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Nascita di un apneista

| 9 marzo 2001 | 0 Comments
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Risalita da una discesa in assetto variabile

Risalita da una discesa in assetto variabile

Parlare di come nasce un apneista non è facile, perché i motivi che portano ad approdare a questa disciplina sono molti e soprattutto sono molto soggettivi.

Spesso si tratta di casualità, di occasioni che capitano, più che di scelte meditate. Perciò, proverò a descrivere il percorso che ho seguito io, affinché possa servire ad alcuni per capire subito quale strada imboccare, ad altri, ormai esperti, per ricordare la loro storia personale, forse simile alla mia.

Lo scopo ultimo di queste righe è quello di spiegare la vera natura dell’apnea, perché, da grande appassionato quale sono, spero che questo sport continui a diffondersi e a svilupparsi, come ha fatto a gran ritmo negli ultimi anni.

Credo che la maggior parte delle persone ancora non sappia cosa sia l’apnea ed anzi, spesso se ne faccia un idea profondamente sbagliata. Cosa, questa, molto peggiore.

Come molti altri, anch’io ho scoperto l’apnea quasi per caso, complici, forse, le lunghe vacanze estive passate al mare o gli allenamenti di nuoto in piscina.

Fatto sta che, ad un certo punto, qualcosa cominciò a nascere dentro di me.

Mi ci sono voluti anni per scoprire cos’era veramente.

Tramonto a Fetovaia, Isola d'Elba

Tramonto a Fetovaia, Isola d’Elba

All’inizio, quando avevo nove o dieci anni, era solamente il piacere di stare in mare con una maschera a guardare i pescetti che nuotavano intorno agli scogli, cercando di acchiapparne qualcuno, più per gioco che non per spirito venatorio.

Col passare del tempo, questo gioco diventava quasi una sfida e cominciai ad impegnarmi sempre di più; aumentavano le ore trascorse in acqua, le mie attrezzature miglioravano ed i risultati pure.

A 15 anni i miei genitori decisero di farmi fare un corso per sommozzatori perché, anche se le bombole non mi interessavano più di tanto, era l’unico modo serio per imparare qualcosa sul mare. Ma a quei giorni si sapeva ancora poco riguardo all’apnea, o meglio riguardo alla “vera” apnea.

Per scoprire cosa cercavo veramente e per far nascere quello che forse avevo dentro fin da piccolo, ho dovuto aspettare altri dieci anni, finché un bel giorno ho incontrato, casualmente, Umberto Pelizzari. Abbiamo parlato un bel po’, ma fin da subito qualcosa mi disse che avevo finalmente trovato la via giusta.

Da allora c’è stato un cambiamento ed un’evoluzione così rapida ed inaspettata che io stesso fatico a stargli dietro. Solo ora capisco cosa è veramente l’apnea e vorrei provare a spiegarlo.

Fare apnea non vuol dire essere un pescatore subacqueo, perché questa è solo una “specializzazione”; di certo è quella che conta il maggior numero di praticanti, ma l’apnea come disciplina sportiva è molto più complessa. L’aspetto principale è la conoscenza di se stessi che si raggiunge tramite l’apnea; le tecniche di rilassamento derivate dallo yoga e il training mentale associati alle tecniche di respirazione sono un mezzo potente per raggiungere quell’equilibrio interiore che spesso ricerchiamo, ma che a molti sfugge.

Quindi fare apnea non vuol dire solo andare in acqua e trattenere il fiato per pescare o per guardare i fondali.

L'autore dell'articolo sulla slitta

L’autore dell’articolo sulla slitta

Fare apnea significa compiere un cammino verso la consapevolezza, per scoprire che i limiti che pensavamo di avere non sono fisici, ma solo mentali; vi assicuro che scoprire di poter trattenere il fiato per un tempo notevolmente superiore a quello che pensavamo è una cosa che vi può cambiare anche la vita di tutti i giorni.

Se riusciamo a capire che le nostre capacità vanno ben oltre quelli che pensavamo essere i nostri limiti, e se riportiamo questa mentalità dall’apnea alla vita quotidiana, il passo in avanti sarà notevole. Ci sono persone anziane, in buona salute, che si avvicinano all’apnea proprio per questo motivo.

Il fatto è che fino a qualche tempo fa nessuno sapeva che si potesse fare apnea in questo modo e si pensava che per andare sott’acqua ci volesse “il fisico” e che in ogni caso si trattasse di uno sport che richiedeva sofferenza e sacrificio.

Oggi l’apnea è principalmente una questione mentale, soprattutto per i neofiti.

Ci sono molti altri aspetti legati al mondo dell’apnea che coinvolgono anche la vita sociale. C’è, per esempio, il forte legame che si crea con il compagno che ci assiste in acqua. Lui vigila sulla nostra sicurezza, gioisce con noi quando un allenamento è andato bene, ci consola se qualcosa non va. E noi facciamo lo stesso con lui. Così si condividono emozioni forti e particolari, come quelle che solo il mare ci può dare, e che possono essere capite solo da chi le ha vissute.

Inoltre questo sport ci porta, ogni tanto, in luoghi particolari, e nei momenti migliori; un tramonto mentre siete in barca in mezzo al mare, una scogliera a picco dove andate a respirare o, per i più fortunati, un branco di delfini che vi si avvicina. Infine ci sono gli incontri con i compagni, le cene, le gite, gli scherzi e tutte quelle attività che ci fanno ritrovare insieme, per divertirci e per raccontarci le esperienze fatte. Finalmente l’apnea si è diffusa abbastanza da poter permettere a chiunque di frequentare un circolo di appassionati. Se prima non si poteva che essere autodidatti, adesso la guida di un buon istruttore è senz’altro da raccomandare.

L’istruttore ci può dire in una sera quello che da soli arriveremmo a capire dopo anni di pratica. Molti autodidatti hanno impiegato anni per arrivare a scendere a venti metri, mentre ci sono allievi dei corsi che, non avendo mai fatto apnea, dopo un mese e mezzo vanno a quote superiori.

Salvatore Rovella con Umberto Pelizzari

Salvatore Rovella con Umberto Pelizzari

Ma quello che più conta è la sicurezza con cui si raggiungono certi risultati; se si fanno le cose nella giusta maniera, l’apnea non è affatto uno sport pericoloso, perché per evitare tutti gli eventuali rischi è sufficiente conoscerli, per sapere cosa fare e cosa non fare. Purtroppo se non abbiamo vicino una persona esperta che ci sa spiegare bene come vanno le cose, e se non si acquisiscono le nozioni di base, il rischio c’è, e può essere alto.

Molti ritengono di essere diventati bravi semplicemente perché vanno in mare da molti anni, ma non è sempre vero, anzi. Partecipare ad un corso di apnea ci permette non solo di imparare bene e velocemente, ma anche di conoscere altre persone che hanno la nostra stessa passione per il mare, con le quali condividere momenti importanti. Far parte di una società di subacquei e di apneisti ci permette di scambiarci consigli e di vedere e provare attrezzature diverse dalle nostre e ci permette di sentire e valutare altri punti di vista. L’istruttore ci guiderà nel cammino interiore che si deve compiere per diventare apneisti e ci aiuterà ad acquisire quella consapevolezza necessaria per ottenere i risultati che speriamo, e magari qualcosa in più. Inoltre l’istruttore ci potrà informare costantemente sulle ultime novità in campo didattico e tecnico, ci potrà offrire il supporto di una didattica specifica e consolidata, alla quale hanno lavorato e lavorano medici, atleti di alto livello, tecnici e specialisti in varie discipline.

Ricordiamoci che l’istruttore valido non è quello che sa tutto, ma è quello che, all’occorrenza, vi può mettere in contatto con altri esperti del settore, qualora ve ne fosse necessità.

Al giorno d’oggi non è più pensabile di praticare apnea da autodidatti; i tempi per raggiungere una buona subacquaticità sarebbero improponibili e i rischi nel raggiungerla sarebbero elevati. Io stesso ho imparato più in un paio di corsi seri per apneisti che in dieci anni da autodidatta.

La nascita dell’apneista che c’era in me è durata molti anni; oggi bastano alcuni mesi.

 

Nascita di un apneista scritto da Salvatore Rovella media voto 3.7/5 - 6 voti utenti

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