Home » Editoriali » Pesca in apnea, un mare di guai

Pesca in apnea, un mare di guai

| 12 settembre 2005 | 0 Comments
Trovi questo articolo informativo?
[Voti: 0    Media Voto: 0/5]


L’assistente è necessario solo in caso di presenza a bordo di bombola a fini di sicurezza, ma purtroppo si possono subire multe salate anche nel caso in cui la bombola non risulti presente – Foto © Alberto Balbi

E’ davvero singolare il modo in cui il nostro ordinamento giuridico disciplina la pesca sportiva in mare. Da una parte, lascia la massima libertà d’azione a tutti, cittadini e non, permettendo la libera pratica della pesca in apnea a qualunque maggiore di 16 anni, senza la necessità di pagare permessi o ottenere documenti. Dall’altra, però, fissa un complesso di regole che non esito a definire ben confuse (si pensi ai dubbi interpretativi suscitati da limiti di prelievo, dall’obbligo di segnalazione, dal solo supposto obbligo generale di barcaiolo per chi si reca a pesca con un mezzo nautico e così via) punendo praticamente ogni infrazione, anche la più piccola, con una sanzione in grado di mettere in ginocchio una famiglia di medio reddito (1032 euro). Inoltre, il regolamento punisce con la stessa severità anche la violazione di ordini dell’autorità marittima, che sono adottati dagli uffici periferici, vigono solo nel tratto di mare di competenza dell’ufficio e risultano, spesso, scarsamente conoscibili.
La libertà di comprare le attrezzature e tentare di rimediare un pesce per la cena, insomma, è solo apparente, perché comporta la possibilità di essere pesantemente multati per la violazione di norme confuse, contraddittorie e, purtroppo, scarsamente conoscibili (e quindi, di fatto, scarsamente conosciute) tanto dai praticanti quanto da chi sarebbe chiamato a farle rispettare.

Gran confusione

Partiamo da un dato di fatto: senza nuove regole non si andrà mai da nessuna parte, perché il Regolamento della pesca marittima (DPR 1639/68) è ormai un costume di Arlecchino, frutto di rimaneggiamenti che hanno dato il colpo di grazia all’armonia del sistema -già non particolarmente apprezzabile in origine- introducendo norme che hanno finito per creare solo confusione fra gli appassionati e persino le stesse forze dell’ordine. Gli esempi si sprecano, mi limito a ricordare uno dei più fastidiosi: ad oggi si continuano ad elevare verbali per la violazione dell’obbligo di assistenza a bordo del mezzo nautico di cui all’articolo 128bis comma due del Regolamento 1639/68 perché la norma del comma due è mal formulata e si presta ad interpretazioni arbitrarie. L’interpretazione autentica del ministro (cioè la spiegazione della reale portata dell’obbligo) arrivò nell’ormai lontano luglio del 1987, ossia il mese successivo a quello dell’emanazione del decreto. Con la Circolare n. 6227201 il Ministro chiarì che l’obbligo di cui all’art. 128bis comma due (introdotto dall’articolo 3 del DM 249/87) non riguardava i pescatori che si recavano sul luogo di pesca con gommone senza la bombola da 10 litri da utilizzare “a fini di sicurezza”, né quelli che si recavano a pesca da terra (qualcuno, addirittura, aveva letto nella norma un divieto generale di praticare la pesca in apnea senza mezzo nautico di appoggio).

Tutto risolto? Purtroppo no, perché la circolare non è mai stata riprodotta nel testo del DPR 1639/68 ed è quindi finita lentamente nell’oblìo. Anche se a suo tempo fosse stata distribuita a tutti gli uffici locali delle forze preposte al controllo, si capisce che un foglietto svolazzante si perde in fretta e ciò che resta sono i dubbi interpretativi e le sanzioni, pesanti quanto fuori luogo. Le regole importanti vanno scritte a chiare lettere nel principale testo normativo di riferimento, vale a dire il Regolamento, soprattutto se la loro violazione viene punita con inutile severità, come purtroppo accade nella pesca in apnea. Speriamo che il regolamento che avrebbe dovuto vedere la luce entro lo scorso mese di luglio venga adottato in tempi ragionevoli e soprattutto speriamo che tenga conto delle indicazioni fornite dalla nostra categoria alla Direzione Generale della Pesca del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali.

Un pescatore in risalita – Foto © Alberto Balbi

Norme e sicurezza

La norma introdotta dall’articolo 128bis si proponeva di migliorare la sicurezza della pratica della pesca in apnea sportiva, ma la sua imperfetta formulazione l’ha trasformata in semplice occasione di salasso per pescatori in apnea. Di fatto, quasi nessun pescatore subacqueo sportivo si avvale della facoltà di trasporto contestuale di bombole e fucili, mentre l’applicazione concreta del 128bis riguarda quasi sempre il comma due, che viene impropriamente generalizzato ed applicato anche nei confronti di chi non detiene alcuna bombola a bordo del mezzo usato per la battuta di pesca.
Nelle intenzioni originarie -ma anche alla luce di una banale interpretazione sistematica (sic!)- il 128bis resta però una norma fondamentalmente giusta almeno nelle intenzioni, perché pensata per aumentare la sicurezza dei subacquei, mentre la stessa cosa non può dirsi per altre norme del Regolamento. Duole rilevarlo, ma vi sono norme del DPR 1639/68 pericolose o profondamente ingiuste. Insomma, c’è di peggio.

Ad esempio l’articolo 129, che alla lettera a) prevede il divieto di praticare la pesca in apnea a distanza inferiore a 500 metri dalle spiagge frequentate da bagnanti. Si tratta di una distanza abnorme, che non trova riscontro in nessuno degli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo e che finisce per mettere a rischio la vita dei pescatori in apnea -soprattutto dei più giovani ed inesperti- per un eccesso di zelo nella tutela dei bagnanti.

D’accordo, il fucile subacqueo è uno strumento atto ad offendere la persona ed è giusto stabilire delle norme che impediscano agli incoscienti di mettersi a sparacchiare fra i piedi dei bagnanti, ma la distanza stabilita dall’articolo 129 è davvero eccessiva. Eppure per i fucili veri, quelli da caccia, la legge prevede che si possa sparare in direzione di una casa quando ci si trova a soli 150 metri: chissà perché nel caso del fucile subacqueo si senta l’esigenza di frapporre una distanza così spropositata tra chi lo usa ed i bagnanti.

In Francia, Spagna, Grecia, Croazia e in molti altri paesi non esiste una norma del genere, al massimo si parla di una distanza di 200 metri. Il fucile subacqueo ha una gittata di pochi metri e comunque spara un’asta di metallo che resta saldamente collegata al fucile mediante uno spezzone di alcuni metri di sagola o nylon: che esigenza c’è di spedire i pescatori in apnea, soprattutto quelli che non dispongono di mezzo nautico di appoggio (quasi tutti i più giovani), ad una distanza da costa così elevata dove le barche sfrecciano a tutta velocità? Ma soprattutto, a chi giova? Mistero.

Va detto che in base alle direttive 21/07/2003 e 25/06/2004 del Ministro dei Trasporti Lunardi, in linea di massima le imbarcazioni dovrebbero navigare a velocità non superiore a 10 nodi entro 1000 metri dalle spiagge e 500 metri dalle coste a picco, e che quindi, a rigore, i sub verrebbero spediti in una zona in cui la navigazione è permessa solo a bassa velocità.

Cinquecento metri restano una distanza pericolosa a prescindere dal rischio di essere falciati dalle eliche dei diportisti, perché un qualsiasi imprevisto può comportare grossi problemi. E poi non si può fingere che tutti gli appassionati ultrasedicenni siano esperti, allenati e attenti alle norme di sicurezza. Ma poi che senso ha spedire un pescatore apneista a 500 metri da riva all’alba o al tramonto?

Sarebbe sufficiente ridurre la distanza a 200 metri e renderla operativa esclusivamente in orario di balneazione per offrire a tutti gli appassionati, soprattutto i giovani, la possibilità di praticare questa bellissima disciplina in totale sicurezza e senza arrecare disturbo a nessuno.

A prescindere da queste considerazioni, però, occorre rilevare che, a giudicare da quanto si è visto in mare anche questa estate, le direttive Lunardi sembrano rimaste lettera morta, perché le imbarcazioni continuano a sfrecciare indisturbate a pochi metri dalla riva un po’ ovunque. La morte di Giulio Balestrieri, ennesimo apneista falciato e ucciso dalle eliche di un’imbarcazione nonostante la regolare segnalazione, è l’ennesima tragica conseguenza di questa situazione, ormai insostenibile.

Un pescatore mostra una grossa corvina – Foto © Apnea Magazine

Se l’articolo 129 del regolamento è pericoloso per la sicurezza dei pescatori in apnea, quello seguente è anche ingiusto. Ancora oggi un subacqueo che non rispetta gli obblighi di segnalazione dell’art. 130 DPR 1639/68 -mettendo così a repentaglio la propria incolumità– viene punito con una sanzione amministrativa di oltre mille euro. Il diportista indisciplinato che sfreccia a 30 nodi a un metro dal subacqueo regolarmente segnalato, invece, se la cava con 200 euro se va male, sempre che riescano ad acciuffarlo. Inutile illudersi: di fatto, si hanno e si continueranno ad avere tante multe pesanti ai pescatori indisciplinati e pochissimi buffetti a chi rischia di affettarli ignorando la loro bandiera di segnalazione. Lascio giudicare a voi la giustizia realizzata da questo sistema, tra l’altro recentemente emendato da una pecca ancora più grave.
Già, perché fino alla circolare del Comando Generale delle capitanerie di Porto del 2003, ossia per 35 anni, l’ordinamento giuridico non aveva previsto non dico una sanzione, ma neanche una regola di condotta per i diportisti! Il regolamento si limitava a stabilire obblighi per il pescatore in apnea (che poi la giurisprudenza e lo stesso Comandante Generale delle CCPP hanno dovuto estendere con un’interpretazione quantomeno ardita ai subacquei ARA) senza stabilire né regole di condotta né tanto meno sanzioni per i diportisti irrispettosi del segnale di uomo immerso. Solo La circolare Prot 82/033465 CGCCPP del 23 maggio 2003 -sollecitata dai pescatori in apnea e dalla FIPSAS- chiarì che alle imbarcazioni a vela e a motore è fatto divieto di navigare a distanza inferiore a 100 metri dai segnali dei subacquei (apneisti e non). Per la verità quella circolare non si limitò a chiarire questo divieto, tutta la vicenda è descritta in questo editoriale del 2003.

L’apparenza inganna

Parlando di libertà apparente di praticare la disciplina, ho fatto riferimento al rischio di sanzioni imprevedibili, ma c’è un altro aspetto da considerare. Senza voler aprire il calderone AMP, che ci condurrebbe molto lontano, voglio solo invitarvi a prendere la cartina di un tratto di mare ed iniziare a evidenziare:

1) la fascia di 500 metri dalle spiagge frequentate da bagnanti;
2) la fascia di 100 metri dalle coste rocciose a picco
3) le zone di traffico nautico e quelle interdette da ordinanze di vario tipo (rischio frane, lavori subacquei)
4) le zone portuali
5) le zone di tutela biologica
6) le AMP
7) i parchi marini

Ammesso e non concesso che riusciate in un’operazione così complessa, anche senza andare troppo nel dettaglio vi renderete presto conto di quanto poco mare risulti “liberamente” pescabile per l’apneista. Il trend non è affatto positivo, perché le amministrazioni locali dei centri turistici costieri stanno seguendo in massa l’illusione del facile guadagno con quello che viene spacciato per l’unico turismo compatibile con la Tutela del Mare, ossia l’escursionismo subacqueo dei diving. I diving stanno proliferando, portano migliaia di ricchi subacquei di città a spasso lungo i fondali rocciosi dello stivale e incassano tanti più soldi quanto più l’immersione è gradita ai clienti = spettacolare. I fondali mozzafiato da soli non bastano, ci vogliono cernie che beccano l’erogatore, nuvole di saraghi di ogni tipo, orate e dentici straordinariamente confidenti, mostelle giganti e aragoste che fanno capolino da ogni pertugio. I siti di immersione devono essere straordinariamente ricchi, altrimenti i turisti vanno in Mar Rosso, quindi il mare va… protetto! Ma non dalla pesca industriale, che va ad eliminare specie trascurabili, e neanche dall’inquinamento o dalla pesca di frodo: va tutelato dall’unico vero pericolo concreto, cioè il pescatore in apnea. Quello che i pesci li fa scappare, nella migliore delle ipotesi. Quello che te lo ritrovi sulla secca la mattina presto ad invadere il “tuo” posto di lavoro, quello che non rispetta mai le regole e che pertanto ne merita di più severe (io vorrei davvero sapere quale meccanismo mentale scatta in questi geniacci del management della civile convivenza, come si convincano che il rimedio al mancato rispetto delle norme siano delle norme ancora più stringenti!), quello da relegare su fondali di scarso interesse per l’escursionismo subacqueo. E pazienza se poi qualche aragosta sparisce di tanto in tanto, se qualche amico si fa il tuffetto con le bombole nottetempo per razziare dentici o se al termine della stagione teatrale qualche bigliettaio passa a prendere la cernia nutrita fino al giorno prima “tanto alla prossima stagione ne arriva un’altra ad occupare la tana”. Pazienza se la pesca a strascico sottocosta, le reti abusive, la pesca di frodo nelle AMP con e senza bombole sono messi in atto ogni giorno per l’insufficienza dei controlli. Pazienza se metodi micidiali ma legali come il cianciolo, in associazione a strumenti elettronici fantascientifici, stanno completando un’attenta opera di distruzione.
Vabbé, il mare sta morendo, ma lo spettacolo deve continuare… “Si accomodi alla cassa, è previsto lo sconto comitiva e se le interessa abbiamo in promozione l’escursione didattica sulle cernie, ce n’è una enorme che si fa quasi toccare”.

L’emozione della grande cattura è difficile da raccontare – Foto © Apnea Magazine

Personalmente, credo che i diving abbiano il sacrosanto diritto di fare i loro affari e che per questo sia ragionevole lasciar loro campo libero in alcune zone circoscritte. Mi pare, però, che al momento la situazione sia leggermente diversa: nell’interesse dei diving si stanno sottraendo porzioni di mare sempre più ampie alla pesca in apnea. In troppe zone si sta procedendo ad una sostanziale privatizzazione del mare a vantaggio dei diving, a iniziare dalle AMP, dove la nostra esclusione dall’intera zona C non trova ragionevoli giustificazioni. Siamo additati come distruttori del mare ed ostracizzati perché la nostra presenza induce “atteggiamenti elusivi nella fauna” che non giovano agli affari dei diving. Come se la confidenza dei pesci ammaestrati fosse “naturale”. Ma perché, scusate, gli animali selvatici che vivono nei parchi terrestri non hanno un atteggiamento elusivo? Ma ve lo immaginate un parco terrestre con animali selvatici che vengono a mangiare dalle mani dei visitatori? Beh, sarebbe difficile realizzare uno show del genere rispettando il generale divieto di dare da mangiare agli animali (anche per loro vale, in qualche modo, il vecchio detto: ne uccide più la gola che la spada). Sott’acqua, però, è tutto più facile: per stimolare un innaturale interesse dei pesci verso il subacqueo (= per far sì che i pesci corrano a mangiare le pinne al turistao meravigliao) è sufficiente alimentarli con un po’ di costanza, possibilmente tenendo i cacciatori subacquei alla larga.

Se i diving hanno bisogno di zone con scenografie tropicali, si tengano pure alcuni siti di immersione per allestire lo show, ma per piacere non si continui a raccontare che l’escursionismo subacqueo è un’attività perfettamente compatibile con la tutela dell’ambiente, quasi contrapposto alla pesca sportiva.
Non lo è perché la concezione di ambiente senza essere umano è una finzione inaccettabile e, soprattutto, non lo è perché confidenza naturale e addomesticamento sono due cose diverse (ma cosa non si racconterebbe al mondo in nome della didattica, o meglio del denaro che porta a chi confeziona questi pacchetti turistici?). Davvero si pensa di poter sostenere che migliaia di subacquei che passano sul fondale non lascino alcun segno su gorgonie, coralli e quant’altro si trovi sul fondo? Tutti pensano solo all’abbondanza dei pesci quando si parla di tutela del mare, ma perché nessuno dice quanto tempo impiega a crescere la gorgonia spezzata dalla pinneggiata maldestra del turistao meravigliao di turno? Nessuno si preoccupa di cosa significhi per l’ecosistema marino più delicato, le grotte, l’immissione di aria in quantità nelle volte, fino all’eliminazione delle forme di vita peculiari con danni ambientali inimmaginabili? E il sollevamento del limo con successivo deposito su organismi viventi a profondità in cui la luce fatica ad arrivare? E il continuo avvicendarsi di frotte di subacquei rumorosissimi anche nei periodi di riproduzione e persino di notte? Non disturba il povero pesce? Scusate, ma perché nei parchi terrestri esistono gli itinerari?

Il pescatore in apnea vive il mare con intensità e rispetto, godendo dei suoi frutti con senso di responsabilità – Foto © Alberto Balbi

A ben guardare, questa storia dell’escursionismo subacqueo come simbolo della tutela del mare mi sembra intrisa della stessa ipocrisia di sempre. Scegliere il miglior pezzo di agnello al mercato è normale (dico io, ma qualcuno lo avrà squartato questo agnello o si è confezionato da solo dopo essersi suicidato?) mentre infilzare un pesce per la cena è da cattivacci senza cuore. Se peschi un pesce (di qualsiasi taglia) con la lenza sei uno sportivo, se ti spolmoni per imparare a conoscere l’ambiente marino e le abitudini delle prede e alla prima occasione ti scegli la preda da catturare per consumarla con la famiglia e gli amici sei un pericolo per il mare (rectius: per gli affari dei diving e la faccia degli amministratori). Se trasformi i pesci in pagliacci da circo e ti metti a fare il bigliettaio dello show sei un difensore dell’ambiente; se il mare lo vivi davvero, con rispetto ma senza ipocrisia, sei un insensibile distruttore del mare. Lunga vita a Ermete Realacci, che certo ambientalismo bigotto e ipocrita se lo mette sotto i piedi e auguri di rapido fallimento a chi pensa di poter spennare i turisti senza una vera azione di tutela del mare, che inizia dall’affermazione della legalità, e quindi senza offrire servizi di qualità.

Categoria dove sei?

Prima che mi lasci prendere la mano e prosegua con l’elencazione di tutti i guai della pesca in apnea, sarà meglio che inizi a tirare le fila del discorso ed avviarmi alla conclusione. I problemi della pesca in apnea moderna sono tanti ed il futuro della disciplina appare incerto. Senza un’efficace opera di tutela della categoria siamo destinati a soccombere di fronte alle esigenze “di facciata” della nostra società, tanto devota al politically correct.

Cosa accadrà se la categoria non la pianterà di cincischiare, se non inizierà ad informarsi e a dar vita ad un vero dibattito, se non riuscirà ad esprimere un numero sufficiente di attivisti veramente capaci e determinati? Probabilmente, nel medio termine la pesca in apnea sportiva non sarà proibita tout-court, ma verrà progressivamente disincentivata attraverso l’introduzione di una moltitudine di divieti e obblighi e la mancata soluzione dei problemi che la affliggono. Sto parlando, ad esempio, del tesserino obbligatorio di cui si è a lungo parlato tempo addietro e che il Ministero si dichiarava deciso ad introdurre, delle AMP presenti e soprattutto future insieme a tutti gli altri tipi di zone protette (parchi marini, zone di tutela biologica, oasi blu, parchi sommersi etc…), dei divieti a carattere locale sparsi in una moltitudine di fogli svolazzanti, delle norme confuse ed i verbali fantasiosi cui ho fatto accenno, del sempre maggior rischio di essere investiti dalle imbarcazioni e così via. Senza contare che la tutela di facciata porterà anche buoni affari ad alcune categorie economiche, almeno per il momento, ma di sicuro non impedirà il protrarsi della devastazione quotidiana prodotta dall’inquinamento, dalla pesca industriale e dalla pesca di frodo. Questo significa che il mare che tanto amiamo continuerà a morire poco a poco, sotto i nostri occhi, spingendo molti ad appendere l’attrezzatura al chiodo.

Dal 1999 ad oggi ho dedicato molto tempo all’approfondimento dei problemi della nostra disciplina, sottraendolo alle battute di pesca. Se dovessi tirare le somme, dovrei ammettere di aver perso anni del mio mare che nessuno mi restituirà, rinunciando ad emozioni di cui non mi sazio mai. Nell’ambiente della pesca in apnea continuo a vedere troppa faciloneria e inconcludenza, poca competenza e ancor meno spirito di categoria, di conseguenza devo ammettere che la scelta più giusta potrebbe essere sempre stata quella di chi ha preferito un atteggiamento fatalista e, fregandosene dei problemi, si è limitato ad andarsene a pesca. Quello che adesso, finalmente, tornerò a fare anche io, finché mi sarà permesso.

Category: Editoriali

Leave a Reply