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Pescasub: il circuito a coppie con assistenza indotta

| 8 febbraio 2003 | 0 Comments
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Foto: Charlie Patriarca

“La pesca in apnea appassiona a tal punto, che sovente è difficile spiegarne sensazioni, ideali ed emozioni. Forse condividendole con un compagno fidato si amplificheranno tanto da diventare patrimonio comune”.

Ovunque nel mondo negli angoli più remoti sembra si parli una lingua unica universale.

Una generazione che si è evoluta col susseguirsi dei grandi campioni nel tempo; nomi letti e riletti, interviste “respirate” d’un fiato.

Vidi per la prima volta Scarpati in occasione di un suo campionato Italiano andato male, seduto in macchina decisamente abbattuto e sconfortato, ne provai una forte emozione.

Poi si cresce, ci si allena, si migliora e con passione e tanta fortuna, un giorno il sogno si avvera: una bandiera tricolore sventola, un inno la cui melodia è nota, e tu sei li a difendere i colori del tuo paese, senti in quel momento una grande carica di responsabilità.

Sensazioni uniche e irripetibili, purtroppo anche quando le cronache a scadenze regolari riportano le tristi notizie alle quali purtroppo non ci sottraiamo: molti iniziano quella che sappiamo essere un’esperienza culturale, emotiva, profonda e straordinaria che d’un tratto s’interrompe per sempre; sono solitamente giovani che non riemergono da un normalissimo tuffo nel blu, a volte neanche troppo lungo, ma che spegne la vita come una luce’ in un’attimo.

Molti li conosci personalmente, altri perché amici di qualche appassionato incontrato per caso una volta ad una rassegna, ad una gara o in mezzo al mare; son tutti “amici” solo per il fatto di condividere nel bene e nel male il tuo sport, e la conclusione è semplice: la pesca in apnea è uno sport rischioso, con delle variabili situazionali poco controllabili e gestibili soprattutto dai più giovani.

Il pericolo inizia subdolamente proprio quando si comincia “a diventare bravi”, le prime prede importanti, i primi traguardi di profondità ci espongono alla dura realtà del mare.

La soluzione non è stata trovata, forse perché non esiste.

La ricerca è lenta, adesso si sa qualcosa in più, ma è sempre troppo poco; tempo fa una ditta sperimentò la messa a punto di dispositivi temporizzati autogonfiabili di sicurezza , i pro eguagliavano i contro e la strada s’interruppe. In effetti, il progetto si rivelò inapplicabile… ma parlo di quindici anni fa.

Due apneisti che operano in coppia “uno sull’altro” rappresentano al momento la soluzione pratica che garantisce un ottimo grado di sicurezza, ma solo a patto che l’immersione sia controllata effettivamente dalla superficie; cosa molto difficile da realizzare, perché se abbiamo in mano tutti e due fucile e torcia, è esperienza comune che dopo poco ognuno prende una strada diversa, l’istinto e le caratteristiche personali conducono all’azione, ci orientano a pescare con obiettivi diversi. Saremo anche vicini, a qualche decina di metri, ma lontani da una sicurezza reale.

In effetti, la pesca in apnea è una grande “scuola d’introversione”, il rapporto con la profondità, con i grandi pesci, con le sollecitazioni ipossiche realizzano una grande performance sportiva, difficilmente riscontrabile in altre discipline.

Questa condizione amplifica l’autostima personale distorcendo la realtà a tal punto da creare in alcuni elementi un non meglio definito “senso d’onnipotenza”, ci si sente sempre autosufficienti in tutto e per tutto.

Il problema è quello dell’assistenza reciproca, che può essere “indotta praticamente” solo con l’utilizzo di un unico fucile da parte della coppia, poi in barca o al pallone possiamo averne degli altri, ma in acqua solo quello, caso mai messo a punto dai due compagni di pesca in una buia officina; il manico di quell’arba, la canna di quell’altro e gli elastici pure, il risultato è quello di realizzare un’arma unica e micidiale… la nostra arma.

Personalmente tra i miei ricordi rimangono indelebili queste esperienze, come quella che vi voglio raccontare.

Una tiepida giornata di Settembre

Una grossa cernia

L’ennesima pinneggiata a mezz’acqua per esplorare una piana di posidonia regolare e unifome, ho in mano il lungo dei ” Supersten”.

Antonio Toschi mi segue col gommone al minimo, ad ogni riemersione è li, sottovento per non farmi sentire l’insopportabile puzza di scarico del fuoribordo, oramai è una routine consolidata, un paio d’ore di ricerca a testa, adesso è appunto il mio turno, sono in acqua da oltre un’ora.

Pinneggio a mezz’acqua ancora una volta, accompagnato da pensieri che ruotano senza un apparente senso logico, toccando fatti, immagini che non c’entrano nulla con la pesca, sono un segnale di noia incombente.

Aspetto che il fondo cambi.

Una larga chiazza di sabbia mi scuote dal torpore mentale e risveglia in me l’attenzione, m’incuneo rapidamente verso il fondo per guardare meglio, la distesa di sabbia termina con delle lastre, ci siamo: qualcosa sta per succedere!

Un’esplosione di vita interrompe la monotonia di quelle ore di posidonia, alta mezzo metro, le corvine marezzano uniformemente la chiazza di sabbia, sono tante, una cernia sta nel mezzo… ne riconosco la bruna sagoma, decido di risalire.

“Anto’, qui c’è pesce, butta l’ancora” dico appena riemerso.

L’ancora è lì a portata di mano, con dei segnali oramai consolidati nel tempo indico la direzione che Antonio segue, a un mio cenno l’ancora vola precisa , il gommone finito lo scarroccio si posiziona leggermente sopavento pochi metri rispetto alla verticale della serie di lastre’un capolavoro il suo (come sempre).

Mi appoggio sul bordo del gommone, mentre Antonio si cambia.

“Sono delle belle lastre, ci sono molte corvine e una cernia ”

“E’ grossa?” mi chiede

“Più di quindici chili” rispondo.

Nel frattempo è in acqua anche lui.

Scendiamo assieme e gli indico le lastre abbastanza profonde, risaliamo e confabuliamo sul da farsi.

Mentre preparo l’immersione con calma, lui osserva da dietro, mi sistema sempre il pugnaletto nel fodero che per abitudine e convenienza ho imparato a tenere allacciato alla gamba.

Scendendo osservo attentamente, la cernia è in candela, staccata dal fondo una decina di metri, che scruta con circospezione; come avanzo di poco, lenta e solenne guadagna l’angolo più contorto delle lastre.

Adagiandomi sul fondo la vedo un paio di metri sotto la lastra, di muso che mi guarda da uno stretto cunicolo.

Le cernie in tana potevano rimanerci una vita, troppo complicato.

Riemergo e ragguaglio il mio compagno.

Antonio ha “sgasato” la muta dalle bolle; è pronto, gli passo il fucile.

Scende elegante, potente; le braccia distese in avanti, riesce a compensare senza usare la mani, regalo fattogli da madre natura, io dietro di lui (compensando normalmente purtroppo): la cernia esce dalla tana , venendogli incontro curiosa; si ferma immobile! Antonio continua a scivolare verso di lei distendendo il fucile, il pescione si gira e lentamente guadagna la tana osservandolo mezza fuori e mezza dentro, il fucile è teso , puntato, un lunghissimo attimo, ma non spara… risale!!

“Allora, non hai sparato?” gli chiedo

“Sono un po’ contratto, non ho ancora la lucidità una volta sul fondo, fra qualche tuffo andrà meglio, prova tu” mi dice passandomi il fucile.

Scendo, la cernia è a mezz’acqua, mi osserva e lemme lemme si dirige verso la tana sparendovi.

“Hai visto, scendi tu e ti viene incontro, vado io e s’intana !” dico rivolto ad Antonio che sorridendo fra denti e boccaglio intanto si prepara , gli passo il fucile, mi fa un cenno.

La sua discesa è precisa, lo seguo da una decina di metri di distanza, mentre prosegue verso il fondo mi fermo a mezz’ acqua cercando di mantenermi più neutro possibile, osservo la scena:

– anche questa volta il pesce stranamente gli si dirige contro, ma sempre con fare guardingo… sembra che qualcosa l’attiri, verrebbe quasi da pensare a un richiamo, ma so che non è così. Antonio prosegue la sua discesa, inizia ad allungare il supersten, mostrando il fianco al pesce, è ormai a una decina di metri: la cernia osserva, muove le pinne pettorali sempre più rapidamente; Antonio è a poco più di sei metri.

A questo punto mi lascio scivolare lentamente verso il fondo per vedere meglio, appena la cernia accenna allo scarto, Antonio lascia partire un preciso tiro dal mio fucile, la lascia immobile.

Spinta dal peso dell’asta cade verso il fondo, Antonio fila il mulinello e risale decisamente.

“Allora, il mio fucile come ti sembra” gli chiedo una volta riemerso

“Il grilletto è ancora duretto , ma va bene, adesso andiamo sulla” Veletta ” nel ciglio dei dentici, ma prendiamo il mio fucile… vedrai” risponde, nel mentre recupera il pesce e avvolge con estrema cura il nylon attorno al mulinello, anche quello personalizzato a dovere.

Ci spostiamo di un miglio a ponente, traguardiamo i segnali e filiamo l’ancora sulla sabbia.

Dopo qualche tuffo alternato, sono appoggiato fra un ciuffo di posidonia e uno spuntone roccioso, due grossi dentici sbucano di lato, punto il più grosso e stranamente, un attimo prima di decidere di sparare, solo con la leggera pressione della mano nel puntamento dell’arma, parte il tiro; rimango letteralmente di stucco, sbalordito della sensibiltà e morbidezza del grilletto del suo fucile, il dentice è filato nella sagola.

Mentre risalgo lo allontano dagli scogli e a mezz’acqua Antonio mi raggiunge concludendo il recupero e lasciandomi risalire senza fatica.

“Antò ma cosa gli hai fatto stavolta al grilletto? Meno male che ho l’abitudine di mantenere il puntamento del pesce, il colpo è partito appena ho sfiorato il grilletto” dico sorpreso.

“Quando arriviamo a casa ti farò vedere” è stata la sua laconica risposta .

Questo episodio racchiude il fascino della pesca in coppia con un fucile: la sicurezza, l’esperienza di vivere l’azione di entrambi, lo scambio d’idee sulle attrezzature, un’ efficace azione di coppia che esula dall’individualismo ed egocentrismo proprio del pescatore, detentore dei suoi segreti che nella pesca in apnea per i giovani a volte rappresentano dei validi esempi da seguire.

Le gare con questa innovativa formula rappresentano questo, un modello orientato ad una nuova forma tecnica operativa, che oltre a garantire una discreta sicurezza relativa, ci permette di condividere un’emozione unica.

Luciano Cottu

Segretario Commissione pesca in apnea CMAS

Category: Editoriali

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