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La pesca dello scorfano

| 30 marzo 2010 | 0 Comments

 

Un bello scorfano rosso (foto A. Balbi)

Ha senso parlare di una vera e propria pesca dello scorfano oppure questo scorpenide dalle carni sode e gustose deve essere considerato una preda solo occasionale? I questo articolo cercherò di spiegare come, in determinati periodi e in certi tipi di fondale possa essere proficuo impostare la battuta di pesca alla ricerca dello scorfano, specialmente quello rosso (scorpaena scrofa) che è la specie che raggiunge le maggiori dimensioni potendo raggiungere e anche superare i 3 kg di peso.
Innanzi tutto bisogna ridimensionare la credenza diffusa che lo scorfano rappresenti una preda estremamente semplice e destinata ad arricchire il carniere dei neofiti: in effetti una volta individuato lo scorfano, o come spesso è chiamato, il cappone, confidando ciecamente nelle proprie capacità mimetiche si lascia avvicinare dal pescatore con facilità ed il tiro, operato con un corto fucile armato di fiocina, non ha storia. Le difficoltà sono però a monte, ovvero nell’individuazione della preda che ha appunto nel mimetismo e nella variabile gamma cromatica che lo contraddistingue un’arma molto efficace, utilizzata sia per difendersi dall’attacco dei predatori (compreso il pescatore in apnea) sia per occultarsi alla vista delle sue prede. La livrea di questo scorpenide può infatti assumere una colorazione che riproduce fedelmente il substrato su cui si trova adagiato, a partire dal bianco candido del granito fino al marrone scuro, quasi nero, del coralligeno o grotto, passando per tutte le gradazioni intermedie e talvolta arricchendo la gamma con chiazze gialle che riproducono alcuni organismi che incrostano il suo habitat.

 

Una bella cattura (foto A. Balbi)

Abbiamo detto quindi che la difficoltà risiede nell’individuazione dei questa preda, quindi assume importanza fondamentale innanzitutto capire quali siano i tipi di fondale in cui è più probabile l’incontro con il cappone, in seguito individuare in quei fondali i posti in cui cercare con estrema attenzione e occhi veramente ben aperti. In generale si può affermare che il cappone ami i fondali rocciosi in genere, con predilezione del granito e di altre rocce comunque compatte, mentre risulta estremamente raro se non assente su tufo e coralligeno. I fondali delle isole dell’Arcipelago toscano (Elba, Giglio, Formiche di Grosseto) e della Sardegna rappresentano, ad esempio, il tipico fondale in cui la presenza di scorfani è certa e, in talune zone abbondante. A titolo di curiosità, ricordo di aver disputato in Sardegna ben tre campionati italiani per società, tutti nella zona nord-orientale, e durante tutte e tre le competizioni abbiamo catturato numerosi capponi, come del resto anche altre compagini. In particolare, ricordo che durante il campionato del 1999 in preparazione scovammo una grande lastra di granito appoggiata sulla sabbia sotto la quale abitavano ben 10 capponi! Anche l’Isola del Giglio è ricca di questi scorpenidi ed anche lì mi è capitato spesso di metterne a pagliolo un buon numero, sovente durante le competizioni. Stesso discorso per Elba e Formiche di Grosseto. Sapere che in un luogo è molto probabile la presenza di capponi però non basta: bisogna capire dove cercarli e come. Si può dire che il cappone non prediliga, all’interno di questi fondali granitici, le grandi franate di massi accatastati molto vaste, ma piuttosto le piccole franatine composte di pochi massi, magari che terminano a sabbia. Meglio ancora i tratti di fondale liscio su cui si trovano poche pietre isolate, anche di modeste dimensioni. La profondità, specialmente nei periodi migliori, ovvero dall’autunno inoltrato all’inizio primavera, non conta molto poiché quando le acque sono abbastanza fredde il cappone può risalire in caccia fino a poche spanne d’acqua. Al contrario in estate gli scorpenidi sprofondano alla ricerca di temperature più basse ed è quindi a fondo, nel gelo del termoclino che potremo trovarli. Tornando ai luoghi di possibile incontro, bisogna dire che il cappone è un pesce di tana ma un po’ particolare, poiché di rado lo si trova veramente intanato, ovvero completamente nascosto in fondo a qualche spaccatura o sotto a qualche masso. Più probabilmente, specialmente nelle ore in cui il sole è più alto, lo si può scorgere all’ombra di qualche tettoia rocciosa o addirittura steso placidamente sopra al sasso sotto al quale si rifugia. Anche una semplice depressione su di un fondale di roccia piatta può offrire un temporaneo nascondiglio di caccia al nostro scorpenide, e renderlo praticamente invisibile ad un occhio poco esperto. Un ultimo consiglio: se un sasso vi ispira particolarmente, non limitatevi mai ad una ispezione sommaria ma accuratamente fate tutto il giro del perimetro, poiché il cappone potrebbe essere appoggiato dietro l’ultima nicchia.

 

Lo scorfano rosso è un pesce dalle carni prelibate (foto A. Balbi)

Passiamo ora al capitolo individuazione, cioè l’elemento più importante: molto difficilmente sarà possibile individuare un cappone in movimento, al contrario ad esempio di saraghi e corvine che spesso ci consentono la loro individuazione da lontano. La sua staticità fa parte integrante della sua strategia mimetica di caccia perciò di norma il cappone si muoverà solo se disturbato, magari proprio dal pescatore che non si accorge della sua presenza e ci si appoggia sopra! Quindi occorre tener presenti gli elementi morfologici della nostra preda che ne possono tradire la presenza, in primis le grandi pinne pettorali e la coda. In particolare le prime, se si ha un occhio allenato, possono consentire la sua individuazione anche da una certa distanza poiché rappresentano spesso l’unica differenza tra un sasso e’.. un cappone! Quando si ispezionano le grotte in parete, altro luogo prediletto dallo scorpenide, o le grandi pietre appoggiate è utilissima la torcia, in quanto il fascio luminoso restituisce allo scorfano ben mimetizzato il suo reale colore rossiccio, facilitandone l’individuazione. Spesso mi capita di usare la torcia, molto potente, anche ad una certa distanza dal masso, planando a qualche metro dal fondo, per ispezionare i margini del masso stesso e poter individuare meglio l’eventuale cappone che fa capolino. Ciò detto, è evidente che per poter
catturare il cappone con regolarità occorre acquisire una certa esperienza ed un certo occhio ai particolari. Inoltre, come per molte altre prede di tana, è sempre bene memorizzare i sassi in cui catturiamo un cappone perché è molto probabile che li troviamo nuovamente abitati se li visitiamo a distanza di tempo. Pur non potendo essere considerato un pesce gregario, sovente il cappone divide il suo nascondiglio o comunque la sua zonetta di caccia con altri suoi simili, magari di dimensioni più piccole ma non necessariamente. Pertanto, specialmente in autunno inoltrato ed in primavera è consigliabile ispezionare con estrema perizia il sasso ove dovessimo incontrare uno scorfano, e magari anche tutti i sassi ad esso vicini: potremmo avere la gradita sorpresa di un’ulteriore cattura ed anche di più. Personalmente, oltre all’episodio sardo già riportato, mi è capitato in più occasioni di effettuare 4 o 5 catture di capponi nel raggio di pochi metri quadrati,quando non addirittura sotto lo stesso lastrone.
Un ultimo appunto riguarda l’attrezzatura da preferire quando ci si dedica a questa pesca: una torcia compatta e molto potente ed un corto fucile da tana, 50 o 60 cm., armato con fiocina risultano essere necessari e sufficienti, non presentando la cattura alcun problema se non quello rappresentato, come detto, dall’individuazione della preda. Sconsiglio vivamente di riporre le eventuali prede in cintura, poiché lo scorfano è dotato di robuste spine munite di ghiandole velenifere, la cui puntura è molto dolorosa. Molto meglio utilizzare uno spillone portapesci collegato alla boa segnasub e maneggiare lo scorfano con estrema cautela, curando di ucciderlo subito.
In conclusione, quindi, si può affermare che sia possibile impostare una battuta di pesca al cappone eccome! Specialmente nelle giornate invernali o di inizio primavera, in cui l’alternativa ad una pescata nelle acque limpide delle isole è, solo teoricamente, un tuffo in costa nell’acqua marrone caffellatte, il nostro cappone può dare un senso alla pescata quando l’estrema penuria di prede di altro tipo ci porterebbe a desistere molto presto. Oltretutto, una volta a casa, potremo gustarne le carni eccellenti al forno con le patate o ricavarne, se di pezzatura medio-piccola, un gustoso sugo per la pastasciutta.

Solo una scrupolosa osservazione del fondo riesce a rivelare la presenza di un cappone (foto A. Balbi)

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