi comunitarie e all’abilità dei rappresentanti della Spagna, si era giunti a far passare “a livello europeo” l’idea che le arance migliori dovessero risultare un po’ aspre, come quelle prodotte in Spagna, e non dolci come le meravigliose arance di Sicilia. Mi pare che nel campo della pesca marittima stia accadendo la medesima cosa, con la pesca subacquea a fare la parte dell’arancia siciliana. L’unica differenza è che noi pescatori in apnea il problema dei rappresentanti neanche ce lo poniamo, occupati come siamo a fare scongiuri, sperando che il prossimo fulminaccio cada un po’ più in là o che le finanze ci permettano comunque di dare adeguato sfogo alla nostra passione attraverso delle vacanze di pesca all’estero.

Tutti gli appassionati della nostra disciplina sanno che la pesca in apnea è la forma di pesca sportiva più selettiva in assoluto, dato che consente di scegliere la preda prima di tentarne la cattura (il cosiddetto “release and catch”), e che per questo risulta suscettibile di una regolamentazione anche molto articolata. Mentre con altri metodi professionali o sportivi non è possibile selezionare le prede se non dopo che sono state ferite, ridotte in fin di vita o uccise, la pesca in apnea consente a chi la pratica di selezionare le prede in modo accurato e nel pieno rispetto, ad esempio, di norme che stabiliscano periodi di divieto in corrispondenza della stagione riproduttiva di una data specie.
Inoltre, tutti sanno o dovrebbero sapere che il limite di prelievo per i pescatori sportivi, fucile o canna non rileva, è sempre lo stesso, con l’unica differenza che ai pescatori in apnea sono interdetti molluschi non cefalopodi e crostacei, la cui cattura è consentita a tutti gli altri.

A fronte di questi banali dati di fatto, è comprensibile lo stupore di chi si cimenti nella lettura non solo e non tanto delle dichiarazioni apparse in molti comunicati stampa dei giorni passati, ma anche, ad esempio, di un qualsiasi regolamento di una qualsiasi area marina protetta istituita o in corso di istituzione: a ben vedere, infatti, la tutela della fauna marina all’interno delle aree protette si realizza unicamente con la proibizione dei metodi più micidiali e distruttivi della pesca industriale -che possono essere praticati comunque qualche miglio più in là- e con la proibizione della… pesca in apnea, ancora oggi incredibilmente additata come una sorta di disgrazia del mare. Per il resto, tutti continuano a pescare come prima, con buona pace collettiva, in particolare dei pesci.

Senza avventurarmi nel terreno minato del piagnisteo misto alla polemica facile per mettere in fila la lunga serie di incongruenze che testimoniano un approccio quantomeno arruffone nella gestione delle risorse marine nazionali, e rifuggendo la tentazione di cominciare a chiedere lumi sull’assenza quasi totale di controlli, sulle ridicole sanzioni previste per la pesca professionale di frodo, l’abusivismo edilizio dilagante, gli scarichi inquinanti presenti un po’ ovunque e i mille altri problemi irrisolti che minano la credibilità di chi, in questo scenario desolante, non trova nulla di meglio da fare che dire due scemenze -sì, scemenze!- sulla pesca in apnea, voglio limitarmi a pormi e porvi una domanda provocatoria e surreale, sicuramente, ma spero utile ad inquadrare il problema nella giusta prospettiva.

Dallo stupidario del mese: pesca subacquea al novellame delle nursery? – Foto: A Balbi

Se potessimo chiedere ai pesci quale forma di pesca preferirebbero, fra tutte quelle esistenti, cosa risponderebbero? Ce lo siamo mai chiesto?

Sceglierebbero forse di essere individuati con il sonar per poi essere attirati in superficie con richiami luminosi e finire intrappolati senza possibilità di scampo in una rete da circuizione? Forse preferirebbero finire schiacciati dentro il sacco di una strascicante, anche qui senza alcuna possibilità di sfuggire ad una fine ingloriosa? Ancora, potrebbero mai preferire di cadere in una delle infinite reti da posta che chiudono ogni cala o caletta proprio mentre accostano per assolvere ai doveri riproduttivi, per morire asfissiati dopo una lunga agonia insieme al proprio carico di vita in fieri? Dando per scontato che nessuno di questi metodi di “cattura di massa” potrebbe essere preferito a quei sistemi di pesca che solitamente consentono la cattura di un solo esemplare alla volta, andiamo avanti. E’ possibile che i pesci preferiscano essere presi per la gola, con ami, lenze e artificiali? Possibile, ma improbabile per due ragioni: in primo luogo, si tratta di metodi che tutti -ma proprio tutti- posso utilizzare senza bisogno di preparazione fisica né di particolare esperienza, e quindi suscettibili di maggiore diffusione; secondariamente, con le attrezzature in uso al giorno d’oggi anche questi metodi non lasciano scampo al pesce, che non è al sicuro neanche quando si rimpiatta nell’abisso. Senza contare che l’astuzia umana che caratterizza lenze, ami, coffe e quant’altro è distante anni luce dalla realtà percepita dal pesce, che non sa come adottare contromisure efficaci e a distanza di secoli continua a cadere nel trabocchetto allo stesso identico modo.

A ben vedere, esiste un unico metodo di pesca che riproduce la predazione così come si ritrova in natura, una predazione che lascia margini per l’adozione di valide contromisure, e che deve conseguentemente rinnovarsi nel tempo per restare efficace, in un tira e molla perfettamente “naturale”. Esiste un solo metodo di pesca in cui il pesce ha sempre modo di sottrarsi all’insidia sfruttando istinto ed esperienza accumulati con tutti i predatori “naturali” (le virgolette sono d’obbligo, perché noi uomini non siamo certamente meno “naturali” degli altri predatori!), un solo metodo in cui l’inganno e l’artifizio in uso nell’atto di predazione non differiscono sensibilmente da tutti quelli già noti ai pinnuti.
Credo che non si possa dubitare che se i pesci potessero decidere in autonomia l’unico metodo di pesca da consentire, sceglierebbero la pesca in apnea.

Il pescatore in apnea si confronta in modo diretto con la preda, e riesce ad averne ragione solo se possiede una preparazione fisica e tecnica adeguata. Il pescatore in apnea opera in un ambiente che non è il suo, limitatamente ai primissimi metri di profondità e con un’azione di pochi secondi, quelli concessi dalla sua natura terricola, durante i quali deve riuscire a creare l’occasione per scoccare l’unica freccia a disposizione e finalizzare la cattura. Per creare l’occasione, deve conoscere il mare ed i suoi abitanti; per ottenere questa conoscenza, deve trascorrere ore, giorni, anni a stretto contatto con l’elemento liquido, prestando attenzione ad ogni dettaglio e cercando di comprendere le dinamiche del sesto continente. Per arrivare a catturare un pesce con relativa facilità, il pescatore in apnea deve essere un grande appassionato di mare: non ci si improvvisa pescatori in apnea! La pesca in apnea è una forma di pesca sportiva che seleziona i pescatori prima delle prede, il modo più diretto e naturale di vivere il rapporto con il mare.

Chi dice che la pesca in apnea è un metodo di pesca distruttivo dice il falso, come dimostrato dalla scarsissima diffusione della pesca subacquea professionale, un’attività riservata a pochi appassionatissimi “pazzi” del mare. Se fosse così redditizia… sarebbe pieno di pescatori subacquei professionisti, no? Quanti ce ne sono in realtà? Una manciata in tutto lo Stivale!

Se in mare si pescasse solo in apnea, si creerebbero problemi di sovraffollamento – Foto: Apnea Magazine

Chi afferma che nella pesca subacquea si sconfini sempre più spesso “nell’ illegalita’ con catture di specie sottotaglia, in quantita’ eccessiva, in zone proibite, il piu’ delle volte nelle aree denominate ‘nursery’ (zone di crescita) dove il novellame si concentra in determinati periodi dell’anno” dimentica che l’illegalità è un fatto che riguarda tutti i metodi di pesca, e che a voler attribuire ad un metodo di pesca una maggiore propensione all’illegalità… si finisce per confondere la pesca con il pescatore.

L’illegalità, inoltre, è un fenomeno tanto più grave quanto più distruttivi sono i metodi di pesca utilizzati. Volendo dissacrare con un analogo metodo la pesca professionale, non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta: in poco più di 5 mesi abbiamo contato una mezza dozzina di pescherecci dell’Argentario pizzicati a strascicare sotto costa nelle acque della futura AMP di Talamone, oltre a due pescherecci della stessa flotta colti con spadara e una tonnellata di pesce al largo dell’Argentario ed un’altra imbarcazione pirata acciuffata proprio all’inizio del mese di agosto nel parco di Giannutri, ovviamente in zona di riserva integrale.

Chi si preoccupa dell’illegalità della pesca subacquea, sa che lo strascico sotto costa è punito con la stessa sanzione amministrativa (1032 euro) prevista per il subacqueo sportivo che pesca con una boa priva della regolamentare bandiera segnasub? Si rende conto delle implicazioni sul piano preventivo di questo inspiegabile trattamento sanzionatorio per un’attività di eccezionale capacità distruttiva come lo stascico illegale, si chiede come mai ci si preoccupi del dardo del pescatore in apnea fuorilegge quando i pescherecci fuorilegge continuano imperterriti a lucidare a specchio le nostre coste triturando tutto ciò che raccolgono sul fondo?
E’ mai possibile dover leggere considerazioni acide e catastrofiche sulla pesca in apnea e, poco più in là, comunicati stampa che vaneggiano di “strascico per l’ambiente” solo perché nell’opera di pulizia dei fondali delle strascicanti capita che nel sacco ci finisca anche l’immondizia subacquea? Dico, ci siamo bevuti il cervello?

Ci si preoccupa del fatto che la pesca sportiva, con le sue (supposte, non si sa come) 19.000 tonnellate di pescato annuo, possa rappresentare un problema per l’ambiente. Ma vi siete accorti del fatto che il tonno è praticamente estinto insieme ad altre specie di pelagici come la ricciola? Vi siete accorti che le insacchettate di dentici e orate consentite dal cianciolo stanno distruggendo queste specie? Avete notato in questi ultimi anni la rarefazione impressionante di cefali e spigole? Avete fatto caso alle taglie minime previste dalla legge per specie come il dentice o la ricciola? Nessuno si indigna per questo?

Gentili signori, amanti dell’ambiente e del mare, paladini del sesto continente e affini: la vogliamo piantare di confondere la pesca in apnea con il bracconaggio, che non ha niente a che vedere con una pratica rispettosa delle leggi dell’uomo e del mare? Vogliamo smetterla di spargere menzogne sulla nostra disciplina?

Signori cari, vi sfido a dimostrare che la pesca in apnea è un metodo di cattura da proibire, facile e distruttivo: fissiamo un appuntamento con media e tutto il resto in riva al mare, vi forniremo tutte le attrezzature per offrirvi l’opportunità di cimentarvi in questo metodo di pesca e far vedere al mondo cosa sapete riportare in superficie! Vi anticipo da subito cosa prenderete: niente di niente, neanche l’ombra di una pinna. Dopo aver provato, vi chiederete come sia possibile catturare un pesce in apnea con un fucile che tira a 2-3 metri, cercherete il trucco ma non lo troverete, resterete interdetti e vi renderete conto di quante ciarle prive di costrutto avete prodotto nei vostri fantasiosi panegirici sulla pesca in apnea e sulla sua solo supposta incompatibilità con la tutela del mare.

Per concludere, si deve ammettere che è davvero incredibile come ogni tanto, ciclicamente, qualche paladino del mare o supposto esperto si scagli contro la pesca in apnea con una serie di scemenze inaudite, il tutto con il piglio di chi la sa lunga. Eppure non dovrebbe essere difficile capire che la pesca in apnea è di gran lunga la forma di pesca più difficile e selettiva. Basterebbe chiederlo ai pesci!

Category: Editoriali

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