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Giornate indimenticabili: Bruno De Silvestri in azione

| 8 settembre 2010 | 0 Comments
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Varo del gommone e inizia l'avventura (foto S. Belloni Pasquinelli)

 

Il 14 agosto, appena arrivato all’aeroporto di Cagliari, ho due cose in testa: la prima è godermi i dieci giorni di ferie, la seconda contattare Bruno de Silvestri per riuscire ad organizzare una pescata.
Con Bruno ci sentiamo da anni. Ho fatto diverse interviste a questo grande atleta, ma di persona non ci siamo mai incontrati e questa è un’occasione unica per farlo. Le incognite comunque restano diverse (il lavoro, la disponibilità, se è in Sardegna oppure a Lussino) ma in cuor mio sono tranquillo.
Gli mando un SMS e dopo pochissimi minuti lui mi risponde; è a Cagliari, dove risiede, e non ci sono problemi.

I problemi capiteranno tutti a me alla vigilia del primo incontro. Infatti mia figlia prenderà la febbre alta e tutto salta. Riusciamo comunque a combinare un nuovo rendez-vous, devo dire la verità, più per la sua insistenza che per la mia, ed alla fine tutto fila liscio, e ci incontriamo nei pressi del mio albergo.

Mi accoglie con un sorriso ed una calorosa stretta di mano e cominciamo, fin da subito, ad entrare in sintonia. Io faccio il mio lavoro tempestandolo di domande e lui mi risponde sempre con cortesia e battute.

In breve prepariamo il gommone, carichiamo tutto e ci apprestiamo al varo. Come già riferitomi negli accordi prima dell’incontro, la meta di pesca sarà il Golfo del Poetto. Avendo a disposizione poco tempo e un gommone non troppo grande (BWA 470), Bruno non se la sente di uscire molto fuori e preferisce una zona tranquilla nella quale poter tenere sotto controllo senza problemi sia l’orario che le eventuali bizze del mare.
Io gli farò da secondo e lui pescherà.

Le idee di De Silvestri su come impostare la giornata di pesca sono molto chiare: mi dice che pescherà fondo per allenarsi in previsione del Mondiale. Cercherà di acquisire il ritmo giusto nei tuffi profondi, programmare i recuperi in superficie ed utilizzare il piombo mobile con profitto. Prima si farà qualche tuffo sui 20/22 metri per spezzare il fiato e poi si andrà intorno ai 30 metri. Se poi si prenderà anche qualche pesce tanto meglio.
La giornata è bellissima e si parte per il largo.

Acceso il GPS si prende la direzione del largo accompagnati da un vento termico che investe la prua ed allieta questa giornata soleggiata.
Dando un’occhiata alle mire del computer mi accorgo che sono veramente tante; Bruno mi spiega che la zona del Poetto è ancora ricca di pesce proprio perchè è una sterminata distesa di posidonia che ogni tanto fa qualche pietra o canale di roccia di difficile individuazione.
Inoltre questa grossa baia è influenzata molto dalle correnti e per far carniere bisogna saperla interpretare al meglio.
Insomma per lui anche se hai 100 segnali, non è detto che la pescata sia garantita (ne avrò conferma a fine giornata).

Inizia la vestizione: si vede che per lui è routine. I gesti sono misurati, semplici e veloci. Rimane nudo come un verme (come un pesce rende meglio l’idea) e si tuffa in acqua con il vestiario. Oggi userà per la prima volta un muta da 3 mm della Cressi fatta su misura.
Una volta indossata sale in barca e toglie un chilo dalla cintura, scendendo da cinque a quattro chili. Vedo che ha anche il mulinello in cintura che lui, mi spiegherà di lì a poco, usa più che altro quando gli capita di dover sganciare la zavorra per emergenza.

 

Il cappuccio è perfettamente sopra il bordo della maschera (foto S. Belloni Pasquinelli)

 

Il cappuccio è ancora sul collo quando lo vedo prendere la maschera e farla aderire al viso lasciando il cinghiolo della stessa penzolare davanti. A quel punto tira su il cappuccio, che va a sistemarsi sopra i bordi della maschera, e riporta il cinghiolo sulla nuca. E’ il miglior sistema per evitare le infiltrazioni d’acqua dovute ad una errata sistemazione delle due componenti. Geniale ed efficace.

Tutto è pronto. Bruno prende un Comanche 75 con gomme da 16 millimetri molto morbide ed asta da 6 millimetri.
Mi spiega che è la sua arma preferita per il razzolo a pesce bianco. Prendo in mano il fucile e m’accorgo che gli elastici sono almeno 22 centimetri di lunghezza, l’ogiva lunga, e si stirano senza problemi. L’asta da sei, oltre a garantirgli la velocità elevata, evita, grazie alla massa esigua, d’impiantarsi nei tiri in tana.
Bruno si tuffa e si sposta con poche pinneggiate sul punto prescelto. Io gli sto incollato senza disturbarlo e noto che, per rendersi più visibile, porta il fucile in verticale sopra la spalla destra impugnandolo per la testata. In pratica esce gran parte del fusto e la sgargiante impugnatura è sempre in bella vista.
Avevo già sentito parlare di questo sistema che Bruno adotta ma vederlo dal vivo rende ancor più l’idea dell’efficacia di questa soluzione.

Siamo su un fondale che va dai 20 a i 22 metri ed iniziano i tuffi. A bordo rimango con gli occhi incollati sull’atleta e comincio ad emozionarmi. Le apnee non sono lunghe, ma il ritmo è incalzante e cresce ad ogni tuffo. In più De Silvestri percorre lunghi tratti sul fondo perché sbuca sempre molto lontano dal punto d’immersione. Capovolta a forbice, fucile arretrato e giù a gran velocità. Ho calcolato che 8/10 secondi dopo che porta il fucile dalla posizione verticale a quella classica inizia la discesa. Le apnee vanno dal minuto e quindici al minuto e mezzo ed i recuperi sono molto controllati, scrupolosi. Non c’è affanno nella risalita e non c’è alcuna ventilazione forzata. Tutto è normale. Tutto è privo di forzature.

In queste cose Bruno è molto chiaro: dopo che la patologia del Taravana si è fatta strada tra gli atleti, De Silvestri ha alzato molto di più l’indice di attenzione nei recuperi ed in tutte le sfumature attorno alla pescata. Porta anche un bombolino d’ossigeno a bordo per far fronte ad ogni evenienza. Dopo poco sento: “Oh!”. E’ Bruno che mi chiama mentre armeggia sull’asta. Gli vado incontro e noto che ha catturato una discreta mostella. Mi racconta che l’ha vista in fondo ad una lastrina tra fango ed alghe e che non è stato un grosso problema arpionarla. Mi informa anche che la corrente è leggera ma l’acqua non è pulita ed il fondo non si vede dalla superficie. Un paio di scatti per il servizio e butto il pesce nel frigo. Poco dopo arpionerà un denticiotto curioso col 75 alla minima potenza.

 

Primo pesce a pagliolo: una mostella (foto S. Belloni Pasquinelli)

 

Sono contento e guardo l’orologio per cercare di fermare il tempo. Sono le 13.30 e la pescata si concluderà intorno alle 18.00 perché Bruno dovrà andare a lavorare.
Intanto l’atleta, che pesca sempre contro corrente, scandaglia il fondale con perizia ed attenzione. Nulla è lasciato al caso e, se c’è un pesce in giro, state certi che verrà trovato. Purtroppo questa zona pare non dare i suoi frutti e, dopo poco, Bruno mi chiama e risale sul gommone. Ci sposteremo un po’ più fuori per vedere se l’acqua è più chiara. Andremo in un punto dove ci sono piccole pietre nell’alga che possono nascondere saraghi e capponi. Facciamo 3/400 metri verso il largo e già si vede da fuori che l’acqua è più blu e quindi più pulita.
Intanto il “termico” ha lasciato spazio ad un leggero scirocco che comincia ad increspare il mare.

Ci sono 21 metri e De Silvestri è pronto per il primo tuffo. Riemerge dopo un minuto e mi dice che l’acqua è effettivamente più pulita ma sul fondo è ben più fredda: “Per me oggi il pesce bianco è a terra sui 12/15 metri!” mi urla ma so anche che noi a terra non ci andremo.
E qui viene fuori lo spirito dell’atleta più che quello del pescatore: non gli interessa pescare è chiaro, a lui interessa allenarsi con dovizia per essere preparato all’appuntamento col Mondiale in Croazia tra un mese. Anch’io, che vorrei vedere dei bei pescioni, non posso far altro che apprezzare ancor di più questo gesto rappresentativo della sua personalità. Un vero Campione.

Neanche il tempo di terminare il mio ragionamento che Bruno mi chiama. Accendo il motore e lo raggiungo al minimo. Questa volta ha trafitto uno splendido marvizzo “smeraldino”. Mi racconta che è l’unico tipo di labride a cui spara quando si allena, nonostante ne incontri diversi. Infatti, oltre ad essere molto buono da mangiare, è anche diventato piuttosto scaltro e quindi non è semplicissimo portarlo a tiro.
Anche se in questa zona sono ancora piuttosto abbondanti, essendo la stessa molto battuta, sono diventati molto elusivi e per catturarli bisogna fare dei discreti agguati e, spesso, tiri tutt’altro che semplici.

Questo lo aveva visto scapolare una roccia durante una ricognizione. Allora si è fermato per fare un aspetto. Il tordo incuriosito si è affacciato ma appena Bruno gli è andato incontro ha scartato verso una zona di alga. Il tiro lo ha colpito al volo prima che sparisse, Il pesce infatti è stato spiedinato dalla pancia alla testa.
Il marvizzo è un pesce raro dalle mie parti, lo ammiro in tutti i suoi colori prima di riporlo nel frigo: peserà 800/900 grammi circa.
La giornata comincia ad entrare nel vivo e queste catture confortano ed allietano il mio tempo. In attesa che Bruno mi richiami mi metto a curiosare tra i suoi fucili. Sono tutti arbalete della Cressi Sub, azienda che lo sponsorizza. Sono strettamente di serie e non sono mimetizzati.
Il loro valore è lo stato di usura degli stessi, simbolo di ore ed ore passate in acqua, adagiati sul gommone o infilati tra le asperità del fondo. Affascinante davvero.

Sono un 60 con fiocina mustad a 6 punte, due 75, un 90 ed un 110. Gli elastici sono pieni di screpolature, ma le aste sono perfette. Tutte rigorosamente monoaletta e collegate ad un monofilo in nylon del 180/200 trasparente. Solo il più lungo è equipaggiato dal mulinello. Tutti sono a testata chiusa. Mi spiegherà più tardi che anche la testata aperta gli piace ma, per comodità specie in gara, quella chiusa è più veloce da riarmare. Il corto ed il lungo montano elastici da venti e gli altri da 16/17 millimetri misura canonica.

 

Un bel labride: preda piuttosto frequente al Poetto (foto S.Belloni Pasquinelli)

 

Ogni tanto scruto tutt’attorno per vedere se ci sono barche sulla nostra rotta. Siamo parecchio fuori ma di movimento ce n’è veramente poco. Giusto qualche barca a vela che ci passa ben distante e nulla di più. Noto che Bruno alza spesso la testa e non capisco perché. Non cerca le mire a terra c’è dell’altro sicuramente. Ad un certo punto mi fa segno di andare da lui. Lo raggiungo e mi dice che adesso si sente pronto per pescare più a fondo. Gli chiedo perché alzi spesso la testa e lui mi spiega che vuole rimanere in corrente e risalirla e quindi segue il movimento del mare.

Bruno prende il GPS e ci spostiamo a Grecale. Dopo 5 minuti siamo su un segnale tra i 27/30 metri. E’ una piccola zona di roccia parecchio frastagliata e frequentata da capponi, saraghi e corvine. Cambia fucile ma non misura. Prende l’altro 75 con gomme un po’ più dure, da 17 millimetri, per eventuali tiri in caduta. Provo anche questa arma e mi accorgo di come le sue gomme dure siano delle gomme di misura standard. Aumenta solo di un millimetro il diametro.
“Ma quante seghe mentali ci facciamo nel giardino incantato amatoriale?”. Sarà anche vero che lui è De Silvetri ma il dubbio si fa sempre più spazio dentro me. Lo arma alla prima tacca, “Altrimenti spacco tutto!” mi dice, e si tuffa. Lo seguo e dopo un paio di tuffi mi racconta che era riuscito a colpire un bel sarago ma, al momento di tirarlo fuori ed afferrarlo, si era liberato. Peccato! Era un pesce di 8 etti ma colpito basso. Si è strappato.

Altro tuffo e torna in superficie con un bel cappone. Lo ha scovato sotto una tettoia e prenderlo è stato un gioco da ragazzi. Sono pronto per immortalarlo ma lui mi fa cenno che non è il caso. Mi spiega che dopo andremo in una zona dove ce ne dovrebbero essere di più grossi. Beh, se lo dice lui!
Continua a razzolare tutto intorno inanellando tuffi a ripetizione ma di pesce neanche l’ombra. Uno sparuto gruppo di denticiotti attira la sua attenzione al confine tra alga e roccia, ma Bruno si rende conto ben presto che di più grossi in giro non ce ne stanno. Allora abbandona l’idea di prendere il fucile lungo e continua imperterrito nella sua pesca a scorrere. La tattica gli dà ragione e poco dopo un altro bel cappone finisce a pagliolo.

Siamo a metà pescata circa e De Silvestri decide di andare in una zona più fonda dove ha alcune pietre segnate e dove spera di poter catturare qualche bello sparide. In realtà lui ha già capito da un pezzo che oggi saraghi e corvi hanno la coda in bassofondo ma, probabilmente, vuole stimolare il mio entusiasmo (che è già molto forte) cercando di regalarmi qualche pezzo “classico”. Impugna ancora il Comanche 75 “light” e si tuffa. Fa due sommozzate e poi mi chiama. Mi dice di passargli il 110 perché, mentre era sul fondo a visitare un buco, è stato circondato da un bel branco di dentici di 2/3 chili.
Prepara il tuffo con cura. Siamo sul filo dei 30 metri e l’aspetto sarà impegnativo. Mi rendo conto che con l’aumento di quota sono aumentati anche i tempi di recupero e quelli di ventilazione. Il primo tuffo in questi casi è molto importante. Le pinne si alzano e spariscono nel blu. Passano i secondi e tutto tace. Io, con lo sguardo perso nel mare, sono in trepida attesa. Alla fine lo vedo arrivare con calma in superficie, guardarmi, e bofonchiare dal boccaglio. Mi chiede di avvicinarmi e mi spiega che ha sparato un dentice di circa tre chili ma che lo ha sbagliato perché, al momento del tiro, il pesce ha avuto un attimo di indecisione e s’è quasi fermato.

 

Un bellissimo cappone preso nell'abisso (foto S. Belloni Pasquinelli)

 

Poche parole ancora e sale sul gommone. Accende il motore, consulta le mire e si dirige sull’ennesimo segnale un po’ più ad ovest della zona appena visitata. Durante il tragitto mi racconta che il segnale da visitare gli regala sempre qualche bell’esemplare di scorfano rosso. E’ una zona particolare con del grotto che si spacca e forma delle tettoie strette ma interessanti ed invitanti. Normalmente in questo punto prende sempre due o tre capponi extralarge. Preparo la macchina fotografica. Siamo sulla zona e ci sono 31 metri di fondo.

Prende il sessanta con fiocina, lo arma alla prima tacca e si tuffa. Qui i tagli nella roccia sono molto piccoli e Bruno ritiene che la fiocina in questi casi sia insuperabile. Un minuto dopo è in superficie con un bel cappone bloccatosull’asta. Sto per fare la foto e mi dice: “No, fermo! Ne ho visto uno più grosso. Fotografiamo quello.” Non ci credo. Mi chiede il 75 perché è un tiro un po’ lungo in fondo ad una spacca. Si ventila con calma e scende. Quando riemerge mi accorgo che sull’asta brilla uno spettacolare scorfano rosso di almeno un chilo di peso. Il suo rosso sgargiante è reso ancora più brillante dal sole. Stupendo! Ma tutti i pesci sono stupendi, non importa che specie o tipo siano. Ognuno ha il suo fascino intrinseco.
Gli faccio i complimenti e qualche scatto notando che tutti i pesci finora catturati sono colpiti in testa. Tiri molto precisi dunque, aldilà del fatto che siano pesci piuttosto statici, o più mobili.

Il tempo comincia a diventare tiranno e i minuti scorrono veloci. Avremo ancora un’oretta di pesca e Bruno vuol cercare di catturare almeno un sarago o una corvina. Facciamo diversi spostamenti. Due tuffi qua e tre là ma il risultato è che i saraghi e le corvine che incontra sono piccoli. “Simo, non è giornta!” mi dice. All’ennesima sommozzata vede un paio di cerniotte sui quattro chili e pensa se sparane una. Lo vedo indeciso. Io non parlo. Alza il coperchio del frigo, guarda i pesci e decide di rinunciare alla cattura del serrande. Mi fa notare che supererebbe il limite giornaliero dei 5 chili di pescato e che in zona i controlli sono frequenti e, giustamente, severi. “Cerchiamo di prendere ancora un pesce e poi smettiamo, dai” mi sussurra sorridendo. Ci muoviamo verso terra ma, leggendo lo scandaglio, mi accorgo che il fondale non diminuisce e rimane sempre intorno a 30 metri.

Arriviamo nel punto stabilito dopo circa 5 minuti di navigazione. Ci sono 29 metri e Bruno afferra il suo fedele 75 e comincia a ventilare. La zona è un po’ più vasta delle altre (c’è un po’ più di roccia) e vuole passarla palmo a palmo. In ogni zona in cui arriviamo De Silvestri molla sempre il pedagno quando il GPS gli indica con esattezza il punto. E’ un piccolo pedagno auto costruito che gli permette di mantenere il punto in presenza di corrente. E’ fasciato con del nastro lucido argento che lo rende molto visibile e il sagolino è sottilissimo e bianco. Dice che lo usa molto al fine di evitare che in presenza di corrente forte il filo “spanci” facendo vela.

 

Un marvizzo di ben 1200 grammi (foto S. Belloni Pasquinelli)

 

Qui l’acqua è sporca e fredda sul fondo. Avvista due o tre murene ma le lascia stare, un’altra cernia di circa 4 chili in candela ed un altro cappone. Non spara. A me dà l’idea che non sia mai stanco. Ascolto, per quanto posso, il suono della respirazione attraverso il boccaglio quando risale e non mi sembra assolutamente un respiro affannoso. Anche dalla ventilazione che, vista la profondità passa i 3 minuti, mi dà l’impressione che sia necessaria più per precauzione che per reale necessità. Insomma, a mio parere sarebbe pronto al tuffo successivo molto prima. Ma questo è l’atleta De Silvestri: coscienzioso e risoluto, consapevole che non c’è niente di più importante della propria incolumità. Le sue lunghe planate sono scandite dai movimenti della testa che sonda ogni angolo del fondo. Non gli sfugge nulla. Non gli sfuggirà neppure l’ultimo pesce della giornata: uno stupendo marvizzo “rossiccio” di ben 45 centimetri. “E’ stato un lungo inseguimento tipo guardia e ladro!” mi dice ridendo.

Mi spiega che ha fatto un aspetto dopo un piccolo percorso all’agguato. Il pesce è venuto fuori da due roccette nell’alga e si è messo a nuotare in orrizontale rispetto alla sua posizione. Quando ha capito le bellicose intenzioni dell’atleta ha fatto una repentina retromarcia. Bruno non si è scomposto e si è mosso molto lentamente verso la zona dove il pesce si era diretto. Lo ha incrociato che transitava su una chiazza di sabbia e lo ha inseguito per un pezzo senza spaventarlo. A quel punto l’aria era agli sgoccioli e con una pinneggiata vigorosa ed un tiro lungo al volo lo ha colpito a centro corpo. Un’azione di pesca che mi pare dimostri pienamente di come anche un labride possa non essere una preda così scontata.

La giornata giunge al termine e rientriamo verso terra a buona andatura. Si parla un po’ del Mondiale prossimo, degli Assoluti di ottobre e di altre cose sempre inerenti all’agonismo. E’ chiaro che Bruno è un agonista puro e tutto ciò traspare dalle sue parole. Mentre ci accingiamo a tirare il gommone a terra incontriamo un paio di pescatori appena rientrati. Tra una chiacchiera e l’altra mi dicono che hanno preso un po’ di saraghi, un’orata ed un paio di corvine. Indovinate un po’ dove hanno pescato? A terra tra i 10 ed i 15 metri. Conoscere il mare permette di sapere sempre quel che si fa e cosa aspettarci.

E’ stata una gran bella giornata ed un’esperienza unica. Bruno si è dimostrato un Campione ed una persona simpatica. C’è stata sintonia sin dall’inizio e credo sia nata una buona amicizia. Certo io sono un continentale, lui un isolano… ma c’è solo un’ora d’aereo tra noi. Grazie Bruno ed in bocca al lupo per i prossimi impegni!

 

Ecco come tiene l'arma De Silvestri quando è in superficie (foto S. Belloni Pasquinelli

 

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