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I vantaggi della pesca in coppia

| 6 gennaio 2002 | 0 Comments
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E’ sempre bene non immergersi in solitudine

In genere, il pescatore subacqueo medio è notoriamente un individualista, geloso delle proprie tane e delle proprie zone “segrete” e perciò molto restio a condividere le proprie conoscenze con altri subacquei. Anche quando va in mare in compagnia di amici, difficilmente imposta la battuta di pesca gomito a gomito con essi: al contrario, tende per lo più ad allontanarsi il più possibile dai compagni, per poi far ritorno al gommone o a riva col carniere più abbondante.

In effetti, la componente agonistica è sempre presente anche in quanti non partecipano alle competizioni e, di solito, il pescasub del gruppo che ritorna col portapesci vuoto viene fatto oggetto di scherzi e prese in giro. Spesso, specialmente nelle giornate di “magra” in cui gira poco pesce e magari l’acqua è torbida e fredda, è proprio la goliardia a farla da padrone, costituendo alla fine l’elemento più piacevole e divertente della giornata.

Anch’io sicuramente non sfuggo a questa regola e addirittura molto spesso mi reco in mare da solo, anche perché sono un amante delle sensazioni che la pesca subacquea sa regalare e quando sono da solo, proprio perché non vengo distratto dalla carica agonistica innata che mi porterebbe ad impostare la battuta in modo frenetico, riesco a gustarle in modo pieno ed appagante.

Tutto ciò è comprensibile, ma in molti casi questa tendenza può rappresentare un limite per quanto concerne un aspetto fondamentale di questa disciplina, ovvero la sicurezza personale. Da alcuni anni, ormai, mi sono imposto dei limiti quando mi reco a pescare da solo, limiti sia di profondità che di permanenza sul fondo, conscio del fatto che, in mancanza di assistenza in superficie, ogni piccolo errore può portare a conseguenze irreparabili. Detto questo, non voglio assolutamente consigliare a nessuno di andare a mare da solo, fatto pericoloso in sé al di là delle profondità di esercizio. Piuttosto, esorterei gli irriducibili solitari come me a limitarsi nelle proprie battute di pesca e ad applicare invece la tecnica della pesca in coppia qualora intendano recarsi a pescare in posti isolati e a quote più impegnative.

La scorsa estate, in vacanza in Sardegna, io ed il prima categoria Leonardo Cagnolati decidiamo di recarci a pescare sui sommi a largo di Capo Testa in una mattina di mare calmo e cielo limpido.

La sera precedente, pianificando la battuta, avevo rilevato le loro coordinate sulla carta nautica, riportandole poi nel GPS in modo tale che l’indomani potessimo agevolmente individuarli. Questi marchingegni elettronici sono veramente efficienti ed in men che non si dica siamo ancorati sul primo cappello del nostro percorso. L’acqua è cristallina, si intravede il fondo ad oltre 30 metri, la corrente non è fortissima: ci sono tutte le premesse per una battuta di pesca proficua.

Leonardo è il primo a scendere in acqua e, prima che io abbia finito di svolgere la sagola della boa segnasub, riemerge dalla prima sommozzata ricognitiva con una bella cernia di circa 7 kg., fulminata in caduta.

Si è allontanato non più di 15 metri dal gommone, così vi torna a posare il bel pesce e mi illustra la situazione: all’imboccatura d’ un grosso masso ha visto ben 3 serranidi e quello catturato non è il più grosso, che invece è schizzato sotto alla pietra. Alternandoci nelle sommozzate, verifichiamo che il masso in questione è solo una tana di caccia, passante.

Le altre due cernie sono scorse verso il fondo, così iniziamo la loro ricerca. Durante una planata effettuata una trentina di metri fuori dal sassone ne scorgo una, non grossa. Sarà un pesce sui 5-6 kg. Le plano dolcemente sopra, ma la cernia sembra poco intenzionata a farsi sorprendere e punta decisa verso una grossa lastra.

Maxfox con le cernie del racconto

Avendo intuito le sue intenzioni decido di tagliarle la strada, ma giungo in prossimità dell’imboccatura poco dopo l’ingresso della cernia. Non tutto è ancora perduto: provo a fermarmi davanti al massone con il lungo arbalete proteso in avanti, ed ecco che il serranide, incuriosito, mostra per un attimo il muso. Il tiro, piuttosto lungo, coincide con la scodata nervosa della preda che viene colpita non in testa come volevo, ma al centro del corpo. Non mi resta che filare il mulinello e risalire, tenendo la sagola in trazione per evitare che la cernia si addentri nella tana.

Appena riemerso spiego la situazione a Leonardo, che dalla superficie ha seguito la mia sommozzata: tocca a lui andare a verificare come sia messa la cernia. Appena giunge sul fondo, sento la sagola allentarsi e dopo poco lo vedo risalire facendo cenno che è tutto OK e che posso salpare il serranide direttamente dalla superficie. Una volta riemerso, Leonardo mi spiega che il pesce era stato quasi fulminato e che solo la sagola impigliata nelle asperità del sassone aveva impedito il recupero immediato della preda. La cosa che però mi lascia un po’ perplesso è la profondità a cui è avvenuta la cattura misurata da Leonardo, soprattutto in considerazione del fatto che il tiro è avvenuto dopo una lunga planata in diagonale ed un breve aspetto all’imboccatura del lastrone, il tutto senza forzare l’apnea né sganciare la zavorra. Ne deduco che la coscienza di avere un compagno fidato che vigila dalla superficie pronto ad intervenire, oltre a garantire la nostra incolumità, ci conferisce anche una grande tranquillità emotiva, cosa che incrementa notevolmente la prestazione atletica.

Attenzione però: ciò non vuol dire che pescando in coppia si può tendere a strafare e a superare i propri limiti.

Tutt’altro: la cattura che ho effettuato è maturata nella massima tranquillità e naturalezza, nella coscienza che la profondità era comunque elevata ma non al di fuori della mia portata.

Tornando alla pescata, nelle ore trascorse su quel sommo abbiamo avvistato un numero impressionante di cernie, anche se per lo più di taglia medio-piccola, fra i 3 ed i 6 kg. Tant’è che il giorno seguente decidiamo di tornarvi in compagnia di un terzo compagno di pesca, Michele, il quale il giorno precedente aveva rinunciato a causa d’ una leggera indisposizione.

A questo proposito, giova ribadire come sia importante affrontare una battuta di pesca, anche in coppia, sempre in condizioni fisiche perfette e con un idoneo grado di allenamento, perché non si tratta solo di tutelare la nostra sicurezza ma anche quella del nostro compagno.

Nella pesca in coppia lo scambio d’informazioni è fondamentale ai fini della buona riuscita della battuta

La mattina seguente, dunque, torniamo ad allineare i precisi segali a terra rilevati il giorno prima e ci dedichiamo all’esplorazione di una propaggine del sommo non visitata ieri. Oggi siamo addirittura in tre ma, considerate le profondità a cui dobbiamo operare, possiamo tranquillamente alternarci nelle sommozzate. Durante l’ennesima planata avvisto un grosso sarago pizzuto, fermo sulla sommità di un massone. Devio leggermente, utilizzando le pinne come dei timoni, e giungo a tiro dello sparide, che catturo con facilità. Al momento dello sparo, però, intravedo le scure sagome di due cernie che, nascoste all’ombra di quel sassone, schizzano spaventate sotto ad un’altra lastra posta qualche metro più fuori.

Una volta riemerso indico il sasso a Michele, il quale scende a sua volta a verificare. Nulla di fatto, ma non sono convinto. Il lastrone è molto grande e Michele non ha potuto vedere l’esatto punto d’ ingresso dei serranidi. Scendo nuovamente e individuo una delle due cernie che fa capolino da un cunicolo presente sotto alla lastra. Sarà poco più di 4 kg, così decido di non sparare e di proseguire l’esplorazione alla ricerca dell’altra cernia, più grossa. A circa 3 metri di distanza, in un altro cunicolo buio, dopo aver introdotto fucile mi affaccio ed individuo il pesce, sui 7-8 kg, messo di muso.

Puntamento e tiro sono questione d’ un breve attimo, ma evidentemente questi pesci conoscono bene il pescatore subacqueo. Infatti, sebbene sparata di muso, la cernia scoda fulminea e viene colpita poco dietro l’opercolo branchiale, in un punto non vitale. Risalgo imprecando e filando il mulinello: questa non ci voleva! Incastrare una cernia è una cosa che proprio mi irrita, anche perché so bene quanta fatica mi costerà estrarla.

Per mia fortuna in superficie ci sono Leonardo e Michele, con i quali mi potrò alternare nell’estenuante lavoro di estrazione, con la possibilità di recuperare, fra un tuffo e l’altro, in tutta sicurezza.

Dopo qualche tuffo di ricognizione che ci consente di doppiare il tiro, mettere in trazione la cernia e verificare le possibilità di estrarla, decidiamo la strategia da adottare. Predisposta una zavorra mobile, ci alterneremo in modo che uno possa effettuare la sommozzata, il secondo recuperi la zavorra ed il terzo si prepari al tuffo successivo.

In tal modo impostiamo un’azione che non da tregua al serrande il quale, pur malamente arroccato, dopo poco più di un’ora cede e viene messo a pagliolo.

Tramonto a Giglio Campese

Questa bella preda probabilmente non sarebbe stata catturata se non avessi potuto contare sulla collaborazione dei miei compagni, o quanto meno la sua estrazione sarebbe stata sicuramente più massacrante e pericolosa, sia per le condizioni di profondità e corrente sostenuta, sia per il fatto che se mi fossi trovato da solo sarei stato costretto ad imprimere alle sommozzate un ritmo elevato, andando incontro a notevoli rischi. Infatti, è proprio in condizioni del genere che è possibile incorrere, oltre che nella ben nota sincope, anche in quella patologia che va sotto il nome di “Taravana”, il cui insorgere è connesso con la situazione fisiologica che si viene a creare durante lunghe sommozzate a grande profondità intervallate da recuperi in superficie troppo brevi.

Pescando in coppia, dunque, si riesce a diminuire anche il pericolo di incorrere in questa subdola patologia, in grado di arrecare seri danni a livello cerebrale.

Per essere efficace e veramente sicura, la pesca in coppia deve essere effettuata da pescatori subacquei affiatati, dotati di capacità atletiche simili, in grado perciò di sommozzare sulle medesime batimetriche ed in possesso della necessaria esperienza e preparazione sulle tecniche base di rianimazione.

Queste ultime, in particolare, dovrebbero far parte del bagaglio culturale di ciascun pescatore subacqueo, perché la loro conoscenza può significare la differenza fra la vita e la morte di un compagno in difficoltà.

Un’ultima nota, rivolta soprattutto ai neofiti ed agli appassionati più giovani ed inesperti: la pesca subacquea è una disciplina affascinante ed appagante, ma non è simile a nessun altro sport.

Non può essere praticata in modo superficiale, senza le nozioni di base che la riguardano non solo sotto il profilo della sicurezza, ma anche sotto quello normativo, atletico, tecnico, deontologico.

E la pesca in coppia, come del resto la tecnica della zavorra mobile, è da considerarsi solo un metodo teso all’aumento delle condizioni di sicurezza, e deve essere praticata nella piena coscienza dei propri limiti e del fatto che l’incolumità del nostro compagno è affidata a noi.

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