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Le schede dei Campioni: Petrollini ed il Sarago


 

Una bella collana di saraghi catturati in gara.

Le schede dei Campioni, raccolte e curate da Simone Belloni, affrontano il tema della cattura delle varie prede da una prospettiva del tutto particolare, quella delle gare. Pur fornendo indicazioni utili anche ai pescatori in apnea amatoriali, le schede sono dirette in particolare verso coloro che si dedicano all’agonismo o che, comunque, vogliono approfondire la loro conoscenza delle gare e delle tecniche vincenti adottate dai protagonisti del nostro sport.
E’ la volta del sarago, una delle prede più comuni anche in competizione: a parlarcene è un agonista di prima categoria, il nuovo acquisto del Team Effesub Daniele Petrollini.

Quando mi è stato proposto di fare una scheda su un pesce di interesse venatorio, pur avendo un’ ampia scelta, non ho avuto dubbi ed ho subito scelto di parlare del sarago.
In particolar modo, mi concentrerò sugli aspetti comportamentali di maggior interesse dal punto di vista del pescatore agonista: spesso c’è una grande differenza tra il pescare un sarago in una normale battuta di pesca piuttosto che durante una competizione, fianco a fianco con molti altri concorrenti che tentano di prenderlo prima di noi.

Già prima dell’eliminazione delle cernie dal novero delle prede valide, i saraghi avevano acquistato valore all’interno delle competizioni; adesso, con l’eliminazione dei serranidi, sono da ritenersi una delle specie di maggiore interesse venatorio in ambito agonistico. Ciò non solo per la sua notevole diffusione nei nostri mari, superiore rispetto a tutte le altre specie, ma anche per un’altra serie di motivi, i più importanti dei quali hanno a che fare con le abitudini gregarie di questo pinnuto e con alcune sue caratteristiche comportamentali, come ad esempio il fatto che, di fronte al pericolo, tende a cercare rifugio in tana.

Procediamo per ordine: parlando dei saraghi di interesse venatorio ci riferiamo al Fasciato o Testanera, al Pizzuto, al Faraone e, infine, al Maggiore.

Il FASCIATO

Questo sparide è davvero particolare: lo si può catturare indifferentemente nella schiuma, in caduta, all’aspetto, all’agguato o in tana, in compagnia dei cugini Maggiori. Vive in branchi molto numerosi, anche se la maggior parte delle volte pochi esemplari di essi sono di dimensioni interessanti. Lo si incontra un po’ su tutti i tipi di fondale e a tutte le quote, ma dovendo offrire una regola di massima possiamo dire che predilige le secche, ama le notevoli profondità e s’intana raramente.

Un bel maggiore arpionato in poca acqua. Foto: Francesco Gabbas

Nonostante raggiunga dimensioni importanti, sicuramente superiori al peso minimo delle competizioni, si caratterizza per il comportamento estremamente variabile.
La mancanza di una regola precisa nelle sue abitudini e nei luoghi dove preferibilmente staziona e, soprattutto, la sua scarsa propensione al cercare rifugio in tana (che peraltro non è quasi mai la stessa, ma sempre occasionale), fanno di questo sparide una preda di scarso interesse sotto il profilo agonistico. La sua cattura in gara, infatti, è quasi sempre legata al caso e non ad una ricerca mirata.

Personalmente, in un sopralluogo pre-gara terrei in considerazione un branco di testanera solo se lo trovassi più volte a distanza di giorni nella stessa zona di grotto. Lo stesso branco trovato, ad esempio, sul cappello di una secca, non mi offrirebbe altrettante garanzie: nella migliore delle ipotesi, ritrovando i pesci in gara sarebbe possibile riuscire a catturarne due o tre esemplari -prima all’aspetto sul cappello e poi in caduta lungo le pareti-, prima di vederli scomparire nel blu.
Non potrò mai dimenticare il carniere di Beniamino Cascone nella prima giornata del Campionato di I° categoria svoltosi al Poetto (CA) nel ’96, composto esclusivamente da fasciati: più di 20 esemplari, tutti superiori ai 400 grammi di peso, catturati dopo che si erano intanati in una ristretta zona di grotto ad una profondità di circa 20 metri.

IL PIZZUTO

Questo, tra tutti, è sicuramente il sarago con attitudini meno gregarie e di tana. Lo si incontra quasi sempre solitario o, al massimo, in compagnia di altri due o tre esemplari; spesso si aggrega ai branchi dei cugini fasciati e maggiori.
Si può definire un pesce di acqua libera che ama mangiare lungo le pareti a picco, siano esse costiere o di secche in mezzo al mare, lungo le quali è sempre in movimento.

Eccezion fatta per il faraone, il pizzuto è il sarago che raggiunge le dimensioni maggiori; ne sono stati pescati esemplari di peso superiore ai 3 chilogrammi. La mia bilancia personale si ferma a 1300 grammi, ma ho visto fotografie di pesci sicuramente oltre i due chili e mezzo.

Alle volte in tana assieme ai saraghi, si trovano gradite sorprese!

Questo sparide è quello che ha mutato di più il suo comportamento con il passare del tempo, diventando sempre più difficile da avvicinare e, quindi, da catturare.
Capo Caccia e la costa a nord di Alghero, mia zona abituale di pesca negli ultimi 10 anni, è costituita da pareti che scendono a picco nel blu, e per questo risulta ricchissima di saraghi pizzuti, impegnatissimi a mangiare nei primi metri di parete. I primi tempi che mi immergevo in quei luoghi, nei miei carnieri ne figuravano sempre diversi esemplari di dimensioni generose. Era veramente un pesce facilissimo, bastava raggiungere silenziosamente la verticale del pinnuto ed effettuare un avvicinamento in caduta: quando questa tecnica non portava direttamente alla cattura, continuavo la discesa fino al fondo ed effettuavo un breve aspetto; non appena mi appoggiavo, il pesce si girava e mi veniva incontro.
Ora tutto è cambiato! Per due motivi, per giunta. I saraghi sono sempre lì che mangiano, ma difficilmente si riesce ad intercettare la loro verticale. Anche quando si riesce in questa impresa, i pesci schizzano via così velocemente che arrivare a tiro in caduta è impossibile.
Per avere buone possibilità di cattura ora bisogna tentare avvicinamenti all’agguato o aspetti, ma sempre prima di essere stati avvistati dal pesce.
Il motivo più importante che mi impedisce di catturare quei pinnuti, però, è che Capo Caccia e tutta quella tipologia di costa a nord di Alghero è recentemente diventata area protetta!

Da queste poche considerazioni si può già evincere che anche il pizzuto è una preda di scarso interesse nell’ambito delle competizioni. Il suo incontro è molto casuale e la situazione un po’ caotica della gara rende l’avvicinamento molto difficile.
Se dovesse capitarvi un’occasione, badate bene di colpirlo al centro del corpo, mai in basso. Nella malaugurata ipotesi di un tiro basso bisogna sperare di mettere il pesce in sagola, perchè le sue carni sono molto delicate ed il pesce colpito male si strappa con facilità. Per questo consiglio di usare fucili lunghi ad elastico muniti di asta a 6 mm per non rovinare troppo la preda.

Il pescatore riemerge con un sarago appena arpionato

IL FARAONE

Solo qualche tempo addietro non mi sarei azzardato a parlare del Faraone, ma dopo l’esperienza del Campionato Euro-Africano in Portogallo posso darvene qualche breve cenno con un minimo di cognizione di causa.
E’ un pesce molto bello ed affascinante, in particolar modo per noi pescatori dell’alto mediterraneo che non lo incontriamo quasi mai nelle nostre uscite in mare. Raggiunge dimensioni ragguardevoli, intorno ai 5 kg: nella seconda giornata del Campionato in Portogallo Alberto March ne ha portato al peso un esemplare abbondantemente superiore ai 3 kg; personalmente ne ho catturati 5 o 6 esemplari, dei quali uno in Spagna e gli altri nella mia esperienza portoghese.
Da quanto ho potuto vedere lo si può incontrare il più delle volte da solo, ma a volte capita di trovarlo in compagnia di altri esemplari, sempre comunque in numero ridotto. La mia poca esperienza probabilmente non fa testo, ma non ho mai avvistato branchi con più di una decina di esemplari.

Ama mangiare sulle pareti, sotto i crinali rocciosi al largo e non disegna assolutamente i relitti, nei quali si intana facilmente anche in gruppo. Non lo definirei un pesce di tana, ma se un buco gli piace, non è difficile ritrovarcelo con una certa regolarità.
Lo si insidia indifferentemente in tana, all’aspetto e all’agguato, anche nella schiuma, con fucili adeguati all’occasione e alla limpidezza dell’acqua. Il consiglio è di essere pronti a sparare al momento giusto, perché il Faraone mi è sembrato un pinnuto particolarmente diffidente, di quelli che difficilmente ti concedono una seconda occasione.

IL MAGGIORE

Cominciamo ora a parlare del sarago maggiore, la preda più insidiata dei nostri mari e, soprattutto, la più ricercata e significativa nell’ambito delle competizioni sportive di pesca in apnea.
Questo sarago si caratterizza per l’estrema adattabilità ai fondali più disparati, per la capacità di modificare il comportamento a seconda delle insidie che riceve dai predatori, compreso il pescatore in apnea, per il fatto di nutrirsi di tutto ciò che i vari tipi di habitat gli possono offrire e di riuscire a riprodursi e nascondersi dove può, ricorrendo anche al mimetismo quando la necessità lo richieda.

Come già accennato all’inizio, ritengo che ci sia una notevole differenza fra l ‘insidiare il maggiore in una normale e tranquilla battuta di pesca piuttosto che durante una competizione sportiva, questo proprio perché con il passare degli anni questo pinnuto ha cambiato completamente le sue abitudini e le sue strategie per sfuggire alle insidie del pescatore, dal canto suo sempre più scaltro e attrezzato.

Agli inizi della mia carriera di pescatore ricordo perfettamente che, non conoscendo altri tipi di pesca se non quella in tana, armato di un potentissimo ministen impostavo la mia strategia di avvicinamento al sarago limitandomi a seguirlo tranquillamente dalla superficie, assecondandone le direzioni ed i movimenti finchè il pesce non si infilava immancabilmente sotto ad un sasso, lastra o pertugio di grotto per lui soddisfacente. A quel punto scendevo con calma, mi affacciavo al buco e salvo il caso di tane inespugnabili o altre situazioni inaspettate, finalizzavo la cattura.

Un sub in azione con un sarago

Oggi questa situazione non mi capita quasi più, se non rare volte in Sardegna o in Puglia: i saraghi che catturo in tana si sono già imbucati prima del mio arrivo, oppure li sorprendo lestamente, intercettandone la traiettoria, mentre passano da un sasso all’altro per seminarmi.
Pescando nei mari limpidi delle isole, che permettono di seguire il pesce in fuga per uno spazio più ampio, ho notato che prima di intanarsi i Maggiori cercano di frapporre tra noi e loro la maggiore distanza possibile, probabilmente per impedirci di vedere dove poi vanno ad infilarsi. Ho potuto accertarmi di questo comportamento in posti che conosco molto bene, tanto da avere chiare in mente tutte le tane preferite dagli sparidi della zona.
Il sarago inseguito fugge velocemente alla mia vista passando davanti a buchi abituali senza infilarsi dentro a nessuno, almeno all’apparenza. A questo punto, di fronte ad una distesa di grotto in cui ogni buco potrebbe essere quello buono, la logica dovrebbe imporre di rinunciare al tentativo di cattura. Al contrario, comincio a guardare tutti i buchi che conosco più o meno sulla traiettoria presa dal pinnuto e molto spesso trovo il sarago imbucato in una tana risultata vuota ad un controllo fatto pochi minuti prima.

Voglio portare un altro esempio molto indicativo del cambiamento comportamentale dei saraghi maggiori. C’è una zona mervigliosa sulla costa che da Alghero va verso Bosa, poco prima di Capo Marargiu. Ad una profondità tra i 12 ed i 18 metri si estende un fondale mozzafiato di grosse lastre di roccia chiara, per una superficie di almeno 300m X 100m. Avrei pagato qualsiasi cifra per poter essere il primo a metterci la maschera, chi ci ha pescato 25 anni fa mi racconta cose dell’altro mondo.
In particolare, su due piccole gobbe lisce che risalgono di 2 o 3 metri staziona regolarmente un branco di una quarantina di saraghi enormi che se ne stanno lì a scrivere, leggere e far di conto. Di mattina presto se ne possono pizzicare uno o due all’aspetto, altrimenti, affrontandoli dall’alto, li vedremo scendere velocemente sotto le lastre. La prima volta che ho visto lo spettacolo del branco che si rifugiava nella roccia mi sono sfregato le mani, pregustando una pescata memorabile… e invece non ne ho preso neanche uno. I pesci, infatti, si sparpagliano scorrendo velocemente sotto le lastre senza fermarsi, girano un po’ e dopo una ventina di minuti tornano esattamente dov’erano prima dell’incontro con il sub: appallati sopra le piccole gobbe lisce.
Già cinque o sei anni fa le cose andavano un po’ diversamente: i saraghi non stavano tutti insieme in un unico branc, ma si trovavano sparsi un po’ su tutta la zona, distribuiti in modo uniforme, e si prendevano molto più facilmente, soprattutto in tana. Sono certo che se in quella zona si disputasse una gara con 30 concorrenti in acqua, barche di assistenza e quant’altro, quei saraghi si prenderebbero eccome.

Nella mia ormai decennale esperienza in Liguria ho potuto notare che in quel mare i Maggiori si intanano difficilmente, salvo situazioni di gara, artifici strani antisportivi (es trainetta o uso distrorto dell’acquascooter) o periodi riproduttivi. Il sarago ha imparato a sfuggire al pescatore sia verso il mare aperto che nel torbido della schiuma, non per nulla i pescatori liguri sono maestri nella pesca all’agguato e all’aspetto con qualsiasi visibilità.

Ho vissuto a Genova negli ultimi 9 anni: lì è cominciata la mia carriera agonistica e lì ho potuto apprendere e affinare queste due tecniche che ritengo sempre più importanti per catturare i saraghi in qualsiasi mare al giorno d’oggi (ne ho avuto conferma anche in Oceano). Come si è potuto capire anche precedentemente, a mio avviso non c’è un’arma adatta per questo pesce, ma solo l’arma più indicata per la tecnica di pesca utilizzata per insidiare il pinnuto e per le condizioni di visibilità in acqua del momento.

Personalmente, anche in questo caso differenzio la pescata dalla gara: pescando al di fuori di una competizione, infatti, per non rovinare le prede non uso praticamente mai né la fiocina né gli oleopneumatici, mentre nelle competizioni per i saraghi uso quasi esclusivamente un corto oleopneumatico munito di un mustad a cinque punte, che mi offre maggiori opportunità di catturare più esemplari in una stessa tana.

Per quanto riguarda il diametro delle aste, ritengo che per gli arbalete sia più indicata l’asta da 6mm, più veloce e meno pesante di quelle con diametro superiore, mentre per i fucili ad aria, pur trovando pochissima differenza, assegnerei una leggera preferenza alle aste da 8 mm piuttosto che a quelle da 7mm.

Vista la sempre minor tendenza del sarago a frequentare con regolarità le tane, mi sento di offrire un consiglio: se trovate uno di quei buchi magici, una tana mastra zeppa di pesci, preservatela il più possibile, prelevando le prede con criterio e lungimiranza. Il principio che deve guidarci non è tutto, subito e ad ogni costo, ma selettività e parsimonia: dovremo selezionare il pesce evitando di sparare a casaccio, ma premendo il grilletto solo quando siamo sicuri di poter colpire bene il pesce ed estrarlo poi con facilità. Soprattutto, cercate di non lasciare mai le aste dentro la tana, a volte per evitare di incastrare il dardo sotto le rocce è sufficiente sparare con il 75 alla prima tacca anziché col 100 alla seconda.
Se poi siete particolarmente sfortunati, cercate di rimediar: la volta successiva munitevi di uno scoccia aste e andatela a togliere. Soprattutto, se individuate una tana “buona” non tornateci tutti i giorni! Purtroppo ho visto tane bellissime sfruttate a tal punto che saraghi e corvine tirano dritto, preferendo trovare rifugio nell’alga.

Per concludere, voglio condividere con voi una verità assoluta, accertata in anni di pesca e di gare:”Il Grotto è la Madre del sarago”.

Quasi dimenticavo: il Maggiore più grosso che ho preso pesava 1,482kg e l’ho catturato davanti a Genova; il più grosso che ho visto lo ha preso ad un gara a Rapallo Roberto Prister, un pesce di 1,690 kg, mentre ho sentito raccontare di catture di esemplari di peso anche molto superiore ai 2 kg.

IN COMPETIZIONE

Vorrei raccontarvi un aneddoto di gara che può esservi utile per capire l’importanza della strategia in una competizione, mi riferisco ad un episodio accadutomi in una gara selettiva disputata in Liguria qualche anno fa.
La gara era a nuoto, quindi i due giorni precedenti avevo effettuato una sommaria perlustrazione a nuoto del campo gara, tanto per avere un idea almeno del lato più favorevole dove impostare la gara: un giorno ero andato
ad esplorare i fondali sulla destra, e il giorno seguente avevo completato il quadro visionando il tratto a sinistra.
Rilevai che da entrambe le parti erano presenti molti tordi pavoni nel sottocosta, pesci con i quali si sarebbe vinta sicuramente la gara. In fondo al campo di destra, in una zonetta di
grotto, notai un bel branchetto di saraghi che non si intanavano ma che, infastiditi dalla mia presenza, scorrevano lungo un paio di ciglietti più interessanti degli altri. Questo dettaglio fu quello che fece pendere l’ago della bilancia convincendomi a decidere come impostare la gara: considerando che i tordi non avevano tane ma gironzolavano qua e là, istintivamente sarei stato propenso a partire sui saraghi, anche se avevo forti sospetti che anche altri concorrenti potessero averli avvistati. Prima della partenza, invece, decisi di pescare tranquillamente lungo il sottocosta per cercare i tordi pavone, con l’idea di dedicarmi ai saraghi solo una volta arrivato alla fine del campo gara. Durante il mio tragitto, gli altri concorrenti avrebbero avuto tutto il tempo di disturbare i saraghi e farli intanare.

Daniele Petrollini al termine di una gara – foto: Roberto Borra

Pronti, via: 50 concorrenti armati fino ai denti partirono come razzi a bordo delle loro plancette. La maggior parte dei concorrenti più forti si indirizzò subito a destra, in direzione dei saraghi, fatto che mi fece dubitare non poco sul da farsi, ma 4 grossi tordi catturati in soli 5 tuffi praticamente davanti alla partenza e sotto le pinne degli altri atleti intenti ad allontanarsi a pinne il più velocemente possibile, mi convinsero subito a restare fedele alla mia strategia originaria.
Dopo circa un’ora e mezza di pesca arrivai sulla zona di grotto, dove una decina di concorrenti pescavano già da tempo. Di saraghi in giro non si vedeva neanche l’ombra, ma la cosa non mi preoccupava, sia perché dal mio cavetto penzolavano già una decina di grossi tordi, sia perché non vedevo molti saraghi nei carnieri dei miei avversari.

Senza indugi mi portai su quei ciglietti che secondo me potevano incontrare il gusto dei saraghi… vi lascio immaginare cosa ho provato al primo tuffo quando già a mezz’acqua, durante la discesa, iniziai a notare un movimenti frenetico di saraghi da un buchino all’altro del fondale.
Munito di “corto e forchetta”, come
dice qualche collega laziale, inanellai 7 esemplari di generose dimensioni. Secondo
voi con 12 tordi e 7 saraghi, in una gara selettiva in Liguria nel mese di aprile, come potevo piazzarmi? ;-)
Il sarago nel grotto non è un pesce facile. A volte, guardando certe distese sconfinate di grotto, potrebbe sembrare impossibile,
un po’ come cercare un ago in un pagliaio: solo l’esperienza, l’astuzia e soprattutto la fede possono aiutarci. Sì, ho detto fede: bisogna sempre credere che l’incontro possa avvenire al tuffo successivo ed essere sempre pronti.

Un altro episodio interessante mi è successo in nella seconda giornata del Campionato di prima categoria di Isola delle femmine (PA): dopo aver catturato la cernia (se ne poteva prendere una sola) ed aver razzolato a vuoto per un’oretta lungo la parete di Capo Rama, non sapendo che altro fare, decisi di buttarmi nella mischia.
Il “mucchio” era sulla secca della Lagnusa: a fine gara, una quindicina di concorrenti stava sommozzando instancabilmente alla ricerca di saraghi sui panettoni di grotto che si trovano alla base della secca, ad una profondità oscillante tra i 20 ed i 25 metri.
Ricordo tra gli altri De Silvestri, Bellani, Antonini, Micalizzi, Ramacciotti, tutta gente non certo alle prime armi, insomma.

Mi feci lasciare proprio al centro dall’amico Francesco Gabbas, che in quell’occasione mi faceva da barcaiolo. Dato che il fondo non si vedeva bene dalla superficie, effettuo un primo tuffo di ricognizione e scorgo, poco più in là, un bel “panettone” tutto traforato. Al tuffo successivo ci sono caduto sopra: sembrava un formicaio, tanto era pieno zeppo di saraghi.
In tre tuffi misi a pagliolo altrettanti saragoni, tutti fulminati con il corto armato di 5 punte. Al quarto tuffo, però, l’ambiente aveva assunto un aspetto tipo Deserto dei Tartari. Mancavano 25 minuti nei quali avrei potuto vincere la giornata, ed invece li ho passati rastrellando palmo palmo la zona circostante senza vedere più una coda.

Vi ricordate tutti i concorrenti che avevo intorno? Nessuno di loro ha avvistato quei saraghi -che saranno stati almeno una quarantina- né prima né dopo le mie tre catture.

 

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