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Ecco perché il Mare non si Salva con la Plastica Biodegradabile

| 11 gennaio 2018 | 0 Comments

Il 2018 si è aperto con la feroce polemica sull’obbligo di utilizzo e pagamento dei sacchetti biodegradabili e compostabili nei reparti ortofrutta dei supermercati, e sono in tanti ad aver provato a fare leva sull’aspetto di salvaguardia ambientale della scelta. In una dialettica che ha spesso fatto una gran confusione di termini, è stato fin troppo facile tirare fuori l’esempio del continente di plastica galleggiante al largo delle Hawaii (il Great Pacific Garbage Patch per alcuni o Pacific Trash Vortex per altri) o le spiagge di Bali oramai trasformate in discariche.

continenti di plastica

Di conseguenza, oggi che bastano pochi clic per dare il via ad una raccolta di firme, sono fiorite quelle che chiedevano a gran voce l’immediata sostituzione della plastica “ordinaria” con quelle biodegradabili e le bioplastiche. Tutte reazioni di pancia, per certi versi comprensibili, che però mettono in evidenza una scarsa conoscenza del problema inquinamento, soprattutto del mare e degli oceani. Se da un lato l’uso dei materiali ecologici è qualcosa di auspicabile, ma con criterio, dall’altro bisogna riconoscere che non risolve il problema, anzi, rischia di ingigantirlo a dismisura se non si prende atto del fatto che, prima, urge lavorare su quello che è la vera causa dell’invasione di rifiuti plastici.

Cosa Significa (davvero) “Biodegradabile” ?

Avrete sicuramente notato che in questa diatriba i termini “biodegradabile” e “compostabile” sono stati spesso usati come sinonimi e il primo ha di gran lunga monopolizzato la scena. Ma cosa significa realmente che una plastica sia “biodegradabile”? Come significato generale si intende la capacità del polimero di poter essere smembrato nei sui composti basici (acqua, anidride carbonica e metano) grazie all’azione di agenti come la luce solare, l’acqua e l’azione meccanica degli elementi. Ma secondo questa accezione, quasi ogni tipo di materia è “biodegradabile”, il problema vero è la tempistica necessaria al dissolvimento finale. La plastica “ordinaria” ha tempi degradazione dell’ordine di molte decine di anni, fino a secoli, per intenderci.

biodegradabile e compostabileEsiste però un significato molto più stringente che è dettato da una norma europea (EN 13432) che fissa dei paletti molto severi, permettendo di definire una plastica realmente ecologica (quindi biodegradabile e compostabile), solo a patto che rispetti delle caratteristiche, le cui due più importanti (le altre potete leggerle qui) sono:

a) degradarsi almeno del 90% in 6 mesi se sottoposto a un ambiente ricco di anidride carbonica; tali valori vanno testati con il metodo standard EN 14046 (anche chiamato ISO 14855);
b) a contatto con materiali organici per un periodo di 3 mesi, la massa del materiale deve essere costituita almeno per il 90% da frammenti di dimensioni inferiori a 2 mm; tali valori vanno testati con il metodo standard EN 14045

Come potete notare, per la degradazione è necessario un ambiente ricco di CO2 e che il rifiuto resti a contatto con altri materiali organici. In realtà questo secondo requisito non è sufficiente perché negli impianti di compostaggio, ossia dove i rifiuti organici vengono trattati per essere trasformati in un fertilizzante naturale, si raggiungono temperature superiori ai 50° C e si fa in modo che si sviluppino delle opportune popolazioni di batteri ed enzimi.

NB. Una plastica unicamente “biodegradabile” rispetta solo il requisito a) e deve essere smaltita nella plastica, una invece “biodegradabile e compostabile” li rispetta entrambi [ a)+ b) ] e si deve smaltire nell’umido. Per capire quanto questi termini generino confusione, basti pensare che si stima che il compost prodotto in Italia (quindi derivante da rifiuti oggetto di raccolta differenziata) contenga quasi il 4% di plastica, questo perchè un sacchetto solo biodegradabile ha un periodo di degradazione doppio rispetto alla durata del ciclo dei rifiuti compostabili.

Quando la Soluzione diventa un Nuovo Problema

Ma cosa succede se una bioplastica viene dispersa nell’ambiente e quindi non si trova nelle condizioni ottimali per la sua degradazione? Purtroppo si comporta come un normale rifiuto plastico, forse non impiegherà un secolo a svanire, ma sarà perfettamente in grado di persistere nell’ambiente o nel mare per diversi anni. Nel caso del mare ad esempio, rifiuti come le buste, affondano facilmente, sottraendosi all’azione distruttiva dei raggi UV.

sacchetto bioQuanti di voi erano invece certi che una plastica biodegradabile e compostabile, anche se erroneamente dispersa, in qualche mese fosse solo un lontano ricordo? Ed ecco che si scopre la vera radice del problema: la mancanza di educazione, di senso civico e di cultura ambientale. Ogni singolo rifiuto che troviamo in natura, o in mare, è stato volontariamente smaltito senza rispettare le regole, nell’ottica di liberarsene il più rapidamente possibile.

Se poi ci riferiamo specificatamente ai mari, è innegabile che siano da sempre considerati delle enormi discariche in virtù della loro grande, ma non infinita, capacità di diluizione. Se tutti avessero conferito correttamente i rifiuti prodotti, oggi forse non staremmo parlando di oceani di spazzatura. Non saremmo comunque nell’Eden, magari avremmo il problema della carenza di impianti di riciclo (che per la verità già esiste) o magari l’esigenza avrebbe già spinto a implementare processi più efficienti, chissà.

Abbandonare il Concetto di “Usa e Getta”

Ecco quindi che, pensare che passare d’imperio alle bioplastiche possa essere la panacea, in una società in cui difettano ancora molto l’educazione e il senso civico, rischia invece di innescare una bomba a orologeria con effetti ancor più devastanti.

bottiglia coralloQuello che invece sarebbe davvero auspicabile è una completa sostituzione (almeno dove possibile) dei prodotti “usa e getta”, con qualcosa di ampiamente riutilizzabile. Pensate un attimo a quello che è successo quando gli shopper da supermercato sono diventati per legge biodegradabili e compostabili: ci siamo trovati con delle buste inconsistenti, quello che mettevamo in 4 sacchi di solido polietilene eravamo costretti a metterlo in 10 in mater-bi, che poi arrivavano a casa regolarmente strappati e inservibili. E qual è la prima cosa che abbiamo fatto? Siamo corsi ad acquistare delle solide sporte riutilizzabili (in polipropilene o in fibre naturali) per guadagnare in praticità e forse risparmiare qualcosina. Non lo abbiamo certo fatto per l’ambiente, la gran parte almeno, però il risultato è stato sicuramente apprezzabile.

Se non prendiamo coscienza del fatto che, nell’immediato futuro, dobbiamo prima di tutto lavorare per far capire ad ogni singolo abitante della terra che senza una corretta gestione dei rifiuti, le bioplastiche non solo non ci salveranno dall’inquinamento ma ci consegneranno un ambiente ancora più invivibile, la situazione non è destinata a migliorare. Senza una solida base culturale e civica, il “biodegradabile” è solo un mantra che illuderà tanti di stare facendo il bene del pianeta quando invece lo stanno condannando definitivamente.

A cosa serve indignarsi mentre con il proprio smartphone si immortala una spiaggia “discarica”, se poi dopo non si è capaci di rimboccarsi le maniche e iniziare per primi a fare un po’ di pulizia?

Le Microplastiche e i Numeri Inventati

Nel 2016 si è parlato diffusamente di questi piccoli frammenti (in genere meno di 5mm) che si insinuerebbero nella catena alimentare, arrivando perfino ad interferire con la schiusa delle uova. Le microplastiche provengono da cosmetici, abiti, buste e bottiglie che raggiungono il mare attraverso gli scarichi, oppure dalla degradazione dei rifiuti dispersi nell’ambiente, o ancora dal naturale consumo derivante dall’utilizzo umano, si pensi ad esempio agli pneumatici o alle fibre degli abiti in poliestere.

microplasticheIl problema c’è ed è innegabile, ma la verità è che l’allarmismo esasperato sulla questione è stato la conseguenza della pubblicazione di un presunto studio scientifico sulla prestigiosa rivista “Science”. Peccato che i due autori, Oona Lönnstedt e Peter Eklöv, abbiano presto dovuto fare i conti con la comunità scientifica internazionale, che non ci ha messo molto a scoprire che qualcosa non quadrava. Tra il presunto furto dei dati originali degli esperimenti, secondo molti mai neppure effettuati, e le accuse di invidia alle commissioni che hanno analizzato il loro operato, la vicenda si è conclusa, ad aprile 2017, con il ritiro dello studio per disonestà scientifica e totale mancanza di chiarezza sull’effettivo svolgimento della ricerca.

In questi giorni avrete di sicuro visto molte fotografie (come quella qui sotto) di tratti di mare in cui non si vede più la superficie, tanta è la plastica che vi galleggia. Bene, nel 2015, i rifiuti del famoso “continente di plastica” richiamato qualche paragrafo più su, erano stimati in 5,1 kg per chilometro quadrato (niente a che vedere con la densità visibile nelle foto), con una estensione simile a quella dello stato del Texas (700 mila kmq), quindi ben lontana dal “doppio degli Stati Uniti”, come più volte si è scritto. E allora è molto probabile che quanto avete visto non sia certo quello che hanno voluto farvi credere.

falso plastic vortex

Conclusione

L’inquinamento da plastica (e non solo) esiste ed è tangibile, ed è scorretto sminuirlo tanto quanto ingigantirlo nel tentativo di spingere l’opinione pubblica ad accettare delle scelte che sembrano dettate più da questioni economiche che non da esigenze ambientali. Arthur Bloch diceva: “I problemi più complessi hanno soluzioni semplici, facili da comprendere e sbagliate.”, ecco, è molto probabile che questo sia proprio uno di quei casi…

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Category: Articoli, Medicina e biologia