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L’acqua e’ poca e la papera non galleggia

| 9 gennaio 2005 | 0 Comments
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Discipline come la pesca in apnea, l’apnea ed il nuoto pinnato vivono di appassionati irriducibili, disposti a lottare conto ogni tipo di difficoltà pur di dare sfogo al proprio amore. Tutti gli appassionati di queste splendide discipline amano l’acqua, e nel proprio tempo libero cercano di godere della passione che li ha coinvolti con ogni mezzo.
Basta il mare? Certo che no.
Sono solo una minoranza i fortunati che vivono a stretto contatto con il mare e possono immergersi regolarmente per tutto l’anno. Inoltre, si deve riconoscere che anche in mare gli spazi fruibili per i pescatori in apnea sono sempre più risicati, e solitamente la nostra disciplina è relegata alle zone di minor pregio.
Questi sono fatti. Appare evidente che un’organizzazione come la FIPSAS debba fare di tutto per procurarsi nuovi spazi da dedicare agli sport che intende promuovere. A nulla serve una politica che miri ad espandere il numero d’istruttori, se poi non hanno modo di dar sfogo alla propria predisposizione all’insegnamento. Come si può pretendere di vedere aumentare il numero dei praticanti se non ci sono le attrezzature ed i luoghi in cui praticare le discipline che si promuovono? Non si cava sangue dalle rape!
In termini di tesserati, poi, rende più un’associazione con tanti spazi acqua in una sola piscina, che cento istruttori senza una goccia d’acqua disponibile.
Cosa ha fatto fino ad ora la FIPSAS?
Nulla o quasi, se si fa l’eccezione della piscina di Foggia, che è gestita da un’associazione sportiva grazie alla caparbietà di alcuni dirigenti locali ed alla buona volontà del Presidente Matteoli.
Foggia, però, ha rappresentato una svolta cui non si è saputo o non si è voluto dare seguito. Sapete quanto è costata l’acquisizione della piscina comunale di Foggia alla FIPSAS? Neanche il becco di un quattrino (quanta fatica, però, anche contro dirigenti ottusi ed incapaci).
La FIPSAS ha vissuto solo di quello che la periferia, in assenza totale d’aiuti e di una guida organica, ha saputo portare in dono al “capitale” della Federazione. Sì, perché le attrezzature sportive disponibili sono il vero patrimonio di una Federazione sportiva che voglia lavorare per amatori e agonisti.
Questo concetto è chiarissimo ai pescatori con la canna in acque interne, che ne hanno fatto motivo di crescita della Federazione. Stranamente, però, quando si parla delle altre discipline, la capacità di comprensione sembra annullarsi. Certo, non tutto quello che esiste nel settore della gestione delle Acque e degli Impianti della FIPSAS potrebbe essere preso ad esempio. E’ assurdo, tuttavia, che tale organizzazione sia dedicata, nella pratica, ad una sola parte della Federazione.
Nessuno vuol togliere nulla a nessuno, ma solo avere attenzioni per rispondere alle legittime attese dei subacquei e dei pinnatisti d’Italia.
Qual è il tema più sentito dalla maggior parte degli apneisti italiani? Senza ombra di dubbio, l’esclusione della pesca in apnea dalle Aree Marine Protette! Si può fare qualcosa per la pesca in apnea nelle AMP?
Sappiamo che si stanno cercando alcune possibili soluzioni in Federazione. Lasciamoli pure lavorare, ma sarebbe il caso che le associazioni fossero informate, almeno nelle linee generali, per capire se ciò che s’intende produrre va nella direzione dell’interesse generale dei tesserati o solo di qualche dirigente.
Personalmente, ritengo che il problema vada affrontato anche e sopratutto a livello locale, confrontandosi con le singole AMP, una per una. Spero che sia possibile, almeno in una delle AMP istituite, intavolare una discussione utile ad avviare una qualche sperimentazione. Si dovrebbe misurare, in accordo con tutte le parti interessate, quale sia l’effettivo impatto ambientale che avrebbero i pescatori apneisti, e indicare soluzioni idonee ad armonizzare la tutela dell’ambiente marino delle AMP con l’esercizio della pesca in apnea sportiva all’interno dell’area C.
Tutto ciò avrebbe il fine di dimostrare quello che diciamo sì da tempo, ma senza avere strumenti scientifici credibili da spendere con gli enti gestori delle AMP e con lo stesso Ministero dell’Ambiente. In collaborazione con una o più Università, occorrerebbe avviare una sperimentazione su una porzione di zona C di un’ Area Marina Protetta. Si dovrebbe dimostrare che la zona C delle AMP in cui si pratica la pesca in apnea non si distingue da quella in cui è proibita. In tal caso, l’esclusione del pescatore in apnea dalla zona C si dimostrerebbe assolutamente gratuita, oltre che contraria agli interessi dei pescatori professionisti e, in generale, all’economia turistica locale.
Ad esempio, si potrebbe proporre la possibilità di praticare la pesca in apnea in zona C con l’uso delle imbarcazioni dei pescatori professionisti, che potrebbero fare da barcaioli, da guide, ed anche da osservatori per conto dell’Ente Gestore (così come avviene in tanti posti nel mondo per la pesca con la canna da imbarcazione). Ciò ci consentirebbe di dimostrare che la pesca in apnea può essere considerata una pesca che fa economia, che non distrugge, che si trasforma in controllo delle acque (l’assenza di controllo è uno dei problemi più annosi tra quelli che affliggono le aree protette del nostro Paese!) e che fa un prelievo mirato, per qualità e quantità.
Naturalmente, si potrebbe anche pensare di utilizzare il mezzo nautico di proprietà dell’apneista, ma in quel caso si perderebbe il barcaiolo ed il coinvolgimento anche emotivo del pescatore locale, che farebbe solo da guardiano. Certo sarebbe oneroso, ma credo che sarebbe un modo per poter dimostrare, con il tempo e grazie a dati acquisiti da terzi e con il coinvolgimento di una categoria forte ma povera come quella dei i pescatori di professione della piccola pesca, che la pesca in apnea non distrugge nulla.
Qualcuno potrebbe vedere un progetto del genere come limitativo della libertà? Meglio limitati all’interno delle AMP che liberi solo fuori.
Non è molto? Beh, allora questo obiettivo dovrebbe essere facilmente raggiungibile, e in grado di fornirci argomenti concreti per bussare dove oggi neanche vogliono vederci, figuriamo ascoltarci.

Naturalmente, se tale progetto venisse sposato ed applicato dalla Federazione, queste zone dovrebbero essere riservate solo ai suoi tesserati. Gli altri non sono d’accordo? Bene, si daranno anche loro da fare, e metteranno a disposizione le cose che produrranno a chi riterranno opportuno, sempre che per una volta siano in grado di produrre fatti dopo anni di stucchevoli chiacchiere.
Non propongo nulla di stravolgente, come si può vedere. Sto parlando di adattamento dell’uso dei diritti di pesca delle AI, che in FIPSAS conoscono bene e che potrebbero cominciare a far funzionare anche per la subacquea. Dieci, cento spazi in tutta Italia, nelle zone dove ci sia una qualche possibilità, ci permetterebbero di rifarci un’immagine ed entrare là dove sembra non ci sia più modo di entrare, vedi La Maddalena.

Tutto ciò basterebbe?
No, ma sarebbe tanto! Segnerebbe un’inversione di tendenza, e se da cosa nasce cosa potremmo allargare le collaborazioni ed i modi di segnare la nostra presenza. Immaginate i tantissimi pescatori che vivono il mare solo nelle vacanze estive: in questo modo troverebbero zone valide dove pescare con servizi ed accoglienza adeguata. Potrebbero essere ricordati con piacere da chi li ospita, non come dei predoni da combattere ed allontanare.

Parlo di un tipo di fruizione del mare che non tutti possono permettersi?
Sì, è vero, ma pochi euro da pagarsi volta per volta e solo quando si fruisce del “servizio” non devono frenarci. Per puro esempio: due sub seguiti da un barcaiolo a remi per l’intera pescata al costo di 60/70 (30 euro a testa) Euro per 4 ore, consentirebbe al barcaiolo di portare a casa un reddito consistente aggiuntivo alla propria giornata ed ai subacquei di pagare anche meno di quanto spendono se vanno in mare da soli con il proprio gommone. Tutto, naturalmente, dove non avrebbero mai il permesso di entrare in altro modo.

Pensate a quanti sono i pescatori in apnea che vivono lontano dal mare e dalla possibilità di scendere in acqua con costanza e assiduità. Sono la stragrande maggioranza, e per loro la Federazione si è mossa esattamente come si faceva 50 anni fa. Le società chiedevano spazi all’assessore che “donava” qualche corsia utile solo, e in modo pure insufficiente, all’organizzazione dei corsi sub. Nel frattempo la FIN (Federazione Italiana Nuoto), nostro vero competitor (per modo di dire, perché nel confronto con la FIN la nostra federazione appare come una pulce, in termini di capacità e di peso politico) ha modificato quell’atteggiamento ed ha affiancato le proprie società affinché potessero prendere in gestione le piscine.
E’ passata dal chiedere corsie a gestire impianti, e quindi al controllo stesso dello sviluppo d’ogni sport acquatico. Ha lasciato a noi poche gocce delle poche corsie, pappandosi tutti i frutti delle gestioni. Ha tenuto le mani sui rubinetti e li ha aperti solo per non farci morire di sete.

La FIPSAS ha scelto la non belligeranza con la FIN senza capire che in questo modo si è condannata a morire d’inedia. Gli Enti “dello sport per tutti”, fiutando l’affare, si buttarono con tutto il loro peso nella concorrenza, ottenendo significativi risultati. Si pensi alla coop. SO.GE.SE di Bologna, la figlia dell’UISP. Un gigante in termini di numero complessivo di utilizzatori (posso sbagliare, ma siamo nell’ordine delle centomila persone iscritte), di capacità di gestione, di peso politico, di personale addetto (centinaia di persone direttamente ed indirettamente) e, ovviamente, potente anche sotto il profilo economico.

La dirigenza FIPSAS, intanto, sembra ancora abbandonata tra le braccia di Morfeo, intenta a chiedersi come mai non riusciamo a crescere. Foggia, come già vi ho detto, è stato il primo importante risultato: migliaia di tesserati, oltre ad un’associazione forte economicamente e in grado di supportare anche la FIPSAS in eventuali attività. Cose impossibili per una normale associazione.
Oltre 15 anni fa, insieme all’allora Presidente del Nuoto Pinnato Achille Ferrero, cercavamo di portare avanti questa politica: se ci avessero dato ascolto, ora avremmo avuto almeno 30 realtà come quella della piscina di Foggia o più grandi.
Decine di migliaia di tesserati con tutto quello che ne consegue. Pensate a trenta gare sul territorio nelle piscine e tante possibili occasioni di aggregare i pescatori ed apneisti, oltre che pinnatisti, e di fare cultura delle discipline che amiamo.

E’ sempre più necessario gestire impianti e non elemosinare spazi.
Tutta la politica Federale, per i settori sub e del nuoto pinnato, dovrebbe preparare i propri dirigenti ad essere protagonisti e specialisti professionali, e ad essere capaci di guidare l’utilizzo degli impianti sportivi.

Pensare ancora oggi a delle associazioni sportive che possano vivere della sola buona volontà di pochissimi volontari, si dimostra ogni giorno un atto di fede che non può pagare, e che alla lunga ci vedrà soccombere. Non una politica, quindi, basata sui corsi e sugli istruttori, ma una politica per associazioni e per dirigenti.
Il modello dello sviluppo “della subacquea Americana” non si addice allo sport e ad una Federazione. Occorre intervenire ora, il mondo dell’associazionismo è cambiato e chi non si adeguerà non reggerà l’urto del cambiamento. Occorre fornire servizi ed occasioni per spingere le persone a cercarci.

Tutti insieme, i corsi sub d’Italia, compresi quelli di tutte le organizzazioni didattiche fuori della Federazione, non mettono insieme l’economia di sole dieci piscine, e neanche i numeri degli appassionati che tali strutture riescono a contattare.
Tutti i corsi sub ARA ed apnea d’Italia dipendono dalla gestione delle piscine, e non il contrario. Smettiamola di accontentarci delle briciole e cerchiamo di volare alto, per correre dietro l’araba fenice delle royalties sui brevetti abbiamo sprecato risorse umane e tempo per quattro soldi di cacio. Abbiamo fatto la politica che interessava ed interessa gli istruttori e non l’intero sistema Federazione. Occorre tempo e personale specializzato, ma più tardi partiamo e più tardi arriveremo.

La Federazione deve far propria questa politica, altrimenti siamo destinati a scomparire sotto il peso delle economie necessarie a far funzionare una qualsiasi associazione. Mi chiedo se certi dirigenti abbiano le orecchie per sentire le grida di dolore delle piccole e piccolissime associazioni. Non chiedo di rinnegare nulla, ma di approntare un piano pluriennale d’acquisizione delle acque che coinvolga le strutture presenti sul territorio e le appoggi.
Verrebbe da dire che se la Federazione non ha seguito questa strada è perché probabilmente costa un mucchio di denaro, vero?
No, non sarebbe così: tutta questa operazione sarebbe a costo zero o quasi. Occorrerebbe solo essere al fianco delle associazioni capaci di sviluppare progetti e, quando mancano, di essere in grado di guidare i dirigenti territoriali verso il cambiamento e fare formazione utile per perseguire tale risultato. Niente da inventare, basterebbe copiare.
E’ inutile la strada del contributo a pioggia che si sente risuonare nei corridoi di palazzo. Parafrasando, non serve donare il pane ma insegnare come si coltiva il grano. Occorre che i settori sub e nuoto pinnato si uniscano per approntare un unico progetto da portare in Consiglio Federale e affrontare l’emergenza in modo organico, senza correre dietro le suggestioni.
Non mancano gli uomini e le capacità, occorre solo volontà e perseveranza. Occorre lavorare insieme, nell’interesse di tutta la Federazione e non agire per fare fughe in avanti di questo o quel settore. L’interesse dei singoli dirigenti deve essere messo da parte, e prevalere ciò che occorre a tutta la Federazione per far fronte ad una concorrenza più forte e meglio strutturata di noi.

Pensare al prossimo quadriennio Olimpico come quello dell’acquisizione delle acque, sarebbe una cosa straordinaria.
Mi piacerebbe pensare che fra quattro anni, finalmente, avremo ottenuto risultati concreti, saremo più che decuplicati e molto più forti sportivamente e politicamente. Potremmo avere un’organizzazione che non dipenderà da singoli volenterosi o accentratori, ma da un sistema di associazioni forti, che faranno da traino a quelle meno strutturate.
Occorre, da un lato, una politica che aiuti le associazioni e le guidi nel percorso verso il miglioramento dei “servizi” resi agli associati, ed dall’altro lato una Federazione che guarda tutti i tesserati allo stesso modo, senza distinguere i figli ed i figliastri.
Per fare ciò è necessario che si alzi un vento di cambiamento negli uomini che si dedicano alle attività su esposte, ma innanzitutto una modifica dell’indirizzo politico federale. Penserete che il sottoscritto scriva queste cose qui su AM, ma che il pensiero mio o di qualche altro sia rivolto a cercare una qualche poltrona. Non è così, il Nostro desiderio è semplicemente quello di presidenti di associazioni della Federazione, che amano la FIPSAS e la vorrebbero veder crescere invece che piegata su sé stessa.

Category: Editoriali

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