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Diario Mondiale Brasile 2002 – Seconda parte

| 30 dicembre 2002 | 0 Comments
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Il 7° giorno piove!

Si inizia ad accusare la stanchezza.
E’ il quinto giorno di seguito in mare con l’acqua torbida e fredda, in due campi gara piccolissimi in cui si inizia a perdere lo stimolo alla ricerca, visto che ormai sembra di aver trovato tutto. Vediamo con un po’ d’invidia gli spagnoli, che vanno a pesca nelle isole fuori campo gara, ma loro hanno alle spalle già più di un mese di preparazione.

Oggi tocca a me e Stefano la bagnarola, e che bagnarola!
L’acceleratore è un pezzo di spago avvolto nello scalmo e, per mettere o in folle o la marcia, si deve scoperchiare il motore.
Si spazia un po’ per tutti i campi gara e si trova l’acqua pulita e calda nel campo nord, sempre tutto relativamente.
Tirando vento da sud si conferma la regola che il vento crea una corrente superficiale che, nel lato a ridosso, porta acqua pulita e calda e i pesci, ormai si è capito, sono sempre nell’acqua calda. Cercando nel campo nord, vicino ai resti di un piccolo relitto, trovo la caldaia che, isolata nella sabbia, è abitata da una colonia di sei cernie bianche, che vengono facilmente all’aspetto.
E’ un vero piacere poter indicare a Stefano un posto così bello.

Quando si dice la casualità!

Tornati a terra scopriamo che la caldaia l’aveva trovata anche Sandro solo un paio d’ore prima. La sera si decide di distrarsi e per smettere di parlare di pesci andiamo alla città di Cabo Frio a cena in una churrascheria. Ci fa da cicerone Sergigno, un ragazzo di un diving che la squadra aveva gia conosciuto nel sopralluogo di ottobre. Non si sarebbe dovuto parlare di pesci, ma…vi sembra una cosa possibile?

L’8° giorno si va a pescare!

Finalmente proverò a insidiare i pesci brasiliani. Siccome per regolamento non si può partire dal porticciolo con i fucili, la cosa si complica un po’.
Roberto noleggia una barca e parte via mare, mentre noi tutti in macchina andiamo coi fucili nel porticciolo di Busio dove, dopo tre ore di navigazione, ci raggiunge il barcone. Da qui ci dirigiamo verso una delle tante isole di Cabo Frio che, per noi, sono tutte uguali, ma puntiamo la più lontana nella speranza di trovare l’acqua pulita.

Finalmente in acqua col fucile. È veramente una sensazione unica, i primi 10 minuti sbaglio tre pesci e mi trovo veramente in difficoltà a brandeggiare il fucile in mezzo al maremoto. Nessuno lo ha detto apertamente, ma è gara fra di noi. E questa cosa mi stimola molto.

Mi trovo con Sandro a sparare in una bellissima sarghiera e la vera difficoltà è tenersi con una sola mano, mentre le onde fanno di te quello che vogliono. E’ frustrante vedere i pesci anche a un metro dalla maschera e non riuscire mai a collimare il tiro. Comunque, alla fine, troviamo il ritmo giusto e catturiamo diversi bei pesci.
Mi rendo conto, come mi avevano accennato gli altri, che a ottobre avevano gia pescato, che non si deve assolutamente usare la pila, i sargos fuggono in fondo alla tana, è meglio fargli un aspettino, tornano sempre, anche dopo svariati tiri. Un’altra caratteristica è che non hanno una reazione proporzionata alla loro mole, una volta sparati anche superficialmente è come se si arrendessero.
Dopo un po’ decido di cambiare bersaglio e vedere come si comportano i pirangica e le mulatte, altri due pesci fondamentali in gara. Non li trovo particolarmente facili, anzi…Poi, visto che si pescano all’aspetto, penso che in gara, circondato da altri concorrenti, con cui inevitabilmente ci si disturberà a vicenda, le cose si complicheranno ulteriormente.
Comunque i pirangica sono veramente dei bei pesci massicci, con una reazione violenta e sembra impossibile che siano l’equivalente delle nostre salpe, anche se hanno lo stesso comportamento gregario.
Le mulatte sono nel loro periodo di riproduzione, si trovano sia in tana che al libero, non raggiungono dimensioni enormi e hanno un comportamento molto pacifico.
I marimbà sono praticamente uguali ai nostri saraghi maggiori, ma sono molto più nervosi e, se prima pensavamo che fosse un’altra specie di cui si poteva raggiungere facilmente il numero di 10, ora non sembra più una cosa cosi certa.
Sempre presenti sono le riccioline, ma nei branchi difficilmente si trovano pesci da 500 grammi. La pescata termina dopo tre ore e, tornando a nuoto verso la barca, penso che qualcuno, come sempre, avrà preso un pesce da sogno, come tolto dal cilindro da prestigiatore, ma la realtà mi “consola”: pensavo di aver pescato meno degli altri, ma nel complesso siamo più o meno uguali.

Il 9° giorno è domenica e vengo svegliato da una messa cantata.

Il nostro albergo è proprio davanti alla prima chiesetta cattolica fondata da Magellano nella sua esplorazione dell’America del sud Abbiamo anche la sorpresa che, durante la notte, c’è stato il cambio dell’ora legale anche in Brasile.

Ora ci sono solo tre ore di fuso-orario, così sarà meno traumatico il viaggio di ritorno. Roberto va in macchina all’aeroporto di Rio, a prendere Cottu, il rappresentante della federazione Licciardello, la moglie di Sandro e la moglie e la figlia di Fabio.

Oggi sono in barca con Maurizio, Stefano e Giacomo, si passa un po’ di tempo a scandagliare nel campo nord e la cosa più comica è che lo scandaglio era regolato troppo sensibile e marcava i banchi di sospensione come secche! Così, al povero Giacomo è toccato cercare per un paio d’ore le pietre, dove non c’era altro che nuvole di fango.

La sera Fabio ci conferma un’intuizione che avevamo: i dotti vengono all’aspetto al limite del torbido e nel capo sud; sembra possa essere la scoperta determinante.

Ormai, di sera, si parla solo di tattiche di gara e si capisce che gioca un ruolo determinante la lentezza delle barche, che limiterà gli spostamenti.

Il 10° giorno c’è ancora vento da nord e quindi, sicuramente, acqua fredda e torbida nella maggior parte dei campi.

Si decide di andare a pesca. Tramite Sergigno contattiamo Paolo, un ragazzo che dal porto di Cabo Frio, con una barca veloce, può portaci dove vogliamo.

La pescata è più per provare i fucili e verificare la praticità di piccoli accorgimenti, come la sostituzione del sagolone del pallone con del tubicino di plastica, che s’ingarbuglia meno con la risacca. Inoltre proviamo a infilare i pesci direttamente nel tubo, trasformandolo così in un enorme porta pesci, in modo da non dover andare a ogni preda presa al pallone.
Questo è necessario in quanto non è consentito tenere i pesci in cintura, dato che, nel torbido, si potrebbe ricevere una fucilata e perché in più, i barconi, già poco agili, sono condotti dai proprietari e non si potrà pretendere più di tanto come assistenza.
Anche oggi la pescata m’insegna qualcosa: c’è molta più risacca dell’altro giorno, ma l’acqua è molto pulita, ci sono più di 20 metri di visibilità, così si pesca nelle zone non completamente esposte al mare.
E’ molto faticoso stare vicino alla costa, perché si deve nuotare costantemente contro l’onda di ritorno.

La pescata è molto più proficua e catturo pesci diversi: un pampo di un paio di chili, che risulta essere una specie di leccia e un pesce angelo, un bellissimo animale che in branco ha il comportamento delle ricciole e, una volta arpionato, sembra una locomotiva, rendendo molto emozionante il suo recupero.
Per la prima volta vedo i pesci serra, che qui sono chiamati anchove e le spigole, che sono dette pescada, ma non assomigliano molto alle nostre e hanno i baffi come le triglie.
La sera c’è un ennesima riunione fra i capitani, ma non ci sono grosse novità, tranne che sono vietate le boette artigianali e si devono usare i palloni sub di almeno cinque litri e questo con la risacca è un forte impedimento.


Mancando tre giorni alla gara, Luigi inizia a darci dei reintegratori e a controllarci la dieta: niente carni rosse e cose strane, come fritti o frutti di mare.
Tornano così utili i pesci della pescata, che, anziché essere regalati al barcaiolo, come la volta precedente, diventano parte del nostro menù. In più la sera, controllando i grafici dei computer, che abbiamo tenuto con noi durante la pescata, Luigi ci fa notare la differenza del ritmo dei tuffi e della durata delle apnee tra la preparazione e la pesca, dando dei consigli utili per dosare le forze.

L’11° giorno si inizia ad avvertire un po’ di tensione.

Il tempo è inclemente: piove e c’è vento forte da sud, si cerca l’acqua pulita in tutti i campi gara e alla fine la si trova solo all’estremo del campo sud. Io sono con Stefano e andiamo a controllare una sarghiera molto bella, ma particolarmente esposta al mare! Stefano si accorge sulla sua pelle che non è un gioco! Viene aspirato dentro uno spacco e grattugiato ben bene contro i denti di cane e per sua fortuna c’erano pochi ricci.
È un esperienza che non avrebbe voluto fare, ma ci fa capire i limiti della pesca in tana con questo mare.

Oggi c’è il taglio freddo molto marcato e alto e tutti vedono moltissimo pesce in poca acqua, sia a punta dell’est, che all’isola del porco.

Qui io rimango veramente impressionato dalla quantità di pesci pelagici, che possono arrivare dal nulla. E’ un vero muro di pesci fatto da bonito, mulatte e oihete, che rimane tra il taglio freddo e la superficie.
Era già capitato un fenomeno del genere e non riusciamo a immaginare che cosa potrebbe succedere se si presentasse in gara!

A terra Sandro mi dice che ha visto un serpente corallo.
Ancora una volta questo mare mi stupisce, l’unica cosa che non abbiamo visto sono gli squali, ma pare che qui non ci sia proprio questo pericolo.

Il 12° giorno è l’ultimo di preparazione e siamo un po’ tutti tesi.

Si esce in mare non più tanto per cercare, ma per fare le ultime valutazioni. Sandro è l’unico a non venire, a causa di un otite, così in una barca siamo in tre, Maurizio, Fabio ed io e nell’altra, Stefano e Giacomo.

Avvistiamo gli spagnoli che, nel campo nord, si tuffano in mezzo al mare e al nostro arrivo fuggono. Fabio entra in acqua nella zona e mi incita a seguirlo perché si vede da sopra, lo seguo e facendo il tuffo, all’avvicinarmi al fondo ho la sorpresa che non è solido, ma latte e mi manca il coraggio di proseguire, in superficie vedo lui che a momenti annega dalle risate e dice:”aveva fregato anche me il tuffo prima!” a parte lo scherzo, che aiuta a distendere gli animi, ecco l’ingrediente che mancava.

Si inizia a fare ipotesi sui possibili posti jolly dei nostri più temuti avversari che, avendo avuto molto più tempo per preparare e magari condizioni migliori, possono conoscere qualcosa di determinante. Comunque non si vedono tutti i pesci del giorno prima e questo non fa che confermare l’idea che è tutto molto variabile e in questa gara si avranno poche certezze. Proprio l’ultimo giorno abbiamo un infortunato: Giacomo ha il ginocchio gonfio come un melone, non riesce nemmeno a camminare a causa di un incontro ravvicinato con un riccio! e il dottore può finalmente consumare i medicinali che ha portato dall’Italia.

La sera ci si riunisce con Roberto e, con molta tranquillità, si parla delle strategie di gara, si decidono le partenze e si fanno gli accoppiamenti dei secondi. Il sorteggio ha assegnato Sandro a Fabio, Giacomo a Maurizio e io sono con Stefano. Essendo alla vigilia della gara, si decide di sfruttare la cucina dell’albergo, in modo da cucinare noi e non andare al ristorante, dove si finisce inevitabilmente per fare tardi, così con grande disponibilità le mogli di Antonini e Mancia cucinano per il gruppo.

Leggi la prima parte

Leggi la terza parte

(Foto di Roberto Borra e Luigi Magno)

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Category: Agonismo, Pesca in Apnea

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